Di Claudia Fanti, il manifesto
Con le presidenziali in Brasile ormai alle porte – il primo turno sarà il 4 ottobre – i popoli indigeni hanno ben pochi motivi per guardare al futuro con speranza. Se, dopo l’inferno del governo Bolsonaro, era lecito attendersi, sotto il terzo mandato di Lula, certo non il paradiso ma perlomeno l’inizio di un nuovo capitolo, nulla come l’ultimo rapporto del Consiglio indigenista missionario (Cimi) sulla Violenza contro i popoli indigeni in Brasile mostra quanto la loro fiducia fosse malriposta.
TRA I PROVVEDIMENTI LEGISLATIVI di un Congresso in guerra permanente contro i loro territori tradizionali, le decisioni di un potere giudiziario incline a scendere a patti anche sulla Costituzione e le omissioni di un governo mai disposto ad alzare le barricate in nome dei loro diritti, il risultato poteva essere uno solo: l’aumento, nel 2025, tanto del numero di conflitti territoriali quanto di quello di omicidi e di suicidi.
L’ANNO ERA INIZIATO APPENA da qualche giorno quando, in un attacco armato contro il popolo Avá-Guarani nel territorio indigeno Tekoha Guasu Guavirá, un’area in fase di demarcazione nella regione ovest del Paraná, quattro indigeni venivano feriti a colpi d’arma da fuoco: uno di loro, colpito alla colonna vertebrale, avrebbe perso l’uso delle gambe. A marzo, il pataxó Vitor Braz veniva assassinato nel territorio indigeno di Barra Velha do Monte Pascoal, nell’estremo sud dello stato della Bahia, nel quadro della lotta dei Pataxó per il riconoscimento del territorio ancestrale. Stesso destino, a novembre, e nello stesso contesto, per il guarani kaiowá Vicente Fernandes, ucciso nel territorio indigeno di Iguatemipegua I, nel Mato Grosso do Sul.
TRE CASI, TRA I TANTI REGISTRATI lo scorso anno, avvenuti tutti in aree indigene già ufficialmente delimitate dallo Stato, ma i cui processi di demarcazione sono in attesa di conclusione da oltre un decennio, con buona pace del dettato costituzionale che obbligava a consegnare ai popoli originari le terre tradizionalmente occupate – senza alcun limite temporale – entro cinque anni dall’entrata in vigore della Costituzione, vale a dire entro il 1993.
EMBLEMATICO E’ IL CASO del Territorio Indigeno di Sararé, nel Mato Grosso, abitato dal popolo Nambikwara. Se il rapporto del Cimi del 1996 mostrava in copertina la fotografia di un enorme cratere provocato dai minatori illegali in quell’area indigena, trent’anni dopo la stessa terra dei Nambikwara è ricomparsa in copertina proprio per evidenziare l’aumento dell’attività mineraria illegale nella regione, con tutto ciò che ne deriva: foreste e fiumi trasformati in deserti di fango, comunità destabilizzate, maggiore esposizione a malattie e droghe, crescita dell’insicurezza all’interno degli stessi territori.
UN’INSICUREZZA FISICA, psicologica e giuridica – strettamente legata alla legge del marco temporal (14.701/2023), che riconosce il diritto alla terra solo ai popoli originari in grado di dimostrare la loro presenza nell’area rivendicata al momento della promulgazione della Costituzione, il 5 ottobre del 1988, come se tutto il processo di espulsioni violente e di massacri realizzato prima e durante (e anche dopo) il regime militare non avesse mai avuto luogo. Non a caso, dalla sua entrata in vigore nel 2023, la legge ha ostacolato nuove demarcazioni, supportato le azioni degli invasori e intensificato la violenza contro le comunità.
LA CORTE SUPREMA, IN REALTA’, aveva già dichiarato incostituzionale la tesi del marco temporal, pur cercando di ammansire i latifondisti con il riconoscimento del diritto dei «proprietari in buona fede» a ricevere un indennizzo corrispondente al valore dell’intera proprietà. Ma, alla mano tesa dei giudici, l’onnipotente bancada ruralista aveva reagito approvando comunque la legge alla fine del 2023; annullando poi l’anno successivo gran parte dei veti che Lula aveva posto sul provvedimento nel tentativo – timido e tardivo – di limitare i danni; e infine dando via libera alla fine del 2025, per il momento solo al Senato, a una Pec (proposta di emendamento costituzionale) per blindare il limite del 1988 direttamente nella Costituzione.
UN GUANTO DI SFIDA, quello lanciato dal Congresso, che la Corte suprema ha raccolto senza alcuna fretta – ad oggi il processo sull’incostituzionalità della legge 14.701 non si è ancora concluso – dopo aver addirittura creato una commissione di conciliazione allo scopo di «armonizzare le diverse visioni», come se avessero pari dignità di fronte alla Costituzione. E oltretutto mostrando una certa disposizione a confermare, al di là della nuova bocciatura del marco temporal, molte delle disposizioni più gravi della legge e addirittura a proporne altre altrettanto problematiche e così rendendo ancor più difficile, per i popoli indigeni, prendere effettivamente possesso delle terre tradizionalmente occupate.
SE LA RISPOSTA DELLA CORTE SUPREMA è debole, le pressioni economiche sui popoli originari sono invece fortissime, che si tratti della regolamentazione dell’attività mineraria, della costruzione di grandi progetti infrastrutturali (come la pavimentazione della strada federale BR-319 che collega Manaus a Porto Velho) o dell’esplorazione di gas e petrolio (come nella foce del Rio delle Amazzoni).
NON SORPRENDE DUNQUE che, stando al rapporto del Cimi, i conflitti territoriali siano saliti a 169, coinvolgendo 143 aree indigene in 23 Stati del Brasile, rispetto ai 154 dell’anno precedente. E che almeno 151 territori indigeni – di cui 88 già regolarizzati – abbiano registrato invasioni da parte di taglialegna, cacciatori e pescatori, sfruttamento illegale di risorse naturali e danni vari alla proprietà, compresi quelli che pure erano stati precedentemente oggetto di operazioni di sgombero su larga scala, a conferma della cronica mancanza di strutture permanenti per il monitoraggio e la protezione delle aree indigene. Né sono stati risparmiati i corsi d’acqua, minacciati, in almeno 46 territori, dal drenaggio dei fiumi per l’irrigazione di monocolture, dall’estrazione mineraria illegale e dalla contaminazione da pesticidi.
MA E’ PROPRIO TUTTO A ESSERE peggiorato: dopo la flessione registrata nel 2023, è tornato a salire il numero dei morti – dai 211 del 2024 ai 258 dell’anno scorso, peggio che sotto il governo Bolsonaro – come pure è cresciuto quello dei suicidi, passati da 208 a 215, con una maggiore incidenza tra gli indigeni di età compresa tra i 20 e i 29 anni (41%) e fino a 19 anni (34%). E lo stesso vale per i decessi di neonati e bambini indigeni fino a 4 anni di età: 1.024 casi, per cause in gran parte evitabili, rispetto ai 922 dell’anno precedente.
Nell’immagine: indigeni brasiliani e attivisti ambientali manifestano per l’Amazzonia