Di Gad Lerner, il manifesto
Sentiamo continuamente ripeterci che le elezioni nazionali previste in diversi paesi dell’Unione nel 2027 potrebbero suggellare il disfacimento del progetto europeo. Perfino a sinistra si avverte rassegnazione.
Quando non addirittura compiacimento per la brutta fine che l’Ue si meriterebbe dopo aver promosso un dissennato riarmo dei singoli Stati, frenato la transizione ecologica, fatta sua la politica di respingimento dei migranti.
Questo fatalismo può farci molto male. Non basterà in Italia presentarsi come alleanza in difesa della Costituzione, intanto che la destra spaccia per interesse nazionale il suo euroscetticismo. Alla Costituzione va affiancato il Manifesto di Ventotene, ma soprattutto va rilanciata una visione politica unitaria del continente che altri vorrebbero ridotto in frantumi.
L’europeismo, che rischia di venir travolto nel crollo dell’ordine mondiale in atto, può e deve diventare la forma contemporanea del nostro internazionalismo. Se il liberale canadese Mark Carney e il laburista britannico Andy Burnham si distaccano dagli Usa e puntano all’associazione con l’Ue vorrà dire che non siamo proprio da buttar via come modello generativo di una «potenza democratica, sostenibile e responsabile, capace di difendersi sviluppando cooperazione e multilateralismo». Cito un documento sottoscritto da Slavoj Zizek, Guillome Klossa e Catherine Trautmann, promotori dell’Europa power initiative, nel quale si ricorda che le elezioni dell’anno prossimo in Francia, Italia, Spagna, Polonia Grecia, Finlandia, Estonia, Slovacchia e Slovenia (con l’aggiunta probabile della Romania) saranno di fatto elezioni europee anche se rinnovano istituzioni nazionali. Affrontarle con una piattaforma comune sovranazionale, cioè europeista, pur nelle diversità e con le divisioni che permarranno, va considerata una priorità assoluta.
Le destre nazionaliste sono esplicitamente supportate da potenze (Usa, Russia) interessate alla disgregazione dell’Europa e alla sottomissione dei suoi brandelli. Altro che patrioti, i nazionalisti lucrano vantaggi e sguazzano nella crisi dell’Unione. Non a caso la prima voce levatasi a Strasburgo due settimane fa contro l’associazione del Canada all’Ue è stata quella del capogruppo di Fratelli d’Italia. Si sono professati no-euro finché gli era possibile e tuttora s’aggrappano alla pretesa antistorica che il diritto comunitario soggiaccia alle leggi nazionali. Si tengono stretti il potere di veto sull’assurda regola dell’unanimità fra i 27 Stati membri del Consiglio. Preparano ai cittadini europei un destino d’irrilevanza seguita da asservimento.
Per loro natura i nazionalismi hanno sempre alimentato conflitti con i paesi confinanti e avversato l’idea stessa di una cittadinanza europea. La sospensione prorogata del trattato di Schengen con la Spagna – non si sa se più vergognosa o grottesca – è un atto meramente dimostrativo che rivela la fragilità, accanto alla sbruffoneria, del nazionalismo italiano.
Agli internazionalisti, o europeisti che dir si voglia, tocca oggi riunirsi su scala continentale in un progetto ambizioso ma affascinante: raddrizzare l’architettura di una costruzione europea che non nascerà mai da un piano di riarmo dei singoli Stati; bensì necessita di investimenti stanziati in comune su welfare, politica industriale, ambientale, energetica e fiscale, oltre che per dotarsi di un’infrastruttura digitale autonoma.
Qui la politica di sinistra reclama il suo ruolo: chiedendo unitariamente di riformare le istituzioni verticistiche e separatiste dell’Ue, introducendo procedure democratiche che non si limitino all’elezione di un Parlamento con scarsi poteri. Solo così la stessa difesa comune europea potrà fungere da antidoto al morbo contagioso dei nazionalismi.
Come ha scritto giustamente Francesco Strazzari domenica scorsa su questo giornale, non si può fingere che la Russia non rappresenti una minaccia sul versante orientale dell’Europa; ma le opposte visioni sul sostegno all’Ucraina che percorrono tutto il fronte della sinistra continentale possono essere riconosciute e contenute all’interno di un fronte comune. E allora, così come il “campo largo” si distingue dalla destra nella difesa intransigente della Costituzione italiana, anche la realizzazione del sogno europeo diviene meta irrinunciabile per rintuzzare i tiranni.