Cara Liliana…, caro Primo… Dialoghi sull’abisso della Shoah
Al Foce la pièce che evoca le lettere tra Liliana Segre e Primo Levi
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Al Foce la pièce che evoca le lettere tra Liliana Segre e Primo Levi
• – Ruben Rossello
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Al Foce la pièce che evoca le lettere tra Liliana Segre e Primo Levi
Ancora una volta il teatro Foce di Lugano conferma il suo ruolo di vetrina per giovani compagnie e per spettacoli di nicchia che fanno parte della programmazione del LAC, ma che non possono ambire alla grande sala. È quanto avviene in questi giorni con uno spettacolo interessante e originale, proposto in occasione della Giornata della Memoria. Si tratta de “Il grande nulla. O quel che ci aspettava”, scritto e diretto da Romeo Gasparini, un giovane regista ticinese under 30, cosi come gli attori, che si sta facendo apprezzare per capacità e intraprendenza. Oltre che – verrebbe da dire – per quella buona dose di coraggio necessario per avventurarsi in soggetti cosi delicati e facilmente esposti alla critica.
Pochi sanno delle lettere che si scambiarono Liliana Segre e Primo Levi, molti anni dopo la terribile esperienza del Lager. Si tratta di uno scambio che i due grandi testimoni italiani della Shoah ebbero in occasione dell’uscita di Se questo è un uomo nel 1959 e poi nel 1986, all’indomani della pubblicazione di I sommersi e salvati, ultima opera di Levi. Non si tratta di un carteggio reso pubblico, se ne sa solo per gli accenni che si ritrovano nei libri pubblicati dalla senatrice Segre in questi ultimi anni. E per una frase di Primo Levi, con la quale terminò il loro scambio: “Liliana, cara amica mia: per noi non c’è niente da fare, siamo tutti sommersi da quello che ci è successo e non c’è speranza per nessuno”.
Quest’affermazione di Levi, dolorosa e perentoria, apre a due orizzonti diversi, quello di Liliana e quello di Primo, i quali puntualmente finiranno per avere anche due destini diversi, forse specchio l’uno dell’altro: più cupo quello dello scrittore, culminato col suicidio per il peso insostenibile della memoria del lager e per quello derivante dal privilegio di essersi salvato; mentre la senatrice a vita, dopo un silenzio durato decenni, per 30 anni consecuitivi si aprirà ad una testimonianza pubblica, generosa e infaticabile, di fronte a migliaia e migliaia di giovani: affinché si sappia dalla voce di una testimone diretta che i Campi di sterminio sono esistiti, affinché si tramandi questa consapevolezza e si diffondano gli antidoti perché tutto ciò non debba mai più succedere.
Nello spettacolo che verrà proposto al Foce il 28 e 29 gennaio (l’esordio pochi giorni fa a Locarno), le lettere tra Segre e Levi sono solo uno dei motivi e delle fonti a cui attinge e si ispira la pièce. Gasparini riesce bene nel suo intento e imbastisce uno spettacolo che si muove con disinvoltura tra frammenti molto diversi delle due lunghe biografie di Liliana Segre e Primo Levi. Per Liliana la dolorosa nostalgia del padre ammazzato e cremato ad Auschwitz, la forza di volersi diversa dai propri aguzzini rinunciando ad ucciderne uno quando se ne presenta l’occasione, l’apertura alla vita e alla speranza di un mondo migliore; per Primo invece, l’immersione nella sorprendente umanità vivace e picaresca che lo circonda nell’infinito viaggio di ritorno de La tregua, il forte dovere di testimoniare e assieme la consapevolezza che nonostante ogni sforzo non ci sono parole adeguate per descrivere la Shoah, gradino ultimo di una barbarie inconcepibile persino per il vocabolario.
Ne è uscito uno spettacolo per molti tratti teso e coinvolgente, capace di colpire e di interrogare. Un testo che si prende la giusta libertà autoriale di immaginare incontri che non ci sono stati, che mescola gli elementi narrativi e che attinge alla dimensione simbolica e onirica. La scenografia è ovviamente minimalista, ma efficace: pochi elementi ai quali l’autore abilmente riesce a dare un contenuto fortemente evocativo, quanto un uso pratico, che si fa elemento importante di diverse scene.
Sarebbe difficile rimproverare qualcosa di fronte agli aspetti più che riusciti dello spettacolo. I mezzi limitati della produzione non hanno consentito ciò che in altri casi sarebbe stato ovvio e forse in almeno un paio di punti il testo avrebbe meritato soluzioni più meditate. L’impegno dei giovani attori merita un plauso, in particolare Anna Manella, nel cui corpo rannicchiato sembra di leggere visivamente tutta la sofferenza e la memoria incancellabile della ragazzina che, tredicenne, sopravvisse a 15 mesi di campo di sterminio.
Repliche al teatro Foce di Lugano, il 28 e 29 gennaio
Nell’immagine: Liliana Segre e Primo Levi
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