Di Ettore Sequi, La Stampa
Witkoff e Kushner si preparano a recarsi a Mosca e a Kiev. È il tentativo americano di riaprire il negoziato. Washington vuole capire cosa Putin è disposto a trattare e cosa Zelensky può accettare. Dopo la missione del direttore della CIA Ratcliffe a Mosca, il canale dell’intelligence è aperto; ora Washington prova ad aprire quello politico.
Il momento non è casuale. La guerra è entrata in uno stallo dinamico: Russia e Ucraina si stanno consumando entrambe, ma per entrambe il costo politico di accettare una pace è ancora superiore al costo di continuare a combattere.
Putin non ha conquistato tutto il Donbass; Kiev resiste, ma con costi umani e materiali crescenti. Anche la Russia paga: perdite, deficit e pressione sull’economia. La guerra continua però ad alzare il livello dello scontro. Ieri un drone russo ha colpito il quartier generale dei servizi ucraini nel centro di Kiev.
Da qui tre diversi calcoli.
Primo: Putin vuole migliorare la propria posizione sul campo, ma l’usura della guerra rende utile anche la trattativa: se non può prendere tutto combattendo, deve capire quanto può ottenere al tavolo negoziale. L’obiettivo resta tutto il Donbass.
Secondo: Trump ha fretta. Vuole arrivare alle Midterm con un successo di politica estera e, insieme, evitare una nuova escalation in Ucraina. Questa urgenza è una leva per Putin, che può usarla per alzare il prezzo.
Terzo: Zelensky deve impedire che l’usura militare diventi una resa diplomatica. Ha bisogno degli USA al tavolo perché non può accettare che Mosca e Washington decidano il futuro dell’Ucraina senza di lui.
In breve, Trump vuole una pace che possa chiamare vittoria; Putin vuole una vittoria che possa chiamare pace; Zelensky vuole una pace che non assomigli a una sconfitta.
I tre attori si muovono su orologi disallineati: Putin ha bisogno di tempo per conquistare ancora terreno, ma ogni mese la guerra gli costa di più. Zelensky ha bisogno di tempo per resistere, ma teme che sia proprio il tempo a indebolirlo. Trump ha una imminente scadenza elettorale.
In questo contesto vanno lette le parole di Putin al Forum economico di Vladivostok, ove ha riconosciuto che un accordo è possibile, citando USA e Cina come Paesi pronti a sostenerlo. Non è certo una scelta di pace, ma l’ammissione che il negoziato può servire alla strategia russa.
Trump deve quindi risolvere il problema più difficile: offrire a Putin abbastanza per fermarlo senza consentirgli di trasformare l’accordo nel riconoscimento delle conquiste che i russi non hanno ancora realizzato; e dare a Zelensky garanzie sufficienti per accettare un’intesa senza farla apparire come una resa. Ma i segnali sono contraddittori: mentre Washington riapre il canale politico, Mosca alza quello militare e irrigidisce Kiev.
Trump deve anche provare a favorire un accordo mentre cresce la pressione sugli USA. Ucraina, Iran e Cina sono tre crisi che chiedono contemporaneamente l’attenzione strategica americana. Trump può gestirle tutte, ma non può lasciare che una sola assorba a lungo le risorse politiche e militari necessarie alle altre. Chiudere il dossier ucraino consentirebbe di ridurre la dispersione strategica dell’impegno americano.
L’Europa, intanto, continua a sostenere Kiev e a prepararsi al negoziato, malgrado gli attacchi ibridi russi. Qualsiasi accordo lascerà infatti aperta la questione decisiva: impedire che una Russia ancora militarmente forte usi la tregua per preparare la guerra successiva. Per questo servono garanzie di sicurezza credibili per l’Ucraina.
Non dobbiamo avere attese messianiche per la missione di Witkoff e Kushner, ma essa è importante perché il campo di battaglia non ha ancora deciso la guerra. È per questo che torna a muoversi la diplomazia.