Di Chiara Cruciati, il manifesto
Nello spazio di una mattina la politica e l’opinione pubblica israeliane sono state investite da due eventi dirompenti, ognuno a modo suo ma con un obiettivo comune: la figura sempre più ingombrante del premier più longevo della storia di Israele, Benjamin Netanyahu.
Un’inchiesta di Haaretz [che Naufraghi/e pubblica in versione integrale, ndr] accusa il primo ministro non solo di aver ignorato le fondate segnalazioni di una probabile azione di Hamas prima del 7 ottobre, ma di non averne nemmeno informato i servizi segreti.
In contemporanea, dodici paesi guidati dalla Gran Bretagna – con tutta la portata simbolica incarnata da Londra, la potenza mandataria culla del colonialismo israeliano – hanno annunciato l’intenzione di sanzionare il commercio proveniente dalle colonie illegali nei Territori occupati palestinesi. Non solo dunque sanzioni ai singoli coloni violenti, la misura all’acqua di rose finora utilizzata da svariate cancellerie occidentali, ma un’azione decisamente più concreta presentata dal ministro degli esteri britannico Miliband come utile a contenere «la pulizia etnica» in corso in Cisgiordania.
A un mese e mezzo dalle elezioni, due terremoti di magnitudo tale da seppellire la lunga carriera politica di Netanyahu: il gatto dalle sette vite stavolta rischia di non sopravvivere. Che fosse un bugiardo patologico, gli israeliani lo sapevano già, ma è probabile che leggere di un suo rifiuto alla riconsegna immediata degli ostaggi civili proposta da Hamas nelle ore e nei giorni successivi al 7 ottobre, senza condizioni, sia troppo anche per una società plasmata da decenni di destra radicale.
Più di tutto, sembra cementarsi la consapevolezza che i danni all’immagine di Israele arrecati dal suo regime non siano meri schizzi su un volto immacolato, ma crepe profonde e potenzialmente irrimediabili. I pogrom dei coloni sono riusciti, in questo senso, dove il genocidio di Gaza non è riuscito: provocare l’intervento, non più solo a parole, dei governi alleati fino a lambire un super sionista come l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee.
Si potrebbe discutere delle ragioni di tale indignazione selettiva. La più potente sta probabilmente nei rischi che quella violenza rappresenta per l’unica soluzione possibile agli occhi dell’occidente, ovvero la formula separatista dei «due popoli due Stati»: l’espansione israeliana a suon di incendi, omicidi e devastazione ha reso palese, con trent’anni di ritardo, che uno stato di Palestina in simili condizioni è pura utopia. Ma più di tutto svela la fallacia della pace annacquata insita in quella soluzione: il punto non è creare uno stato di Palestina, ma far pensare che un giorno possa nascere davvero, mentre l’occupazione militare coloniale perpetra se stessa senza far rumore.
I coloni fanno rumore, troppo rumore. Lo sanno i governi alleati, come lo sanno le opposizioni israeliane. Che non hanno intenzione di stravolgere le politiche strutturali di Tel Aviv (basti vedere le reazioni indignate alle sanzioni annunciate ieri), ma vogliono tornare a renderle meno eclatanti.
Se il 27 ottobre dovesse nascere una maggioranza guidata dal principale rivale di Bibi, l’ex generale Gadi Eisenkot, è possibile che si assisterà a un miglioramento della situazione dei diritti umani: condizioni di detenzione migliori per i prigionieri politici, permessi di lavoro in territorio israeliano per i palestinesi, leggera ripresa dell’economia della Cisgiordania, pugno più duro contro le milizie dei coloni. Bene. Ma l’occupazione, meno feroce, meno eclatante, resterebbe dov’è. Qualcosa da dimenticare di nuovo, come un brutto sogno.