Dentro o fuori? Meglio fuori!
Il dibattito sulle prospettive della sinistra ticinese viene rilanciato da Quaderni alternativi: la sinistra vada all’opposizione rinunciando ad un Governo "che non è mai stato così mal messo come in questa legislatura"
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Il dibattito sulle prospettive della sinistra ticinese viene rilanciato da Quaderni alternativi: la sinistra vada all’opposizione rinunciando ad un Governo "che non è mai stato così mal messo come in questa legislatura"
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Il dibattito sulle prospettive della sinistra ticinese viene rilanciato da Quaderni alternativi: la sinistra vada all’opposizione rinunciando ad un Governo "che non è mai stato così mal messo come in questa legislatura"
Di Fabio Dozio, Quaderni alternativi
Lanciamo un sasso nello stagno discutendo dello stato del Cantone, e della sinistra, in vista delle elezioni politiche, previste nell’aprile dell’anno prossimo.
Si fa un gran parlare di “storica crisi istituzionale”. Al di là degli ultimi accadimenti, sembra chiaro che ci troviamo confrontati con una crisi politica, una perdita di credibilità del Consiglio di Stato, che ha avuto, già con l’arrocco di un anno fa, un punto culminante e simbolico. Ma anche la Magistratura sta attraversando un periodo travagliato.
Più di un commentatore ha lanciato la provocazione di “mandare tutti a casa” i membri dell’esecutivo. “Tabula rasa”, ha proposto il direttore de laRegione Daniel Ritzer. Giornalisticamente un pungolo appropriato e condivisibile, ma politicamente finisce per essere una proposta vana. Sostituire gli attuali cinque consiglieri con amici di partito papabili cosa cambierebbe? Poco o niente. Non ci sembra di vedere una fila di statisti pronti a salire lo scalone del Palazzo delle Orsoline.
In queste condizioni ha senso che la sinistra stia sul carro sgangherato del Governo, sempre in minoranza e dovendo subire la “trappola della responsabilità”? No, non ha senso. L’unica vera alternativa è che la sinistra, l’attuale alleanza rosso-verde-MPS, rinunci alla partecipazione al Governo e passi all’opposizione. Vecchia storia che ogni tanto risuscita. A Berna se ne parla da anni, in Ticino meno, anche perché il governo viene eletto dai cittadini e non è condizionato in anticipo da alleanze. Nel 1920, ai primordi, si parlava di “partecipazione anticollaborazionista”, ora la musica governativa socialista è un inno al collaborazionismo.
Perché uscire dal governo? Perché si è costretti ad assumere responsabilità politiche di centro destra senza avere gli strumenti e la forza per modificarle. Alla riunione dell’alleanza di sinistra tenuta allo Spazio Aperto di Bellinzona nell’ottobre dell’anno scorso, si è ripetuto che la presenza in Consiglio di Stato è un mezzo e non un fine, si è detto che si tratta di valutare “cosa si porta a casa”. Infatti! Salvo che questo bilancio non è mai stato fatto. La partecipazione al Governo risale all’aprile del 1922 e per anni il dibattito è stato vivo: “Invischiato nelle logiche consociative, e in taluni frangenti alleato dei partiti borghesi alla guida del paese, il consigliere di stato apparve, agli occhi dei più radicali, come l’emblema dell’odiato riformismo socialdemocratico, della collaborazione e del compromesso di classe. Da qui la costante richiesta di una condotta più conforme ai principi ideali del socialismo, di un atteggiamento più duro e intransigente nei confronti della maggioranza borghese e, per i più conseguenti, dell’uscita dei socialisti dal governo cantonale”. (Tobia Bernardi, Giacomo Müller, Tracce di rosso).
Recentemente Marina Carobbio, alla RSI, ha dichiarato: “Sono socialista, sono consapevole che in governo bisogna costruire delle maggioranze. Non si va in governo solo per essere contro, ma cercare di ottenere qualcosa e nei prossimi mesi avrò anche modo di fare un bilancio di quello che ho potuto fare in quattro anni”. In questi tre anni e mezzo non abbiamo notato quali maggioranze sia riuscita a costruire Carobbio né, soprattutto, quali decisioni o misure “socialiste” siano state approvate dall’esecutivo. Ci ricordiamo però, per esempio, il suo appoggio allo sciagurato arrocco e l’approvazione del taglio dei sussidi a Supsi e USI. Ci fermiamo qui e restiamo in attesa del promesso bilancio.
Intanto merita di ricordare che la collegialità, rispettata con devozione dai consiglieri socialisti, non è una prigione. Nel regolamento che disciplina l’attività dell’esecutivo, l’articolo sulla collegialità recita: “Un membro del Consiglio di Stato può, informandone il Collegio, esprimere le proprie divergenze di voto e di opinione”. Forse ai compagni in governo il regolamento è sfuggito. Resta famosa la decisione di Patrizia Pesenti, “sdraiatasi sui binari” con l’intento di rifiutare i tagli imposti dal preventivo del 2004. Sanzionata dai colleghi di governo, la scelta procurò un ottimo risultato alle elezioni nazionali per il partito socialista.
Potrebbe ancora avere un briciolo di senso la presenza in Consiglio di Stato se il PS dirigesse il Dipartimento della sanità e della socialità, storicamente legato ai socialisti e politicamente più funzionale. Ma nel 2019 Manuele Bertoli ha preferito mantenere il DECS anche dopo l’affossamento, in votazione popolare nel settembre del 2018, della “Scuola che verrà”. Un errore politico madornale!
Torniamo all’uscita dal Governo per il 2027. Vien da dire: se non ora, quando?
La situazione istituzionale non è mai stata così critica e quella politica è anche peggio. In Governo entra un esponente dell’Unione democratica di centro che, verosimilmente, sarà riconfermato ad aprile. Quindi non ci sarà più opposizione e il governo accentuerà il suo carattere destrorso. Freno alla spesa, tagli al sociale e alla formazione. Per fortuna non abbiamo un esercito cantonale, sennò finiva anche lì una montagna di milioni. In questa costellazione partitica e politica cosa ci fa la socialista? O la verde? E il combattivo Pronzini, che merita sostegno per il suo lavoro di parlamentare: che ci fa nella lista per il Governo borghese uno che milita per la rivoluzione e contro il capitalismo?
Inoltre, rinunciare al governo può essere una boccata di aria fresca che potrebbe mobilitare i numerosi astensionisti che hanno perso interesse per la politica.
Se si voleva rafforzare la presenza in governo, bisognava organizzare un’alleanza di tutto lo spettro della sinistra. Da Avanti al partito comunista: certo Amalia Mirante è il babau dei socialisti, ma la realpolitik insegna che bisogna pensare alla base dei partiti e non ai vertici. Questa prospettiva è l’unica che poteva far pensare di conquistare due seggi in Consiglio di Stato. Con l’alleanza di oggi non ci sono i numeri. Anche perché l’apertura all’MPS non è certo gradita alla base socialdemocratica, come ha detto chiaramente Renzo Ambrosetti, storico sindacalista ed esponente della prima ora del partito socialista, che sceglierà la lista senza intestazione. E forse non piace nemmeno a tutti i votanti MPS. E anche la presenza in lista di Gysin, presidente di un sindacato d’ispirazione cristiana, secondo Ambrosetti, può creare qualche scontento a sinistra.
D’altra parte la copresidente socialista Laura Riget ha affermato, alla RSI, che “il nostro obiettivo non è massimizzare a tutti i costi i nostri voti elettorali”, ma si accontenta di proporre una politica seria.
Naturalmente deve andare all’opposizione tutto lo schieramento rosso-verde. Per l’MPS non cambia nulla, anzi, evita l’ ipocrisia. La nuova alleanza non ha prodotto dibattito e, infatti, il programma non sembra un granché. L’appello lanciato dall’MPS è stato sottoscritto da 200 persone. Praticamernte gli amici e i famigliari stretti dei promotori. Se pensiamo che nello stesso periodo sono state raccolte 20 mila firme contro i tagli agli aiuti domiciliari o 1900 firme in pochi giorni contro i tagli a USI e SUPSI, si conferma che la società civile reagisce sulle rivendicazioni materiali e poco o niente sui proclami politici superati per contenuto e stile. “La bussola che punta a un Ticino diverso”, che presenta quindici impegni comuni della lista unitaria per il Consiglio di Stato, è assolutamente condivisibile, ma si tratta di una sfilza di rivendicazioni scontate e generiche. Manca solo la “pace nel mondo” auspicata dalle vincitrici dei concorsi di Miss Universo. Bisogna voltar pagina e imparare da chi fa meglio. Per esempio dal nuovo sindaco di New York Mamdani che ha svolto la campagna elettorale con un manifesto di dieci punti principali, molto concreti, ad esempio: blocco degli affitti, asili nido gratuiti, salario minimo, tasse più alte per i ricchi, autobus gratuiti. Dieci punti per smuovere una città di otto milioni di abitanti!
Stare all’opposizione rappresenta l’unica vera alternativa: potrebbe essere un investimento per i prossimi quattro anni e dovrebbe animare l’alleanza a sinistra con più libertà. La “lista pluralista” appare a molti come una forzatura, priva di coerenza (manca solo un liberale!). Stare fuori significa anche rafforzare l’identità della sinistra, rinunciando a un seggio che non porta a casa niente e non ha nemmeno più un valore simbolico. Anzi, per il PS la partecipazione al governo sembra avere un effetto anestetizzante su tutto il partito, che finisce per essere sempre sottomesso ai consiglieri di stato. Si veda, appunto, quanto capitato in occasione dell’arrocco, condannato dalla direzione ma poi velocemente dimenticato.
Ma c’è un problema. Stare all’opposizione vuol dire lavorare. Essere attivi nella società civile. Creare occasioni di dibattito e di mobilitazione su rivendicazioni concrete. Un esempio positivo in tal senso lo offre ErreDiPi – e il sagace Quaresmini – che in questi anni ha occupato uno spazio lasciato libero da un sindacato addormentato e subordinato alle istanze ministeriali del DECS. ErreDiPi ha seminato bene e ha raccolto frutti.
Bisogna considerare che in Ticino, a differenza della Svizzera, esiste l’iniziativa legislativa, oltre al referendum. Dunque due opportunità di democrazia diretta che permettono di essere presenti ed efficaci politicamente. Si possono proporre leggi e si può cercare di bocciare decisioni contrarie agli interessi della sinistra: le ultime vittorie qualificanti della sinistra sono passate da lì.
Però si deve lavorare, e molto più di quanto i socialisti abbiano fatto in questi quattro anni. Con l’eccezione del capogruppo Ivo Durisch, che merita un plauso per il suo impegno, dov’erano i giovani socialisti eletti nell’ultima tornata in Gran Consiglio?
Bisogna lavorare. I collaboratori di Mamdani a New York hanno bussato a decine di migliaia di case. Anche la Linke, a Berlino, con la Haustürgespräche ha suonato a 60 mila abitazioni.
Va riproposto l’uso della scheda bianca. È stata in voga nel 1970 e nel 1974, quando l’allora Partito socialista autonomo decise di non partecipare all’elezione per il governo. Certo, erano altri tempi, ma forse un ritorno al passato per la cultura di sinistra non è da scartare.
“Già nell’agosto del ’70 – ci ricorda Pompeo Macaluso nella sua Storia del PSA – Martinelli e Cavalli erano stati incaricati di stendere una bozza del documento congressuale, che costituirà il nucleo della ‘Relazione preparatoria’ approvata alla fine di ottobre dall’Ufficio Politico ed inviata per il dibattito alle sezioni. Per principio, in quanto ‘semplice organo di gestione – amministrazione degli interessi della borghesia’, ma anche per non compromettere la credibilità dell’appello anticonsociativo, veniva esclusa la presenza in Consiglio di Stato. (…) Per queste ragioni il PSA non avrebbe esibito programmi, non avrebbe fatto promesse, non avrebbe dato garanzie per future realizzazioni. Si sarebbero invece documentate le quotidiane vicissitudini dei cittadini, mostrando come ‘i salari insufficienti, l’aumento degli affitti, l’inquinamento, derivassero direttamente dallo sfruttamento capitalistico’. Una battaglia di minoranza, certo, ma capace di allargarsi a tutti coloro che si rendevano conto che così non si poteva continuare”.
Se si votasse in massa scheda bianca il risultato avrebbe un senso.
Concludiamo con l’osservazione di un grande radicale, Dick Marty che si chiedeva se la partecipazione al governo di tutti i partiti principali fosse ancora attuale: “La collegialità assume così aspetti un po’ grotteschi che a mio parere nuociono alla credibilità della politica”.
Abbiamo lanciato un sasso nello stagno o, forse, solo una voce nel deserto.
L’Afghanistan talebano dove per le donne che rivendicano autonomia, dignità, diritto allo studio e al lavoro, non c’è posto
La Svizzera è sinonimo di democrazia stabile e benessere. Per questo è spesso invidiata. Tuttavia, la pressione esterna aumenta e la coesione nazionale è fragile