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Secondo gli indicatori economici la diagnosi è crudele: per il Ticino ci vorrebbe una terapia intensiva
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Secondo gli indicatori economici la diagnosi è crudele: per il Ticino ci vorrebbe una terapia intensiva
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Secondo gli indicatori economici la diagnosi è crudele: per il Ticino ci vorrebbe una terapia intensiva
L’altro giorno abbiamo portato il canton Ticino dal medico di famiglia, per una verifica del suo stato generale di salute. Per determinarlo con una certa precisione, certo non assoluta e con molti lati destinati a rimanere oscuri, il medico ha chiesto all’infermiera di prelevare dal paziente un campione ematico: già l’analisi del sangue, ha spiegato, fornirà preziose indicazioni.
Alcuni giorni dopo sono giunti dal laboratorio (dell’USTAT ma non solo) i risultati, vale a dire gli indicatori socio-economici. Ebbene: la situazione è critica su più fronti.
Nel corso degli anni i salari non sono mai davvero riusciti ad agganciarsi ai livelli nazionali. Mediamente il salario mensile lordo in Ticino è calcolato in 5’301 franchi (CH 6’788 fr., dati del 2022). Rimane importante la differenza tra l’uomo (5’532) e la donna (4’812). Non è una novità, anzi: è una di quelle difformità che gli storici dell’economia hanno sempre rilevato fin dalla formazione del cantone ai primi dell’Ottocento.
Secondo dato, quello relativo alla disoccupazione. Qui non è facile contare i disoccupati, perché i metodi divergono. Le percentuali fornite dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO) sono confortanti, prossime alla piena occupazione: 2,6% (meglio che in CH: 2,9). Più alto invece il dato che giunge dall’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), che lo pone al 6,7%. Il SECO riporta esattamente il numero dei disoccupati registrati a fine mese, mentre l’ILO si basa su inchieste telefoniche e proiezioni. Nel primo caso, l’accuratezza c’è, ma riguarda soltanto le persone che effettivamente risultano iscritte agli uffici regionali di collocamento: chi non figura, esce dalle statistiche. L’ILO cerca di tener conto anche di questa fascia diventata invisibile, ma qui prevale la congettura sulla sistematicità.
Forse, per avvicinarsi al vero, vale la pena di spostare l’angolo visuale ed osservare l’erogazione dei sussidi di cassa malati (RIPAM): i beneficiari sono attualmente 111’500, ossia una persona residente su tre. In altre parole, senza questi aiuti pubblici un terzo della popolazione faticherebbe a pagarsi l’assicurazione malattia, il cui aumento nell’ultimo triennio è stato galoppante, sfiorando +27%. Secondo l’istituto di statistica dell’UE EUROSTAT, questi dati pongono il Ticino nella categoria delle regioni «a rischio povertà» (28,3%, dunque largamente al di sopra della media nazionale, che si situa al 16,1). Sono numeri che a prima vista sorprendono e anche turbano, sebbene si riferiscano al «rischio» e non ad una condizione effettiva di sofferenza sociale (che comunque rimane elevata, intorno al 14%, che scende al 6% solo grazie agli aiuti sociali). Anche qui è possibile individuare una costante nella storia recente del cantone: nel 1986 la prima indagine sull’indigenza relativa (rapporto Marazzi) indicava una percentuale di nuovi poveri analoga, oscillante tra il 15 e il 17%. A ciò si aggiunge un maggior tasso di indebitamento e una bassa capacità di risparmio, inferiore alla media nazionale (solo il 31% dei ticinesi riesce a metter da parte qualche soldo, contro il 47% degli svizzeri tedeschi).
Per chiarire il quadro clinico, e per predisporre un’adeguata terapia, il medico ha consigliato di rivolgerci ad uno specialista, nella persona del dott. Christian Vitta, titolare del Dipartimento delle finanze e dell’economia. Il dott. Vitta ci ha ricevuto cortesemente, com’è suo costume, ma subito ha allargato le braccia: «il preventivo che abbiamo allestito prima del 28 settembre scorso (la domenica del doppio sì alle iniziative di PS e Lega sulle casse malati) per il momento è sospeso, non sappiamo ancora quale sarà con buona approssimazione la ricaduta sulle finanze del cantone. Vedete: nel 2022 il popolo ha accolto il Decreto concernente il pareggio del conto economico entro la fine del 2025, ma ora lo stesso popolo lo ha indirettamente ripudiato approvando le due iniziative: misure destinate a sfasciare il bilancio dello Stato. Sono molto preoccupato».
Non è la prima volta che le finanze pubbliche finiscono in terapia intensiva. Anzi, si può ben sostenere che l’assillo finanziario abbia accompagnato come un’ombra il cammino del cantone sin dal 1803. Osservava nel 1854 il nostro più illustre padre della patria, Stefano Franscini, in un volumetto intitolato Semplici verità ai ticinesi sulle finanze e su altri oggetti di ben pubblico: «Pensi e rifletta ognuno di noi, che la crisi finanziaria in particolare, che dura da così lungo tempo, non può guari [molto] prolungarsi ancora senza esporre il Cantone al pericolo eminente di un rovinoso dissesto. Pensi e rifletta che i tumulti ed altri disordini di certe nostre assemblee attirarono, già da alcuni anni, l’attenzione de’ Confederati e dell’Estero; e che le emergenze di più fresca data non possono non aver destato il sospetto di uno stato sociale in pericolo di cadere nell’anarchia».
All’uscita dello studio, il canton Ticino ha ripreso a barcollare, il volto sempre più terreo, la voce tremula. Ha chiesto di poter avere qualcosa di forte, o almeno un ricostituente. Ma ormai i negozi erano chiusi, e pure la farmacia di quartiere.
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