Fino a quando?
Ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri. La parte ricca e democratica del mondo farebbe bene a lavorare seriamente per ridurre le differenze, prevenendo così i conflitti sociali del futuro
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Ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri. La parte ricca e democratica del mondo farebbe bene a lavorare seriamente per ridurre le differenze, prevenendo così i conflitti sociali del futuro
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Ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri. La parte ricca e democratica del mondo farebbe bene a lavorare seriamente per ridurre le differenze, prevenendo così i conflitti sociali del futuro
Secondo l’ultimo rapporto sulle disuguaglianze di Oxfam, intitolato “L’ora più buia per l’uguaglianza“, 2’769 persone, lo 0.00003% della popolazione mondiale, possiede una ricchezza valutata in 15 bilioni (15 milioni di milioni) di dollari; al contempo, 3.5 miliardi di esseri umani, pari al 38.8% della popolazione mondiale, deve campare con 2’500 dollari all’anno al massimo. Se la ricchezza dei super ricchi fosse distribuita tra i meno fortunati, 3.5 miliardi di persone riceverebbero a testa l’equivalente di quasi due anni delle risorse che usano per sfamarsi. In Svizzera i miliardari sono 41 e posseggono 221.8 miliardi di dollari, l’equivalente di oltre 24’600 franchi per ognuno dei 9 milioni di residenti nel Paese, bambini e centenari compresi.
Oltre un terzo dei grandi patrimoni mondiali sono stati ereditati, quindi non hanno nulla a che fare con la capacità o il merito di chi li possiede, e ciò è soprattutto vero per i miliardari giovani, al di sotto dei 30 anni di età. Il trapasso di queste fortune tra le generazioni non è nemmeno stato particolarmente tassato, grazie alle scelte di numerosi Paesi, compreso il nostro, di ridurre o abolire la tassazione sulle successioni.
La concentrazione di queste fortune inimmaginabili in pochissime mani è un grave problema da più punti di vista. Non sono solo le organizzazioni progressiste a dirlo, ma anche poco meno di 400 miliardari e milionari di 22 Paesi che hanno firmato una lettera aperta intitolata “We must draw the line”, in cui hanno chiesto ai leader presenti al WEF di Davos di mettere un freno all’ enorme concentrazione di ricchezza che compromette la qualità delle democrazie e la coesione sociale. Il problema non si limita quindi solo alla constatazione dell’insopportabile ingiustizia quanto alla ripartizione della ricchezza, ma tocca direttamente la tenuta del sistema democratico, la sua difesa dalla corruzione, dallo straripante potere dei soldi e dai capricci di pochi o pochissimi.
Se le cose sono peggiorate negli ultimi anni non è per caso. In molti Paesi le maggioranze politiche hanno pensato che fosse meglio giocare la carta del tappeto rosso per i ricchi e i ricchissimi, in una servile e indegna competizione al ribasso sulle condizioni fiscali, invece di collaborare per contenere questa disuguaglianza rivoltante. Il nostro Paese non è certo sfuggito a questo fenomeno e vi ha anzi contribuito largamente, anche con il benestare del popolo, che per esempio non ha voluto mettere un freno alla concorrenza fiscale tra Cantoni e che spesso ha approvato sgravi fiscali importanti per i grandi contribuenti senza alcuna contropartita (il Ticino lo ha fatto meno di un anno fa). Un piccolo elemento in controtendenza è stato il limite minimo del 15% della tassazione sui grandi gruppi voluta da Biden e puntualmente oggi rimessa in discussione dall’attuale presidente USA.
Accanto al gigantesco problema dell’ingiusta ripartizione delle ricchezze, oggi appare anche quello della volontà di una parte dei superricchi di occuparsi del bene pubblico o di occupare privatamente spazi normalmente di competenza dell’ente pubblico. La partecipazione diretta di persone ricche e ricchissime all’agone politico e il loro interesse per la proprietà dei mezzi di comunicazione di massa e per i comparti economicamente più promettenti del servizio pubblico e delle istituzioni pubbliche (linee ferroviarie ad alta velocità, sanità universitaria, istituzioni universitarie con ricerca di punta, media, istituzioni della previdenza, imprese energetiche ecc.) non sono delle novità, ma questi fenomeni si sono accentuati, anche grazie alla crescita delle fortune private da investire in questi ambiti. I leader politici che non dispongono di fortune personali ingenti prima di entrare in politica cominciano a diventare merce rara, smentendo ancora una volta il principio del merito.
E siccome al peggio non c’è fine, forza è di constatare che una parte dei ricchi o ricchissimi entrati in politica, magari brandendo rosari e crocefissi, sta facendo la propria fortuna in questo ambito anche promuovendo la guerra ai disperati, che oltre a non beneficiare di una ripartizione della ricchezza meno brutale, si vedono anche trattati come bestie da cacciare, deportare o spostare. Disperati tra l’altro costretti a emigrare sia a seguito dei conflitti decisi o sostenuti proprio dagli stessi leader politici che oggi cavalcano il tema dell’immigrazione come problema per le nazioni occidentali, sia a seguito dell’inaccettabile diseguaglianza economica di cui sopra, sia in conseguenza dei primi gravi problemi dovuti ai cambiamenti climatici.
In altri tempi conflitti basati su questi elementi hanno suscitato rivolte, si pensi alla lotta contro la schiavitù, alla nascita dei movimenti socialisti e comunisti, alle lotte anticoloniali, alle lotte delle donne, per cui c’è da immaginare che qualche forma di reazione nei prossimi anni sorgerà.
La parte ricca e democratica del mondo, invece di subire questo sconcio, farebbe bene a lavorare seriamente per ridurre le differenze, prevenendo così i conflitti sociali del futuro. Ma siccome gli insegnamenti della storia solo raramente portano a scelte politiche avvedute, è molto difficile che questo accada davvero, anche per mancanza di maggioranze popolari pronte a sostenere una prospettiva di questo genere. E allora, in attesa che il Titanic incontri l’iceberg della rivolta, pur non rinunciando a sollecitare un sussulto da parte di chi non concorda con quanto sta succedendo, a malincuore per il momento non posso che unirmi a Michele Serra augurandovi di essere in grado di sopportare l’attuale medioevo.
Nell’immagine: illustrazione dal rapporto di Oxfam
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