Di Giacomo Talignani, La Stampa
Immaginate un mondo futuro dove l’Europa, soprattutto quella occidentale, inizia a vivere inverni rigidissimi ed estati dove la siccità è devastante. I mari, nel frattempo, lì come altrove, salgono anche di 50 centimetri. Più a sud, nella fascia tropicale del Pianeta, miliardi di persone che per coltivare e vivere fanno affidamento sulle precipitazioni si ritrovano senza più pioggia. Tutto è sconvolto, capovolto: è lo scenario drammatico di cosa accadrebbe con il collasso dell’AMOC, la circolazione atlantica meridionale invertita [di cui fa parte la più nota Corrente del golfo, ndr], il fenomeno fondamentale che oggi permette gli equilibri che conosciamo sulla Terra.
Molto si è detto e scritto, fra gli scienziati, su come le tendenze legate alla crisi del clima innescata dalle emissioni dell’uomo stanno mutando questa corrente e in più occasioni si è parlato del suo possibile collasso, talvolta ipotizzato e in altri casi smentito. Ora però un nuovo studio, pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters, ha cambiato approccio per capire cosa sta accadendo alla corrente e, analizzando i modelli standard utilizzati dall’IPCC, il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici, ha elaborato scenari a lungo termine che appaiono preoccupanti: secondo gli esperti la possibilità che questo collasso avvenga non è più remota, ma reale e non così lontana. Prima si diceva infatti che fosse un evento poco probabile ma ora i ricercatori suggeriscono invece che si tratta di un evento realmente possibile e chiedono urgenza nell’unica cosa da fare per provare ad evitare questo cambiamento: ridurre le emissioni legate ai combustibili fossili. Una indicazione precisa nonostante parte del mondo, guidata dalla battaglia negazionista di Donald Trump, stia andando esattamente nella opposta direzione, pompando ancora di più un’economia basata su petrolio, carbone e gas. L’AMOC è fondamentale per il clima: questa circolazione porta l’acqua tropicale, più calda, in Europa e nell’Artico. Lassù l’acqua si raffredda e sprofonda dando vita a una profonda corrente di ritorno. Questa circolazione tiene in piedi le attuali dinamiche del clima come le conosciamo.
Ci sono stati finora tantissimi studi sulla corrente: molti esperti concordano che abbiamo raggiunto, a causa della crisi climatica, il suo punto di massima intensità negli ultimi 1600 anni e che oggi stia cambiando. Una ricerca recente sosteneva però che un collasso prima del 2100, cioè fra meno di ottanta anni, fosse improbabile. La nuova analisi invece fa altre stime. Gli scienziati in questo caso hanno provato a calcolare le dinamiche dei modelli su un periodo più lungo, fino al 2300 e al 2500: in questo contesto sono certi che il collasso avverrà ma danno anche una indicazione in più, ovvero che il punto di non ritorno, quello in cui sarà impossibile tornare indietro prima del declino, avverrà fra pochi decenni (anche se il collasso non si verificherà prima di mezzo secolo o un secolo). Un avvertimento che è particolarmente importante ora. Nonostante i tagli alle politiche climatiche, nonostante le incertezze sui grandi accordi internazionali come le COP, i ricercatori indicano però che siamo ancora in tempo per evitare il punto di non ritorno, a un patto però, solo se riusciremo a non aumentare il livello di emissioni. Lo studio sostiene infatti che se le emissioni climalteranti continuassero a salire il 70% dei modelli sperimentati indica un collasso. In un livello intermedio di emissioni questo crollo si verifica invece nel 37% dei modelli e anche se avremo emissioni basse l’arresto dell’AMOC è osservabile nel 25% dei modelli.
Stefan Rahmstorf del Potsdam Institute for Climate Impact Research, che ha preso parte allo studio, spiega che si tratta di risultati “piuttosto scioccanti. Ero solito pensare che la probabilità che l’AMOC crollasse a causa del riscaldamento globale fosse inferiore al 10% ma ora, anche in uno scenario a basse emissioni, nel rispetto dell’accordo di Parigi (dal quale gli Stati Uniti sono usciti, ndr), sembra che potrebbe essere più vicina al 25%. Questi numeri non sono molto certi, ma stiamo parlando di una questione di valutazione del rischio in cui anche una probabilità del 10% di un collasso sarebbe troppo alta. Abbiamo scoperto che il punto di svolta in cui il crollo diventerà inevitabile sarà probabilmente nei prossimi 10-20 anni circa. Anche questa è una scoperta piuttosto scioccante ed è il motivo per cui dobbiamo agire molto rapidamente per ridurre le emissioni” conclude lo scienziato. Per Sybren Drijfhout del Royal Netherlands Meteorological Institute è importante considerare che “il rischio di collasso è più serio di quanto molti credono. La maggior parte delle proiezioni climatiche infatti si ferma al 2100. Ma alcuni dei modelli standard dell’IPCC sono ormai proiettati nel futuro per secoli e mostrano risultati molto preoccupanti”.
Una preoccupazione che nasce anche grazie a dinamiche già osservabili. L’AMOC è infatti un nastro trasportatore oceanico che, rimandando indietro acqua di profondità più fredda e densa verso sud, contribuisce a mantenere per esempio mite il clima in Europa e influenza gli altri modelli meteo. Le simulazioni mostrano però come questa dinamica sia sull’orlo di un punto di svolta per esempio nei mari del Labrador e del Nord dove, a causa del riscaldamento globale, la miscelazione verticale delle acque oceaniche è indebolita: in sostanza la superficie del mare rimane più calda e leggera rendendola “meno incline a sprofondare e a mescolarsi con le acque più profonde. Questo indebolisce l’AMOC, con conseguente minore flusso di acqua calda e salata verso nord” scrivono gli esperti. Questi e altri passaggi inoltre non includono molti altri dettagli, come per esempio il fatto che “l’acqua dolce extra derivante dalla perdita di ghiaccio in Groenlandia spingerebbe il sistema ancora più in là: ecco perché è fondamentale ridurre rapidamente le emissioni. Ciò ridurrebbe notevolmente il rischio di un arresto dell’AMOC anche se è troppo tardi per eliminarlo completamente” avverte Rahmstorf ricordandoci ancora una volta che “un drastico indebolimento e arresto di questo sistema di correnti oceaniche avrebbe gravi conseguenze in tutto il mondo”.