L’avvento dell’intelligenza artificiale non decreta il crepuscolo del lavoro, prefigurandone piuttosto una metamorfosi radicale o una riconfigurazione profonda. All’interno di un simile orizzonte, le professioni incardinate sul welfare – psicologi, pedagogisti, educatori, insegnanti, operatori sociali e sociosanitari, personale infermieristico, e in genere tutte quelle figure dedite alla cura e alla relazione – si affermano come uno degli scenari più decisivi per il destino occupazionale europeo. Le stime dei maggiori organismi internazionali convergono nell’indicare come la transizione in atto tenderà a logorare in via prioritaria le mansioni amministrative, fungibili e altamente standardizzabili; all’opposto, le funzioni ad alta intensità relazionale paiono destinate non solo a preservare la propria consistenza, ma a espandersi significativamente.
Una tale traiettoria, beninteso, non pertiene a un domani lontano e imperscrutabile. Il Future of Jobs Report 2025 prodotto dal World Economic Forum annovera tra le occupazioni in ascesa da qui al 2030 una pluralità di ruoli incardinati nella care economy, tra i quali spiccano il personale infermieristico, i professionisti del lavoro sociale, gli esperti di counselling e mediazione, gli addetti all’assistenza alla persona e il vasto orizzonte dell’educazione e dell’istruzione. Parimenti, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), mediante il suo Employment Outlook 2023, ribadisce come l’IA sia destinata a riconfigurare in primo luogo la morfologia dei compiti, l’architettura dei processi organizzativi e l’assetto delle competenze, piuttosto che innescare una piana e indiscriminata distruzione di impieghi. Nella medesima scia si collocano le indagini promosse dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) circa l’esposizione della forza lavoro all’impatto dell’IA generativa: l’erosione riguarderà segnatamente quei segmenti di operatività più routinari e ripetitivi, rifuggendo dal prefigurare un azzeramento meccanico di intere filiere professionali.
Il paradosso della modernità tecnologica
Si delinea, in tal guisa, un paradosso solo in apparenza sorprendente: quanto più le compagini sociali europee assumeranno connotati di un’estrema sofisticazione tecnologica, tanto più si farà stringente la necessità di un apporto squisitamente umano nei servizi di welfare. Non ci troviamo di fronte a una compensazione di natura marginale, bensì a una ridefinizione strutturale del mercato del lavoro. Se, per un verso, si assisterà a un’espansione delle figure preposte alla progettazione, al governo e al controllo delle nuove architetture digitali, per l’altro si accrescerà esponenzialmente l’esigenza di professionisti chiamati a educare, accompagnare, sostenere e prendersi cura di individui e comunità attraversati da vulnerabilità e bisogni di crescente complessità.
È assai probabile che l’IA penetrerà diffusamente anche nei gangli dei servizi socioeducativi e sociosanitari, ottimizzando la gestione documentale, l’analisi dei dati, la pianificazione delle turnazioni, lo snellimento delle pratiche burocratiche e fornendo un ausilio prezioso nei processi decisionali di ordine organizzativo. Tuttavia, essa difficilmente potrà rimpiazzare la dimensione della relazione diretta, la fine e profonda interpretazione antropologica di contesti opachi e multiformi, il delicato presidio della sfera comunicativa ed emotiva, l’assunzione di responsabilità etica e la complessa tessitura dei legami di fiducia: prerogative costitutive dell’essenza stessa del lavoro di cura. Un apparato algoritmico può indubbiamente intercettare e segnalare un indice di rischio; non possiede però, in radice, lo spessore per comprendere intimamente una sofferenza, per affiancare una famiglia nel guado di una crisi o per sorreggere e contenere le fragilità di un adolescente, di un anziano non autosufficiente o di una persona afflitta da disagio psichico.
La domanda crescente di lavoro qualificato nei servizi socioeducativi e sociosanitari
Il nodo di fondo, dunque, non risiede banalmente nell’appurare se il welfare offrirà maggiori volumi occupazionali, quanto nel domandarsi quale spessore professionale sarà preteso e quale dignità lavorativa verrà in sostanza garantita. Il fabbisogno di personale qualificato negli ambiti socioeducativi e sociosanitari è fisiologicamente votato all’incremento a causa di precise dinamiche strutturali: l’invecchiamento demografico, l’accentuazione della non autosufficienza, la recrudescenza del disagio psichico, l’acuirsi delle fragilità familiari e territoriali, unitamente all’aggravarsi delle disuguaglianze materiali e della povertà, nonché all’espansione delle richieste educative. Questa sommatoria di vulnerabilità ed esigenze genera una domanda di cura e di presidio sociale tale da non ammettere di essere liquidata attraverso una piatta addizione numerica degli organici.
Occorreranno, al contrario, professionisti in grado di coniugare rigore tecnico-scientifico, postura riflessiva, sensibilità comunicativo-relazionale e affinamento etico, abbinati alla capacità di cooperare in équipe e a un impiego consapevole dei dispositivi digitali. In assenza di un investimento politico lungimirante, il rischio si biforca. Per un verso, lo spettro di una carenza cronica di operatori e di un loro logorante turnover è destinato a perdurare. Per l’altro, il sistema potrebbe reagire assecondando una dequalificazione sotterranea: percorsi formativi decurtati, preparazione sommaria, sovraccarico organizzativo e reclutamento di figure inadeguate per tamponare contingenze ormai endemiche. Sarebbe una china rovinosa, giacché le pratiche di cura e le prassi socioeducative non sono affatto espletabili in maniera frammentaria, pressapochistica o a bassa qualificazione, ma si ergono a professioni caratterizzate da un’elevata densità cognitiva, morale ed emotiva.
È precisamente in questo snodo che il quadro esige di essere ulteriormente problematizzato, dal momento che l’eventuale designazione del welfare come uno dei principali bacini occupazionali delle società europee non collima, di per sé, con un equo riconoscimento dei ruoli che lo sostanziano. Non appare peregrina l’ipotesi che la progressiva rarefazione della stabilità in altri rami produttivi finisca per sospingere verso l’assistenza una porzione via via più larga della forza lavoro, mossa dal pungolo della necessità piuttosto che da una salda adesione vocazionale. L’insidia, allora, è che il welfare scada a mero ammortizzatore occupazionale delle scosse telluriche provocate dall’IA: un approdo di ripiego dove l’impiego sia sì accessibile, ma al prezzo di retribuzioni contenute, carichi lavorativi esorbitanti, turni sfiancanti, usurante pressione emotiva e un progressivo deficit di riconoscimento sociale.
Come rammenta l’OCSE, la metamorfosi del panorama lavorativo richiederà investimenti assai più ingenti in formazione e riqualificazione rispetto ai livelli attualmente disponibili. Una prospettiva che, sebbene possieda validità generale, assume una valenza prioritaria e imprescindibile nel campo del benessere psicofisico e della salute comunitaria, in cui l’eccellenza dei servizi è direttamente proporzionale alle qualità umane e allo statuto formativo di chi vi opera.
Una società più algoritmica e automatizzata svelerà assai verosimilmente anche un volto più polarizzato e problematico, maggiormente esposto alla precarietà, a fratture o tensioni educative, a inedite derive di solitudine e disagio. I servizi di prossimità, le agenzie educative, la presa in carico della salute mentale, l’affiancamento alla disabilità e la complessa arte della mediazione sociale acquisiranno una preminenza assoluta, proprio nel momento in cui il resto del mercato del lavoro si dispiegherà verso un orizzonte in larga misura incerto, frastagliato e insidioso. Per simili ragioni, tali professioni non vanno difese e sostenute solo in nome di una mera retorica umanitaria, ma esigono di essere sancite come insostituibili infrastrutture civili. Senza insegnanti, educatori, operatori sociali, personale infermieristico e specialisti della relazione e della mediazione, i gangli stessi della coesione democratica sono votati a un inesorabile indebolimento.
Oltre il riarmo, investire nella cura
A questo punto emerge la domanda decisiva: dove reperire i finanziamenti necessari per rafforzare formazione, salari, supervisione, stabilità organizzativa e riconoscimento delle professioni di cura? La prima risposta è di natura squisitamente politica: le risorse esistono, ma la loro allocazione soggiace a precise priorità collettive. Oggi l’Europa sta imboccando con forza la strada del riarmo. La Commissione europea ha presentato il piano ReArm Europe / Readiness 2030 come un dispositivo strategico capace di mobilitare oltre 800 miliardi di euro per la difesa. Nel frattempo, diverse analisi segnalano una crescita molto rapida della spesa militare europea, con bilanci nazionali e sovranazionali sempre più orientati alla sicurezza armata.
Il problema non consiste nell’eludere il tema della sicurezza internazionale, quanto piuttosto nel chiedersi quale idea di sicurezza stia prendendo forma. Una società è davvero più sicura se investe massicciamente in armamenti ma lascia sottofinanziati i servizi preposti alla cura di anziani, minori, salute mentale, disabilità, povertà educativa e fragilità sociale? Numerosi studi critici mettono in evidenza la strutturale competizione, nonché l’inevitabile conflitto distributivo, tra l’espansione delle spese militari e la tenuta degli investimenti sociali, mostrando come il riarmo rischi di comprimere o ritardare il finanziamento di altre priorità pubbliche.
È a questo snodo che il dibattito deve ricollocarsi sul terreno del welfare. Se anche solo una quota delle nuove risorse convogliate verso la cosiddetta difesa fosse destinata alla formazione universitaria e professionale, al rafforzamento degli organici, all’aumento dei salari e alla qualità organizzativa dei servizi, l’Europa e la Svizzera sarebbero in grado di affrontare in modo ben più adeguato e lungimirante sia la transizione tecnologica sia quella demografica. Non si tratta di opporre in modo schematico sicurezza e welfare, ma di sostenere che la sicurezza reale delle nostre società dipende anche – e con ogni probabilità soprattutto – dalla loro capacità di curare, educare, includere, prevenire il disagio e promuovere il benessere individuale e collettivo.
Oxfam insiste da anni sul fatto che il lavoro di cura, sia esso retribuito o non retribuito, è sistematicamente sottovalutato, sottofinanziato e dato per scontato, benché costituisca una base essenziale del funzionamento socioeconomico delle nostre società. Una considerazione del genere si sposa perfettamente con il pensiero dell’economista francese Thomas Piketty, il quale sostiene che l’aumento delle disuguaglianze non si corregge con aggiustamenti marginali, bensì richiede una redistribuzione ambiziosa, una fiscalità progressiva e un irrobustimento dei pilastri del welfare. Il punto, applicato alle professioni di cura, è di un’evidenza cristallina: non si può chiedere al welfare di arginare le fratture del presente senza ridiscutere i criteri di distribuzione della ricchezza, le priorità fiscali e gli orientamenti della spesa pubblica. Se l’Europa trova centinaia di miliardi per il riarmo, ma non riesce a reperire risorse stabili per chi educa, assiste e cura, allora il problema non risiede nella scarsità, ma nella gerarchia politica dei princìpi e dei valori.
L’avvento dell’IA rende più evidente una verità sovente rimossa: non tutto ciò che è essenziale è misurato dal mercato, e non tutto ciò che è tecnologicamente avanzato è socialmente progressivo e benefico. Le professioni del welfare saranno tra quelle meno surrogabili dalla macchina e più necessarie nelle società a venire. Proprio per tale ragione, tuttavia, non possono essere considerate un semplice settore-rifugio per il lavoro espulso altrove. Esse necessitano di status, alta formazione, stipendi adeguati, riconoscimento pubblico e sistematico investimento politico. La vera sfida, nei Paesi europei come in Svizzera, non sarà soltanto reperire un maggior numero di operatori. Il vero discrimine si giocherà, piuttosto, su una questione cruciale: se la cura, l’educazione e la formazione dovranno restare un comparto essenziale ma politicamente subalterno, oppure assurgere a uno degli assi strategici attorno a cui ripensare, alla radice, il patto sociale del XXI secolo.
Nell’immagine: il futuro che nessuno vuole