Di Cesare Martinetti, La Stampa
Ottantuno anni dopo la caduta di Hitler che lasciò il paese in macerie e con l’incancellabile colpa dell’Olocausto, un partito che a quella Germania si richiama più o meno esplicitamente, vince le elezioni regionali in Sassonia. L’AfD prende il 44 per cento, superando largamente la somma dei voti di Cdu e Spd, i due storici partiti della rinascita postbellica. Sachsen-Anhalt, nell’ex Ddr, ha poco più di due milioni di abitanti (la metà di Berlino) ma il valore politico e simbolico di questo risultato è enorme.
Ancora non si sa se l’AfD avrà la maggioranza assoluta dei seggi e quindi potrà governare da sola la regione.
Il vincitore però è certo: Ulrich Siegmund, 35 anni, taglia atletica e occhi blu. È nato un anno dopo la caduta del muro di Berlino. È un tipo simpatico e allegro, un gran comunicatore, venditore di profumi di ambiente. Ha fatto una campagna elettorale per le strade e le piazze, ha girato tutta l’estate su un ciclomotore Simson, uno dei simboli evocativi della Ddr. Si è fatto conoscere sui social con tambureggianti video TikTok di trenta secondi. È l’esponente di una generazione senza complessi, nel suo entourage ci sono anche attivisti dell’Heimattreue Deutsche Jugend, la Gioventù patriottica tedesca, un gruppo messo fuori legge nel 2010 dalla Corte federale.
Il programma naturalmente è radicale: espulsione degli immigrati illegali, fuori dall’euro, scuole separate tra tedeschi e non, riscrittura della storia perché attualmente troppo colpevolizzante del Terzo Reich, stop all’informazione radio-tv pubblica.
L’Alternative für Deutschland (Alternativa per la Germania), il partito nato nel 2015 da un gruppo di economisti anti-euro, è diventato negli anni il collettore di tutti malumori, nostalgie, gruppi e gruppuscoli di dichiarata simpatia nazista, soprattutto nell’ex Ddr, nelle campagne dove sono nate anche varie comunità agricole “völkisch” che praticano la purezza etnica.
Ma la progressione dell’AfD pare inarrestabile anche ad Ovest, l’ultimo sondaggio del Politbarometer di pochi giorni fa la dà al 27-28% mentre la Cdu del cancelliere Merz non supera il 22. Una disfatta politica e anche personale a Est e a Ovest. La Sassonia è stata governata per vent’anni dalla Cdu che ieri ha dimezzato i suoi voti, confluiti tutti nell’AfD che è ormai il convitato il pietra della coalizione del governo federale.
Per l’Unione europea si apre un’altra falla, per lo meno nella tenuta psicologica: la campana della Sassonia suona per tutti i governi, soprattutto quelli del nucleo più storico che vedono erodersi un sodalizio nato nel dopoguerra per scongiurare la possibilità di nuove guerre. Le vecchie piste si confondono, la bussola è impazzita. La guerra è ai confini della Ue e intanto il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov definisce «metastasi del nazismo» i governi democratici. Alice Weidel, la leader nazionale dell’AfD, nei comizi di questi giorni, gli ha fatto da spalla ideale: «Mai più un euro all’Ucraina!». I vecchi nemici si appoggiano sulla “nuove” forze antisistema che rispondono con gratitudine ed evidenti aspettative.
Sarà questa la nuova Europa che si disegna dal voto in Sassonia? Il vero grande appuntamento sono le elezioni francesi, nel prossimo aprile. Con singolare coincidenza di tempi Louis Alliot, ex compagno di Marine Le Pen e rilevante personaggio del partito, ha detto che si deve «chiudere il rubinetto» degli aiuti a Kiev. È questa la posizione del Rassemblement, primo partito nei sondaggi francesi con il 30 per cento? Non è chiaro. Jordan Bardella, primo ministro designato in caso di vittoria, intervistato su La Stampa di ieri da Giuseppe Bottero, ha confermato il sostegno all’Ucraina. Dunque quest’onda nera che si muove sull’Europa non è per niente compatta, prevale una babele ambigua e opportunista.
Bardella era arrivato a Cernobbio da Birmingham, dove aveva firmato un protocollo di futuri intenti sull’immigrazione con il capo inglese di Reform Uk Nigel Farage (l’artefice di Brexit) che l’intero mondo politico francese ha ridicolizzato per velleità e inutilità. Ma il senso politico era più generale: stabilire un primo contatto tra i due partiti, dato che finora Farage si era rifiutato di incontrare Marine Le Pen perché la considerava «antisemita».
D’altra parte il Rassemblement due anni fa aveva tagliato i ponti con l’AfD perché «troppo estremista». E con la destra l’Italiana? «Rispetto Meloni, ma non è il nostro modello», ha detto Bardella. E si capisce: nessuno in Francia vuol fare un governo con Marine Le Pen.
Nell’immagine: il principale candidato dell’estrema destra di Alternative für Deutschland (AfD), Ulrich Siegmund, parla durante la festa elettorale