Il rapporto del mercato con lo Stato è complesso e ambivalente. È difficile immaginare un mercato funzionante e centrale nell’economia di una società senza uno Stato, o un’istituzione internazionale voluta da stati, che garantisca il rispetto delle regole, come il diritto di proprietà e l’adempimento degli impegni contrattuali; ma il mercato tende a guardare comunque con sospetto un’istituzione la cui legittimità dipende dalla rinuncia a una quota di libertà a favore della sicurezza, e la cui influenza è dovuta non allo scambio fra soggetti formalmente uguali, ma a quel monopolio della violenza legittima che rende lo Stato, come sosteneva Hobbes, un “Dio mortale”. Di tale sospetto, o addirittura ostilità, è espressione teorica e ideologica il liberismo, nelle sue varie forme.
Liberismo
I liberisti, fino ad arrivare ai libertari anarco-capitalisti, sono fautori della massima libertà di mercato e di uno Stato assente o ridotto ai minimi termini, presentando, a sostegno della loro posizione, argomentazioni attinenti sia all’efficienza economica, sia al rispetto della libertà. Le prime sono riconducibili all’idea che il mercato abbia capacità auto-regolative che evitano gli sprechi e ottimizzano la soddisfazione delle preferenze dei singoli. Di solito l’obiezione a queste tesi ottimistiche è che esse presuppongono un mercato perfettamente funzionante, il che non può accadere (si pensi soltanto alla perfetta informazione e mobilità di cui tutti gli attori, secondo il modello ideale, dovrebbero godere). Il mercato reale tende, invece, alla forma oligopolistica, a generare crescenti diseguaglianze e ad andare incontro a squilibri e crisi. Per quanto riguarda le considerazioni attinenti alla libertà, il liberismo ritiene che sia incompatibile con la libertà individuale ogni ordine politico che non si limiti sostanzialmente a cercare di garantire la massima libertà negativa di ognuno (libertà da interferenze altrui) compatibile con quella degli altri, e che invece persegua dei fini collettivi, come un’idea di bene comune o di giustizia sociale. Naturalmente, i liberisti, come ogni liberale, denunciano giustamente anche il pericolo, assai concreto, che la Stato spacci per bene comune il bene dei governanti stessi.
Nel primo caso, quello dell’agire politico in vista del bene, si tratta di realizzare fini condivisi come, ad esempio, l’incentivazione del benessere collettivo, la difesa della patria o della propria identità culturale, la lotta a una pandemia o al degrado climatico. Per il liberista il bene è un fatto essenzialmente privato, che i singoli devono poter perseguire liberamente e non in base alle direttive dello Stato, che si farebbe Stato etico. Quest’ultima è una tesi giustamente condivisa da ogni concezione di ispirazione liberale, ma essa non comporta, come il liberista pensa, la negazione di ogni ruolo dello Stato al servizio di fini collettivi democraticamente stabiliti. Classicamente, la prima controindicazione alla totale esclusione di una dimensione collettiva e politica del bene è l’esistenza di beni pubblici (ad esempio, appunto, la salute pubblica o la protezione dell’ambiente), il cui godimento non può avvenire per suddivisione privatistica, escludendo chi non aderisce. In questi casi, tutti devono impegnarsi con tutti. Era ciò che, ai tempi del Covid, i “no-vax” non volevano.
Nel secondo caso, quello della giustizia sociale, cade vittima della condanna liberista ogni regolazione per via statuale (dunque cogente: ad esempio attraverso l’imposizione fiscale progressiva) della distribuzione della ricchezza e delle opportunità, volta a contrastare e correggere certi risultati della contrattazione fra soggetti scambiatori, compresa ovviamente quella fra capitale e lavoro. Questi interventi regolativi vengono giustificati, da chi liberista non è, in vari modi, tutti attinenti all’idea che gli effetti di fattori negativi, di cui non è responsabile chi li subisce (sfavorevole condizione sociale alla nascita, malattie, vecchiaia, crisi economiche, disastri naturali ecc.), rendano gli individui meritevoli (in quanto titolari di diritti) di protezione e sostegno da parte della collettività. Si tratta di quella “fratellanza” politica posta come terzo valore, il più difficile da definire, nella triade proclamata dalla Rivoluzione francese, che il liberista espelle, riducendo inoltre libertà ed eguaglianza all’eguale libertà negativa (nel senso più sopra visto).
Nel liberismo, l’individualismo, inteso in senso proprietario (ognuno è padrone di se stesso), si spinge alle estreme conseguenze: la società non esiste, esistono solo gli individui, che sono pensati come soggetti proprietari, appunto, e non anche come persone vulnerabili, bisognose di riconoscimento e membri di un corpo politico che esercita l’autonomia collettiva (democrazia). Il liberismo spesso si nutre anche dell’illusione naturalistica secondo cui l’individuo sarebbe per natura l’atomo fondamentale, e, meccanicisticamente, la società andrebbe pensata come un’artificiale combinazione di individui. La realtà antropologica, psicologica, storica è ben diversa: individuo e individualismo sono un prodotto sociale, tanto più solido e dotato di valore quanto più il singolo non dimentica il suo nesso originario con la comunità. Lo aveva capito Marx, quando scriveva che “l’uomo è in senso letterale […] non solo un animale sociale, bensì un animale che può isolarsi solo nella società” (K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, vol. I, La Nuova Italia, Firenze 1997, p. 5).
Una delle principali prove del carattere storico e culturale dell’individualismo liberista è la sua realizzazione per via politica. Infatti lo Stato non si limita a garantire una presunta libertà economica pregressa (naturale), ma crea per via politica l’artificio di un mercato naturale. Siamo di fronte, cioè, a una politica che non solo non insidia il mercato, ma lo protegge e rafforza, ponendolo al riparo da forze contrarie provenienti dall’esterno: da istanze culturali refrattarie alla mercificazione di ogni elemento sociale o da spinte democratiche volte a far valere idee di bene comune e di giustizia sociale; vi è una politica liberista che può arrivare a sparare sugli scioperanti o ai colpi di Stato, come nel Cile di Pinochet. Insomma, il liberismo, anche al di là delle intenzioni dei suoi esponenti più radicali, non è antipolitico, ma fautore di una precisa politica che vuole governare le istituzioni nazionali e sovranazionali.
Liberismo radicale e criptovalute
Se questo liberismo “realista” e “politico” ha connotato gran parte della storia del capitalismo ed è tornato in auge, come neoliberismo, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, il liberismo ha continuato a manifestare anche la sua versione “utopica”, o meglio “distopica”, vagheggiando un mondo di individui scambiatori in una società di mercato senza Stato. Di questa visione è espressione il fenomeno delle criptovalute, il quale sta contribuendo a diffondere sul piano ideologico un estremismo liberista che in fondo è sempre stato largamente minoritario.
La moneta è certamente la prima manifestazione della presenza dello Stato nell’economia dello scambio. Ma il denaro è anche prodotto del consenso degli utenti, per cui può divenire moneta tutto ciò che gli scambiatori considerano tale, secondo l’ideale liberista. Questo accade con le criptovalute. Il fatto stesso che questo ideale possa trovare realizzazione solo grazie a una sofisticata e energivora struttura tecnologica (la blockchain, che rende indelebili gli impegni reciproci, come catena di firme digitali) è un’ulteriore conferma di come esso non abbia nessuna connotazione meramente naturale.
Va comunque detto che a ispirare la creazione delle criptovalute vi sono anche visioni solidaristiche, che mirano a una finanza più inclusiva e al ridimensionamento del ruolo dominante delle banche private. Si tratta di un’idea riconducibile alla cultura cyberpunk, con componenti anarchiche, romantiche, antisistema, ma non anticapitaliste e favorevoli alla concorrenza. Di qui l’intreccio possibile col liberismo più spinto.
Ciò che nel mondo delle criptovalute viene bandito, o almeno ridotto drasticamente, è la presenza di un’autorità regolatrice e stabilizzatrice (Stato o Banca centrale), ma anche dell’economia reale, ad esempio del riferimento della moneta a un bene sottostante (escluso dal sistema Bitcoin e invece parzialmente ammesso nei cosiddetti sistemi stablecoin). Viene dunque costruito un mondo chiuso, in cui la logica dello scambio possa manifestarsi allo stato puro, senza nessun occhio che vigili o mano visibile che limiti il potere dei vincenti (che già si vedono: quei soggetti che grazie a una maggiore potenza di calcolo contano più degli altri utenti del sistema), aiuti i perdenti, magari di fronte a crisi sistemiche (in un’economia dominata da Bitcoin non sarebbe più possibile una politica monetaria, ad esempio anticiclica). Gli attori del sistema sono essenzialmente investitori-speculatori in una moneta instabile, molto più simile alle azioni di borsa che a un normale mezzo di scambio. Ma non mancano neppure coloro che cercano un ambiente al riparo da sguardi indiscreti per condurvi affari loschi.
Naturalmente il mondo delle criptovalute non va confuso con alcune delle filosofie più bislacche che lo ispirano o con le cattive intenzioni di alcuni utenti, e dunque non sarebbe sensato chiudere immediatamente il discorso sulla baso di astratte considerazioni di principio. Il problema è un altro: capire che si tratta di tecnologie che non sono neutrali, ma portatrici di principi etico-politici che vanno esaminati criticamente.
Plan B
Per trovare conferma di ciò, basta leggere il programma del Plan B Forum, l’incontro sulle criptovalute organizzato in questi giorni dalla Città di Lugano, notoriamente e forse temerariamente impegnata a favorire la presenza di queste monete nella nostra economia locale. Fra gli ospiti vi troviamo, ad esempio, un certo Jimmy Song, esperto di Bitcoin, ritratto nella locandina di presentazione con un cappellaccio da conquistatore del Far West, il quale ha dichiarato qualche tempo fa: “Ciò che rende grande il sistema Bitcoin è la libertà (freedom), la libertà (liberty), l’auto-sovranità. Sono le cose su cui è stato fondato il nostro Paese [Stati Uniti]. E sfortunatamente a causa del denaro, a causa del potere della stampa di denaro, quello che abbiamo ottenuto è uno Stato amministrativo che governa su di noi e che pensa di essere migliore di noi”. Frasi come queste possono certo dare voce alla protesta contro uno Stato volto a controllare e reprimere, ma più plausibilmente devono essere lette come foriere di quella distopia liberista secondo cui la collettività organizzata si presenta all’individuo solo come minaccia da tenere a bada.
Speriamo che le autorità luganesi, tanto, anzi troppo solerti nel difendere le prerogative dell’Ente pubblico quando si tratta di reprimere, nel nome della legalità, il movimento degli autogestiti, non se le dimentichino, quando si tratta di stare in guardia di fronte ai pericoli per il vivere collettivo di ideologie, tecnologie e strategie finanziarie incentrate sull’individualismo sfrenato. Come dimostra il caso del Salvador, gli operatori del settore sanno valorizzare il rapporto col potere politico, non certo perché ne riconoscano la potenziale funzione sociale, ma solo come strumento in grado di favorire i loro progetti. Loro amano le istituzioni pubbliche come le sanguisughe i corpi. Prudenza con i salassi!
Nell’immagine: “Bitcoin is freedom”. Per chi?