L’inesistenza palestinese nella coscienza europea
Un continuo e inesorabile processo di de-contestualizzazione storica e politica secondo cui tutto comincerebbe il 7 ottobre
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Un continuo e inesorabile processo di de-contestualizzazione storica e politica secondo cui tutto comincerebbe il 7 ottobre
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Un continuo e inesorabile processo di de-contestualizzazione storica e politica secondo cui tutto comincerebbe il 7 ottobre
Di Ruba Salih, il manifesto
Come palestinesi siamo colte da emozioni contrastanti di fronte alla improvvisa, parziale e tragicamente tardiva presa di parola di partiti, giornalisti e sindacati. Netanyahu e il suo governo, ci viene detto, sono schegge impazzite di un sistema altrimenti benevolo e democratico che rischia di essere isolato o distorto dalle conseguenze che la morte (o la vista) di troppe donne e bambini palestinesi comporta.
Un continuo e inesorabile processo di de-contestualizzazione storica e politica secondo cui tutto comincerebbe il 7 ottobre. Come il colonizzatore ebbe bisogno non solo di svuotare la Palestina della sua popolazione indigena, ma di percepire la terra come vuota, il «diritto di Israele a difendersi, entro un certo limite» è costruito sulla negazione della realtà storica, che continua a relegare il vissuto palestinese a una assenza. Come se Gaza non fosse sotto assedio da 17 anni, come se i suoi 2,2 milioni di persone – di cui due terzi rifugiati del 1948 provenienti da circa 240 villaggi – non fosse da 77 anni relegata in campi profughi, in un misero 1,8 percento della propria terra storica, mentre pochi metri più in là, quasi visibili dal muro di prigionia, sorgono villaggi israeliani eretti sulle macerie delle proprie case. Il silenzio di questi 20 venti mesi è eloquente come la qualità della presa di parola. Poggiano come un macigno sulla disumanizzazione palestinese, l’invisibilizzazione e delegittimazione del nostro vissuto e narrazioni.
NON È CASUALE che tutto ciò coincida con la presa di posizione di personaggi come Ehud Olmert, ex premier israeliano che nel 2006 definì i palestinesi «terroristi» per giustificare il massacro di centinaia di uomini donne e bambini e che oggi, intervistato dalle testate di tutto il mondo, dichiara che Israele sta andando oltre «la sua legittima autodifesa dal barbaro attacco del 7 ottobre». I morti da qui in poi sono in eccesso. Si possono configurare come crimine.
IL GENOCIDIO nuoce a Israele. Per coloro che si pensano etici allineandosi alla narrazione di Olmert, i palestinesi continuano a essere sacrificabili. Ma noi, tutti i palestinesi, da decadi diciamo, scriviamo, che Israele è un progetto di colonialismo di insediamento da manuale: accaparrare più terra possibile con meno popolazione indigena possibile è da sempre l’obiettivo. La violenza genocidaria non è il progetto impazzito di Netanyahu e del suo governo suprematista fondamentalista, ma la pagina più violenta di un progetto di annientamento che politici e intellettuali israeliani considerano incompleto dal 1948. La storia ci ha consegnato una enormità di testi storici, diari, biografie, interviste in cui i leader sionisti dichiarano che l’obiettivo è l’espulsione della popolazione indigena con tutti i mezzi necessari. Sionisti come Jabotinsky già negli ’20 scrivevano che i palestinesi in quanto indigeni non avrebbero mai acconsentito alla espropriazione della loro terra e che l’unico modo sarebbe stato spazzarli via con la violenza. Alla luce di tutto ciò, come si può accettare che le migliaia di Hind Rajab o di Mohammad Bahloul, le centinaia di Shireen Abu Hakla o di Rafaat Al Areer, le migliaia di Khalida Jarrar o di Seifeddin – morto a soli sei mesi mentre dall’aeroporto di Bologna veniva trasportato a Milano, e ora sepolto in terra di passaggio a fianco di mio padre in Italia – siano morti necessarie, tollerabili, «proporzionali», morti per cui si è stati in silenzio. La verità è che il palestinese come soggetto storico-politico non esiste in questa coscienza collettiva europea.
CONTINUA A ESSERE la figura dell’assenza, senza storia, senza causa né parola. Un corpo disumanizzato: martoriato o barbaro. Come sostenne Mahmoud Darwish all’indomani del massacro di Sabra e Chatila causato, come oggi, dalla complicità dei regimi arabi con Israele, i palestinesi sono il popolo superfluo dell’assetto post-coloniale del XX secolo. Fu allora che due uomini bianchi tracciarono linee artificiali e violente sulla pelle delle popolazioni locali – che diverranno stati nazione – e decisero che i palestinesi erano sacrificabili. La nostra terra fu regalata al nascente movimento sionista (la dichiarazione Balfour del 1917) e alla Transgiordania. Nel 1948 gli ebrei della diaspora, vittime della ferocia nazi-fascista europea, presero i due terzi della nostra terra e da allora continuano con violenza sempre più feroce ad avanzare.
Scartabellando tra i ricordi di una lunga vita in diaspora, trovo i passaporti di mio padre, Muhammad. Sul suo primo passaporto italiano si legge: nato a Haifa, Palestina; in un successivo, al posto di Palestina compare: nato a Haifa, Giordania. Forse un annoiato burocrate non ebbe voglia di indagare e azzardò un posto a caso. Nell’ultimo passaporto si legge: nato a Haifa, Israele.
Un popolo che da decenni si cerca di rendere assente non ha altra scelta che lottare per rimanere presente. Me lo spiegò un giorno Um Ali, anziana rifugiata del campo profughi di Wihdat in Giordania: non c’è progetto coloniale, cittadinanza o rifugio, o terra o casa acquistata altrove che possa sostituirsi alla propria Terra. Siamo ahl el ard, generati dalla terra come si è generati da una madre. È una dimensione ontologica dell’esistenza che Israele non può dissolvere con la morte, la separazione forzata e di cui non si può impossessare con la mera violenza.
L’ULTIMO DESIDERIO di Muhammad era ritornare a Nakura, nel pezzetto di terra da dove gli Abu Raiseh (il nostro vero nome di famiglia) provengono da tempo immemorabile. Non ha potuto ma sulla sua lapide, a fianco del piccolo Seifeddine morto di genocidio, si legge: nato a Haifa, Palestina.
Nell’immagine: Manifestanti pro-palestinesi manifestano a sostegno della Palestina, di Gaza e del Libano il 7 ottobre 2024 di fronte alla Borsa di New York a Wall Street, a Lower Manhattan, New York City.
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