L’insostenibile questione sociale
È un tema, quello della sofferenza della classe media, che investe tutto il mondo, ma che da noi si declina con urgenza in termini di lavoro e di stipendi. Quando non di precarietà
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È un tema, quello della sofferenza della classe media, che investe tutto il mondo, ma che da noi si declina con urgenza in termini di lavoro e di stipendi. Quando non di precarietà
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È un tema, quello della sofferenza della classe media, che investe tutto il mondo, ma che da noi si declina con urgenza in termini di lavoro e di stipendi. Quando non di precarietà
Di Francesco Manacorda, La Repubblica
Il viaggio in dieci puntate che Repubblica ha appena concluso nell’Italia dei piccoli salari racconta non solo le storie dei working poor di casa nostra, ma anche lo slittamento, in apparenza inarrestabile, di una classe media che resta tale per cultura, aspirazioni e bisogni, e che si sente invece ogni giorno un po’ più lontana — prima di tutto nelle condizioni di vita materiali — dalle premesse su cui contava e dalle speranze che coltivava.
Per molti si tratta inoltre di una caduta che pesa ancora di più perché arriva a pochi anni di distanza da quella che era stata vissuta, al contrario, come un’ascesa: l’emancipazione in termini di studi, di consumi, di sicurezza economica dalla generazione dei loro genitori e da quelle precedenti. Ora non più.
È un tema, quello della sofferenza della classe media, specie nelle sue fasce meno qualificate, legato a cambiamenti che investono tutto il mondo, ma che da noi si declina con particolare urgenza in termini di lavoro e di stipendi, quando non di precarietà. Di classifiche che mostrano quanto in Italia i lavoratori dipendenti siano pagati meno che in altri Paesi industrializzati si possono riempire gli archivi.
Secondo l’Ocse, per fare solo un esempio, nel 2025 il salario medio annuo era di circa 34.700 euro in Italia, contro oltre 44mila in Francia e quasi 55mila in Germania. E in un Paese ad alta e solo relativamente contrastata evasione fiscale come l’Italia, il lavoro dipendente soffre di un’ulteriore condizione penalizzante: è in sostanza l’unico che paga fino in fondo tutte le tasse.
Sempre l’Ocse calcola che nel primo trimestre di quest’anno i salari reali italiani erano ancora inferiori del 6,1% rispetto all’inizio del 2021: il divario più ampio tra le grandi economie esaminate. Sul perché di questo divario le ipotesi più accreditate riguardano la piccola dimensione media delle imprese italiane, la loro scarsa produttività e la scelta delle aziende di puntare sulla compressione dei salari e non sull’innovazione come fattore competitivo.
Ma, al di là delle analisi, la sostanza è che gli stipendi italiani, specie i più bassi, vanno aumentati e il lavoro salariato deve ritrovare in pieno una sua dignità, certificata prima di tutto dal trattamento economico. Per questo nella prossima campagna elettorale, e soprattutto nell’azione di chi poi governerà, il tema del lavoro deve diventare centrale.
È una questione di giustizia sociale, ma è anche una questione ben più ampia di tenuta del sistema democratico. Una democrazia viva si alimenta di forme di democrazia sostanziale, e a sua volta le alimenta, in un circolo virtuoso.
Se il circolo si inceppa, rischia di diventare un guscio vuoto. E i presupposti che dovrebbero garantire a ogni cittadino la partecipazione, in piena eguaglianza, all’esercizio del potere pubblico minacciano di incrinarsi non solo sul versante dell’eguaglianza sostanziale — visto che quella economica è sempre più in discussione — ma anche nella possibilità stessa della partecipazione di chi invece si sente sempre più escluso dalla costruzione sociale.
«Sa che cosa è che mi fa arrabbiare davvero? Il fatto di non poter scegliere», dice in una delle nostre storie Donatella Conte, 61 anni, addetta al banco gastronomia di un supermercato romano. Parla delle scelte di vita, della relativa libertà che potrebbe darle uno stipendio sufficiente. Ma l’impossibilità di scegliere e la mancanza di fiducia nel futuro fanno presto anche a trasformarsi in astensione elettorale.
La salute della democrazia in generale ha insomma a che fare anche con la democrazia contrattuale. Anche in questo caso si possono citare studi su studi che dimostrano come non solo l’aumento delle diseguaglianze, ma anche la perdita di potere d’acquisto, l’insicurezza economica e la stagnazione dei salari innescano un meccanismo noto: redditi fragili producono insicurezza e perdita di status; la percezione che il sistema non protegga più il lavoro intacca la fiducia e il senso di efficacia dell’azione politica e cresce così la disponibilità verso partiti populisti, radicali o che si propongono come avversari dell’establishment.
Un meccanismo che non a caso in tempi recenti è stato amplificato dalla grande incognita dell’Intelligenza artificiale, con le sue promesse ma soprattutto con le sue minacce di svuotare gli uffici come altre rivoluzioni tecnologiche hanno svuotato le fabbriche.
L’avanzata delle formazioni populiste, se non dichiaratamente ostili ai principi fondanti delle democrazie liberali, è del resto un fenomeno globale, che non riguarda solo casa nostra. Per fermarsi all’Europa, vale per la Germania con l’economia in frenata e i tagli decisi da un’impresa-simbolo come la Volkswagen, e anche per la Grecia e la Spagna, dove la crescita, letta con i numeri della macroeconomia, è superiore alla media europea, ma i suoi benefici non arrivano a tutti allo stesso modo.
L’Italia vive quindi un problema comune, ma in condizioni aggravate proprio dalla sua stagnazione salariale. Capirlo, e capire soprattutto che anche da questo dipende la tenuta della democrazia, è un passo rimandato da troppo tempo.
Nell’immagine: Napoli
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