Myanmar, un paese sull’orlo dell’abisso
Alle prese con una violenta guerra civile, il Myanmar si trova ad affrontare le conseguenze di un devastante terremoto di magnitudo 7,7 gestite da un regime brutale
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Alle prese con una violenta guerra civile, il Myanmar si trova ad affrontare le conseguenze di un devastante terremoto di magnitudo 7,7 gestite da un regime brutale
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Alle prese con una violenta guerra civile, il Myanmar si trova ad affrontare le conseguenze di un devastante terremoto di magnitudo 7,7 gestite da un regime brutale
Già prima del sisma di magnitudo 7.7, il Myanmar stava sprofondando in quello che alcuni esperti descrivono come uno “stato fallito”, senza una chiara autorità in molte regioni, con un’economia al collasso e la sofferenza dilagante.
Dal colpo di stato militare del 2021, sono stati arrestati oltre 24.000 manifestanti anti-regime e almeno 4.000 sono stati uccisi. L’esercito ha fatto ricorso a bombardamenti indiscriminati, utilizzando persino armi termobariche su aree civili, munizioni altamente distruttive e vietate in molte parti del mondo. Almeno 55 comuni sono sotto legge marziale.
Si stima che 18 milioni di persone abbiano bisogno di aiuti umanitari, ma l’isolamento del Myanmar, in parte dovuto alle sanzioni internazionali, ha impedito o limitato, per anni, l’accesso agli sfollati e ai bisognosi da parte delle organizzazioni benefiche.
Di fronte all’opposizione della popolazione e dei gruppi armati pro-democrazia, l’esercito lotta disperatamente per mantenere il controllo sul paese. Secondo gli analisti militari, l’esercito del Myanmar controlla solo circa un quarto del paese.
Non sorprende quindi che la giunta birmana abbia continuato ad effettuare attacchi aerei su presunte posizioni ribelli non lontane dall’epicentro del disastro naturale a Mandalay. Utilizzando principalmente jet cinesi e russi, l’esercito ha colpito città già in ginocchio.
Condannato da più parti per queste azioni e dopo la resistenza iniziale, l’esercito ha annunciato un cessate il fuoco temporaneo dal 2 al 22 aprile, presumibilmente per facilitare gli sforzi di soccorso. Sono in molti a mettere in dubbio la sincerità di questa mossa, dati gli attacchi da parte dell’esercito, tra cui un incidente scioccante in cui le truppe hanno aperto il fuoco su un convoglio della Croce Rossa cinese che consegnava aiuti.
Il terremoto è avvenuto un giorno dopo che il generale Min Aung Hlaing, capo del Myanmar, accusato di crimini di guerra, ha pronunciato un discorso di sfida nella capitale Naypyidaw per celebrare la giornata delle Forze Armate, il 27 marzo.
Si sentiva forte, forse, dopo una visita a Mosca, ad inizio marzo, dove è stato ricevuto da Vladimir Putin, uno dei primi leader a sostenerlo dopo il colpo di stato. Xi Jinping, al contrario, alleato storico, non gli ha concesso un’udienza quando ha visitato la Cina in novembre.
Pechino è considerata la “mano nascosta” del Myanmar. Le influenze e gli interessi nel paese sono immensi, a cominciare dal corridoio economico Cina-Myanmar, la via più breve verso l’Oceano Indiano, che termina al porto di Kyaukphyu.
Le ripercussioni del terremoto potrebbero estendersi alla politica e alla leadership della giunta militare. Min Aung Hlaing ha fatto appello all’assistenza internazionale in un raro gesto di apertura. Il precedente regime militare si era rifiutato di dare accesso alle organizzazioni straniere, nel 2008, quando il ciclone Nargis uccise più di 100 mila persone. Ma per I detrattori il motivo è semplice: allora la capitale Naypyidaw non venne colpita dal disastro naturale, questa volta la terra ha tremato anche negli edifici del potere e nelle case dei militari.
Il timore di molti è che l’ondata di solidarietà per le vittime del sisma, seppur vitale e benvenuta, gli apra porte finora chiuse, dandogli la legittimità che auspica. Venerdì, una settimana dopo il sisma, è infatti stato accolto a Bangkok con il tappeto rosso per un vertice con le sette nazioni costiere del Golfo del Bengala. La presenza del leader birmano, le calorose strette di mano con il Primo Ministro Indiano Narendra Modi o con la Premier thailandese Paetongtarn Shinawatra hanno indignato i difensori dei diritti umani ed hanno rotto con la politica regionale di escludere i leader sanzionati della giunta birmana da qualsiasi evento. Il Myanmar si trova a un crocevia strategico tra Cina e India, ma la geografia da sola non può salvare un paese in rovina. Le sue risorse naturali non possono essere una ragione sufficiente per la condiscendenza di alleati e vicini.
La comunità internazionale non può ignorare la sofferenza di una popolazione divisa da decenni, ma si trova di fronte a una decisione difficile: impegnarsi con una giunta brutale per fornire aiuti o rischiare di peggiorare una crisi umanitaria già terribile. Ciò che sembra chiaro, è che senza un cambiamento politico fondamentale, la sofferenza del Myanmar non farà che peggiorare.
Nell’immagine: il generale Min Aung Hlaing
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