Nel Ticino, cantone di campanili, Palomar non fa ritorno
Perché il Sud della Svizzera si è presentato per il concorso «Capitale Culturale 2030» con due progetti legati a due città?
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Perché il Sud della Svizzera si è presentato per il concorso «Capitale Culturale 2030» con due progetti legati a due città?
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Perché il Sud della Svizzera si è presentato per il concorso «Capitale Culturale 2030» con due progetti legati a due città?
No, Palomar non ritornerà a Lugano. Non subito. Così mi scrive.
Per chi, dei miei quindici lettori, ancora non lo sapesse, il mio amico Palomar è un uomo taciturno, uno che riesce a intercettare segnali fuori da ogni codice. È pure una persona gentile, forse troppo, e molto curiosa. Parigino di nascita e di domicilio, ama viaggiare, attratto dalle bellezze paesaggistiche, soprattutto da quelle cittadine. L’Italia è la sua seconda patria, e il Ticino una propaggine anch’essa amata, ma con misura.
Palomar mi ha, appunto, mandato una e-mail per sapere come sto e per comunicarmi (ma già lo sapevo) che, grazie alla MLOL del Sistema Bibliotecario Parigino, riesce a leggere i nostri giornali. Per carità: non tutti i giorni e non tutte le settimane: sarebbe troppo anche per uno sano come un pesce.
Pur essendo una persona di cultura, con una mentalità aperta, capace di riconoscere diverse prospettive, Palomar questa volta non capisce. Non riesce proprio, sebbene sia abituato alle intemperie politiche francesi, certamente non facili e spesso ossimoriche. Non comprende (la notizia è di settimane fa) perché il Ticino si è presentato per il concorso «Capitale Culturale Svizzera 2030» con due progetti legati a due città, Bellinzona e Lugano, e non con uno solo magari complementare. Un titolo che viene assegnato ogni tre anni a una città o a una regione, con l’obiettivo di coinvolgere la popolazione svizzera nella vita culturale, incoraggiando la creatività e lo scambio. Creatività e scambio, appunto, che sono due capacità che a noi Ticinesi difettano, a meno che non si intendano per ‘scambi’ quelli ferroviari e per ‘creatività’ quella ripetitiva del Marchesi e soci, nonché quella che ha partorito l’elucubrazione sulla composizione del prossimo governo cantonale, letta sul Corriere nostro (l’8 giugno scorso).
È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che io riesca a dare al quesito postomi da Palomar una spiegazione che stia in piedi, senza cadere nel ridicolo. Ha il suo bel daffare Mario Branda, sindaco di una delle due città tra loro in singolar tenzone (vedi «LaRegione», 8 giugno), a convincere i suoi lettori che «la candidatura collettiva e congiunta di tutti i poli urbani […] comprometterebbe di fatto, con la sua affermazione, la possibilità di ripresentare una nuova proposta quando, completato il giro delle regioni linguistiche, si presenterà una nuova occasione per il Sud delle Alpi».
Eh già, Palomar non sa ancora che la giuria del concorso, dopo aver salomonicamente assegnato il titolo per il 2030 ad Aarau, si è affrettata a dire che se «entro la fine del 2027 una o più città dalla Svizzera italiana manifesteranno il proprio interesse a diventare “Capitale culturale Svizzera”, l’edizione 2033 si terrà in un’area urbana sudalpina». Pax vobis.
Ieri a te, oggi a me, domani a lui/lei. Chi vivrà, vedrà che prima o poi, grazie al «giro delle regioni linguistiche», anche il suo comune sarà eletto “Capitale Culturale Svizzera»”. Non si scappa: in un Paese di 350 mila persone prima o poi si finisce in una trasmissione televisiva. Basta aspettare. È il bello di essere piccoli: in tutto.
Come diceva il mio maestro, il Ticino è un cantone con i suoi angoli. E, per scimmiottare Dante, ha un monte «per che Bellinzona veder Lugano non può», a dispetto del leitmotiv «Aarau verbindet: Menschen. Räume. Zeit» («Aarau collega: le persone, gli spazi, il tempo»)
Caro Palomar, corro io da te, a Parigi.
Nell’immagine: tra i due litiganti… Aarau gode
Dalle tracce, qualche ipotesi ed una proposta forse utopistica per dar forma e sostanza a un progetto di area progressista
In un ideale decalogo qualche suggerimento per moderare i toni e favorire dialogo e confronto