Papa Francesco e San Romero de America
In un documentario RSI il riconoscimento di papa Bergoglio per l'opera dell'arcivescovo assassinato nel 1980
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In un documentario RSI il riconoscimento di papa Bergoglio per l'opera dell'arcivescovo assassinato nel 1980
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In un documentario RSI il riconoscimento di papa Bergoglio per l'opera dell'arcivescovo assassinato nel 1980
Era l’aprile del 2013, ad appena un mese dalla sua elezione, quando papa Francesco annunciò di aver dato istruzioni al postulatore vaticano della canonizzazione di mons. Oscar Arnulfo Romero per riaprire quel procedimento che i suoi predecessori Wojtyla e Ratzinger avevano “dimenticato” nel cassetto. Appresa la notizia feci un pezzo per Radio Popolare dove parlai di “risarcimento” da parte del primo pontefice latinoamericano verso l’arcivescovo di San Salvador, assassinato il 24 marzo del 1980 dagli squadroni della morte mentre diceva messa. Cui seguì l’anno dopo lo scoppio della guerra civile.
Mons. Romero, da conservatore quale era sempre stato, aveva impresso una svolta alla propria azione pastorale all’indomani dell’uccisione (tre anni prima) del gesuita salvadoregno Rutilio Grande, cui era molto legato, e che era parroco di una località rurale. Prese così del tutto le distanze dall’apparato oligarchico/militare che aveva coniato lo slogan “sii patriota, ammazza un prete”. Da allora fu accusato di essere un sovversivo, un comunista, che si rifaceva alla Teologia della Liberazione che aveva preso piede nel subcontinente più cattolico del pianeta all’insegna dell’”opzione preferenziale per i poveri”. E che papa Paolo VI aveva di fatto legittimato nel suo viaggio a Medellin (Colombia) del ’68 per la conferenza dell’episcopato latinoamericano, quasi fosse l’avanguardia nell’applicazione del Concilio Vaticano II.
A fine estate del 2014 proposi alla Televisione Svizzera Italiana di realizzare un documentario sulla storia di Romero. Dopo qualche titubanza il produttore di Storie diede l’ok, affiancandomi il giovane brillante regista svizzero/brasiliano Patrik Sorgel. Nel marzo successivo, in occasione del 35° anniversario dell’esecuzione del presule, andammo per un mese a girare a San Salvador. E in maggio, mentre Romero veniva “beatificato” nella capitale salvadoregna, ci recammo a Roma per intervistare il postulatore mons. Vincenzo Paglia.
Dopo di che, in vista del montaggio, scrissi una lettera a papa Francesco per informarlo del nostro lavoro e per avere un suo eventuale contributo. Contattammo così don Dario Viganò, prefetto della Segreteria per la comunicazione della Santa Sede, chiedendogli se fosse possibile rivolgere due o tre domande a Sua Santità su colui che voleva fare santo. Ma non necessariamente in nostra presenza; semmai rivolgendogliele lui stesso a latere di qualche attività di Bergoglio con la tv vaticana. Qualche settimana dopo don Dario ci rispose che il Santo Padre aveva deciso invece di farci avere (fra le altre) le immagini in esclusiva di un suo discorso da poco rivolto a vescovi e laici venuti in Vaticano dal El Salvador per ringraziarlo della beatificazione e durante il quale aveva affermato: “il martirio di mons. Romero continuò anche dopo la sua morte (e io ne fui testimone) per essere stato diffamato, calunniato e insudiciato ad opera pure di fratelli suoi nel sacerdozio e nell’episcopato”. Che erano poi coloro che non volevano la sua canonizzazione.
Il documentario prese definitivamente il volo. E il suo titolo non poteva che essere “IL RISARCIMENTO: mons. Romero, il suo popolo e papa Francesco”. Inviando a quest’ultimo una lettera di vivo ringraziamento.
Tre anni dopo fu annunciata, per il 14 ottobre del 2018, la cerimonia di santificazione. Scrissi allora di nuovo a papa Bergoglio informandolo che saremmo tornati a Roma per aggiornare il nostro docufilm e che avremmo fatto in modo che fosse presente anche la sua protagonista principale: “Angelita Morales, una donna umile, semplice, dimenticata e in povertà, che per otto anni é stata l’assistente di mons. Romero fino al giorno della sua morte”. Auspicando che, circostanze permettendo, “potesse rivolgerle un abbraccio”.
Angelita Morales con Papa Francesco
Quella domenica Romero fu proclamato santo in piazza San Pietro (insieme a Paolo VI) con Angelita seduta sul sagrato delle autorità qualche fila dietro il presidente Mattarella e la regina emerita Sofia di Spagna, per disposizione dell’allora nunzio apostolico a San Salvador, il congolese Leon Kalenga, che avevo incontrato in tutta discrezione laggiù un paio di mesi prima. Ma la grande sorpresa doveva venire il giorno dopo quando i circa 3.500 pellegrini venuti dal minuscolo paese centroamericano furono convocati nell’Aula Paolo VI. Anche qui papa Francesco, rivolgendosi loro alla fine del suo discorso, andò ben oltre ogni nostro desiderio: “dovrei ora ringraziarvi tutti per essere qui, uno per uno; ma come faccio! allora ho scelto una persona, molto umile, che è stata tanto vicina a mons. Romero: Angelita Morales, alla quale chiedo di venire qui al mio fianco in rappresentanza del Popolo di Dio”. Grande fu l’applauso e soprattutto l’emozione di Angelita (e nostra) alla quale naturalmente non avevamo anticipato nulla; ma anche lo stupore piccato dei vescovi salvadoregni che avevamo tenuto prudentemente all’oscuro di tutto.
Nel 2019 venimmo riservatamente messi a conoscenza che il pontefice argentino si sarebbe recato proprio in El Salvador sulla tomba di San Romero de America e del padre Rutilio Grande; ma anche delle quattro monache statunitensi dell’ordine Maryknoll assassinate pochi mesi dopo Romero; e soprattutto dei sei gesuiti dell’Università Centroamericana vittima di un’esecuzione dei militari nel novembre 1989 e il cui rettore, Ignacio Ellacuria, avevo intervistato qualche mese prima.
Noi eravamo pronti. Ma quel viaggio, oltre a non essere mai stato ufficialmente annunciato, men che meno poté realizzarsi per lo scoppio della pandemia. Per rimediare, nel gennaio 2022, Francesco propiziò la beatificazione del padre Rutilio il cui sacrificio aveva fatto spalancare definitivamente gli occhi a mons. Romero sulla repressione in corso in quel tormentato paese.
Nell’immagine: un momento del documentario
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