Prevenire la rabbia significa cambiare rotta
Il rischio che la frustrazione sociale che si sta accumulando in Ticino si trasformi in rabbia aperta
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Il rischio che la frustrazione sociale che si sta accumulando in Ticino si trasformi in rabbia aperta
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Il rischio che la frustrazione sociale che si sta accumulando in Ticino si trasformi in rabbia aperta
Il 20 novembre scorso, sulle colonne de laRegione, l’avvocato Luca Maghetti ha lanciato un allarme che merita di essere preso molto sul serio: il rischio che la frustrazione sociale che si sta accumulando nel Ticino si trasformi in rabbia aperta, con conseguenze difficilmente controllabili sul piano politico, economico e sociale. È un richiamo importante, perché va oltre i calcoli ragionieristici che tanto ispirano il dibattito politico e rimette al centro una questione spesso rimossa: la tenuta della coesione sociale.
La sensazione diffusa che “così non si possa andare avanti”, per riprendere l’espressione dell’estensore del contributo, non nasce dal nulla. È il prodotto di anni di salari insufficienti – in media significativamente più bassi rispetto al resto della Svizzera – di precarizzazione del lavoro, di pressioni crescenti sui tempi di vita e sulla salute delle persone. In un cantone dove una quota sempre più ampia di lavoratrici e lavoratori fatica a vivere del proprio salario – basti pensare al numero elevato di persone che beneficiano della riduzione del premio di assicurazione malattia (oltre 100 mila) o alla quota di persone (un quinto) che, pur lavorando, devono integrare il salario con una prestazione dell’assistenza sociale – l’esplosione della rabbia non è un’ipotesi astratta, ma una reazione facilmente prevedibile: l’esito di un modello di sviluppo che ha fatto della moderazione salariale, degli sgravi fiscali e del contenimento della spesa pubblica i suoi principali pilastri, senza considerare le conseguenze di tale modello.
Anzi, per anni è stato detto e si continua a ribadire che i sacrifici erano e sono necessari per restare competitivi e beneficiare delle ricadute positive di tali sacrifici in termini di occupazione, reddito e maggiore benessere. Ebbene, oggi ne vediamo i risultati: salari stagnanti, domanda interna debole, crescente dipendenza dagli aiuti sociali e finanze pubbliche sotto pressione. In questo contesto, continuare a insistere esclusivamente su tagli e austerità non solo è socialmente ingiusto e iniquo, ma è anche economicamente miope.
Il punto centrale, che spesso sembra sfuggire nel dibattito politico, è che i bassi salari non colpiscono solo chi li deve subire. Essi indeboliscono l’intero sistema economico: riducono i consumi, comprimono il gettito fiscale, schiacciano i contributi alle assicurazioni sociali, aumentano i costi sociali e indeboliscono il consenso nei confronti delle istituzioni, minando alla base qualsiasi strategia di sviluppo.
Da qui l’aspetto forse più difficile, ma imprescindibile, del ragionamento evocato anche da Maghetti. Se la rabbia dovesse esplodere, non travolgerebbe solo “il sistema” in astratto. Rischierebbe di colpire direttamente anche coloro che oggi difendono le politiche di austerità e di contenimento della spesa pubblica, privandoli di consenso, di legittimità e, in ultima analisi, di sbocchi economici. “Lo sfruttamento in atto deve necessariamente cessare … altrimenti gli stessi sfruttatori, fra un po’, non avranno più residenti a cui vendere i loro prodotti” conclude Maghetti.
Occorre perciò agire sulle cause strutturali, rimuovendole “whatever it takes”, per riprendere una ben nota espressione idiomatica inglese. Questo significa rimettere al centro la questione salariale come variabile di sviluppo, non come semplice costo. Vuol dire concepire lo Stato sociale e la spesa pubblica non come zavorra, ma come azione economica essenziale. Vuol dire smettere di inseguire l’illusione che il riequilibrio delle finanze passi solo dal lato delle uscite, ignorando il problema delle entrate e della qualità della crescita.
Il Ticino ha bisogno di un cambio di rotta consapevole e responsabile: una politica economica che punti sulla qualità del lavoro, sugli investimenti produttivi, sulla coesione sociale. Per realismo. Perché una società che accumula frustrazione, rabbia, insicurezza e rancore non è solo più ingiusta: è anche più instabile e meno capace di costruire il proprio futuro. Qui sì, sarebbe opportuno parlare di lascito alle future generazioni.
Scritto per laRegione
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