Se la Russia è pronta anche alla sconfitta
Putin minaccia nuovi raid e aumenta ancora l’esercito ma i droni ucraini colpiscono in profondità e a Mosca ora affiora lo spettro della sconfitta
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Putin minaccia nuovi raid e aumenta ancora l’esercito ma i droni ucraini colpiscono in profondità e a Mosca ora affiora lo spettro della sconfitta
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Putin minaccia nuovi raid e aumenta ancora l’esercito ma i droni ucraini colpiscono in profondità e a Mosca ora affiora lo spettro della sconfitta
Di Anna Zafesova, La Stampa
«Continueremo a incrementare gli attacchi alle infrastrutture ucraine»: nel giorno della festa nazionale della Russia – voluta da Boris Eltsin nel 1991, per celebrare il distacco di Mosca dalle ex colonie sovietiche che ora vorrebbe sottomettere di nuovo – Vladimir Putin è tornato a minacciare una escalation nella sua guerra contro l’Ucraina. A Kyiv, i media riportano l’allarme dell’aeronautica militare su un possibile attacco con un missile Oreshnik, sostenendo che l’intelligence americana avrebbe avvertito di movimenti sospetti nel poligono russo di Kapustin Yar, da dove vengono lanciati questi razzi di cui Putin vanta l’enorme potenziale distruttivo. A Mosca intanto vengono installate nuove batterie della contraerea, e in piazza Rossa, per la prima volta dopo anni, non si tiene il tradizionale concerto del “Giorno della Russia”, forse per paura dell’arrivo dei droni ucraini. Che intanto «volano come mosche» al fronte, per usare una definizione fatta ieri dallo stesso presidente russo, durante la cerimonia dei festeggiamenti al Cremlino.
Putin dichiara di essere «pronto a parlare», ma intanto l’impressione è che stia preparando una escalation militare. Proprio ieri ha firmato un decreto con il quale ha aumentato – per la quinta volta dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina – il numero dei membri delle forze armate russe: 2.399.130 uomini e donne, mezzo milione in più rispetto al 2022. Ai reduci della “operazione militare speciale” che ha incontrato ieri, il dittatore russo ha ripetuto che «non siamo stati noi a iniziare la guerra», che la Russia oggi «resiste da sola agli attacchi dell’Occidente collettivo», e che «nessuno riuscirà mai a infliggere una sconfitta strategica» al suo Paese. Il problema è ovviamente intendersi sul significato della parola “strategica”. Putin ieri ha ammesso che «l’avanzata non è rapida come avremmo voluto», e che gli attacchi dei droni e dei missili ucraini stanno colpendo obiettivi militari e infrastrutturali sensibili in Russia, ma ha anche sostenuto che «andiamo avanti ogni giorno» e che «nessuno riuscirà a crearci grossi problemi».
Difficile immaginare che un capo di Stato potesse dire qualcosa di diverso in una occasione ufficiale, ma in questo momento i tentativi di Putin di rassicurare i russi, per esempio promettendo di sostituire presto gli Starlink di Elon Musk con tecnologie autoctone, suscitano spesso una reazione opposta. Come scrivono ormai apertamente molti osservatori militari assolutamente proCremlino, come Svyatoslav Golikov, «a continuare a sottovalutare l’avversario, ignorare lo sviluppo reale sul terreno e strangolare le proprie fonti di informazioni, si può arrivare all’improvviso a una battaglia di terra per la Crimea». Una battaglia che peraltro il comandante delle Forze senza pilota dell’esercito ucraino Robert Brovdi non solo non esclude, ma dichiara come il proprio obiettivo militare: in un’intervista alla Reuters ha promesso che nel giro di un mese i suoi droni riusciranno a bloccare l’approvvigionamento della Crimea attraverso i territori ucraini occupati dai russi.
Intanto che dopo gli attacchi ucraini alle raffinerie russe anche molto lontane dal fronte la benzina ormai viene razionata non solo in Crimea, la parola “sconfitta” infatti è tornata curiosamente di moda, dopo anni in cui il concetto di “vittoria” era diventato oggetto di un culto propagandistico. Qualche giorno fa il quotidiano Moskovsky Komsomolets ha pubblicato un articolo del giurista Dmitry Krasnov, dal titolo «Sconfitte sorprendenti, quando una perdita geopolitica può rivelarsi più utile di una brillante vittoria». La tesi è che la Russia si sia sempre risollevata e riformata dopo essere stata messa in ginocchio. Dalla guerra di Crimea a quella contro il Giappone e all’invasione dei mongoli: secondo Krasnov, si è trattato di sconfitte determinate dalla “chiusura e avidità delle classi dirigenti”, che solo dopo aver perso accettavano riforme di liberalizzazione e modernizzazione.
Un testo talmente sovversivo nel suo evidente messaggio antiputinista che il Moskovsky Komsomolets l’ha eliminato dal suo sito. Sulla pagina web della rivista Russia in the Global Affairs, diretta da Fyodor Lukyanov, uno dei politologi vicini al Cremlino, resiste tuttora il saggio La prosa della realtà, pesante come la ghisa, nel quale Vasily Kashin, direttore del Centro di studi europei della Scuola superiore dell’economia di Mosca, sostiene che «l’idea di un nuovo sforzo per spezzare il fronte ucraino è da dimenticare», che «correggere gli obiettivi di una guerra non significa averla persa», e che tutto sommato congelare il conflitto, «con qualche limitazione per le forze armate ucraine», potrebbe già venire qualificato come «una vittoria militare a pieno titolo». Una exit strategy da usare prima che sia troppo tardi, come ha avvertito ieri dalla tribuna della Duma il deputato comunista Vyacheslav Markhaev, chiedendo di «presentare al pubblico un chiaro piano di conclusione della operazione militare speciale», per evitare «un’esplosione sociale che porti al caos».
Discorsi che fino a qualche settimana fa erano difficilmente immaginabili nello spazio pubblico russo, e che rappresentano verosimilmente un’eco dello scontro interno al Cremlino.I ministri e gli oligarchi non possono non rendersi conto dell’incombente catastrofe economica: secondo l’analisi dei numeri ufficiali del governo di Mosca condotta dall’esperto tedesco Janis Kluge, la spesa militare russa nei primi mesi del 2026 ha superato di un terzo quella del 2025, battendo il record del 46% della spesa pubblica totale, 65 miliardi di rubli al giorno, l’equivalente del budget annuale di una regione russa come Novgorod. Nonostante questo, Putin sembra scommettere su una nuova escalation, e Abbas Galyamov, ex collaboratore del Cremlino e ora uno dei più lucidi analisti russi in esilio, sostiene che stia pensando di mettere nella poltrona strategica del segretario del Consiglio di sicurezza russo Igor Sechin, il più convinto dei “falchi” del suo entourage.
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