Ci sono libri pubblicati da noi (pochi) che trovano riscontro anche oltre confine. Ultimamente è successo più volte alle Edizioni Casagrande di Bellinzona. Le ragioni di questo successo? Certamente la scelta di autrici e autori in grado di attirare l’attenzione, ma anche, molto probabilmente, una buona rete di contatti con uffici stampa, critici e giornalisti dei maggiori quotidiani italiani e dei loro inserti. Il caso più recente è quello di un esile volume, poco più di 50 pagine, ma firmato da una grande scrittrice americana, Patricia Highsmith (1921-1995). L’autrice è nota in tutto il mondo tra i cultori di noir e thriller: dalla sua penna sono nati personaggi famosi, primo fra tutti Tom Ripley, che compare in 5 suoi romanzi tra il 1955 e il 1991.
Highsmith piace da subito al mondo del cinema. Nel 1950 esordisce con Sconosciuti in treno (Strangers on a Train): non raccoglie grande successo di pubblico, ma viene letto da Alfred Hitchcock che ne trae L’altro uomo. Hitchcock si assicura i diritti per 7’500 dollari (10% dei quali andarono all’agente della scrittrice), senza mai apparire in prima persona nella trattativa.
“Non era un cattivo prezzo per un primo libro, e il mio agente lo ha spinto al massimo. Avevo 27 anni e non avevo nulla alle spalle. Lavoravo come una matta per guadagnarmi da vivere e pagare l’affitto. Non frequentavo l’ambiente del cinema”, dichiarò in un’intervista a Sight and Sound del 1988.
Sul grande schermo, comunque, i racconti e i romanzi della scrittrice americana hanno sempre trovato fortuna: 17 i film tratti da sue opere e firmati da registi di primissimo piano: René Clément, Claude Autant-Lara, Claude Chabrol e i due che secondo me dalla Highsmith hanno tratto il meglio: Wim Wenders (L’amico americano, 1977) e Liliana Cavani (Il gioco di Ripley, 2002).
Nel 1978 Highsmith presiede la giuria internazionale dei Filmfestspiele di Berlino, affiancata, tra gli altri, da Sergio Leone e Theo Angelopoulos. Negli anni ticinesi andrà qualche volta da spettatrice al Festival di Locarno.
Veniamo alla recente pubblicazione commissionatale dal settimanale Le Nouvel Observateur che la pubblicò con il titolo La longue marche hors de l’Enfer. Il testo uscì in tedesco nel 1993 da Diogenes Verlag e ora, tradotto dalla locarnese Maurizia Balmelli, lo possiamo rileggere anche in lingua italiana. Balmelli è una garanzia: lavora con le più importanti case editrici italiane (Mondadori, Adelphi, Einaudi) e ha trasposto nella nostra lingua Cormac McCarthy, Ian McEwan, Colette, Romain Gary, Emmanuel Carrère, Agota Kristóf, Yasmina Reza.
Highsmith è tra gli autori letterari che scelsero a un certo punto della loro vita – siamo nei primi anni ’80 – il Ticino per risiedervi stabilmente: già nel 1963 si era trasferita nel Vecchio Continente (Regno Unito, poi Francia); nei primissimi anni ’80 si insediò dapprima ad Aurigeno, nel 1988 acquista la casa di Tegna, dove vivrà appartata, ma non isolata. Nel bel cimitero di Tegna è anche sepolta. All’Archivio Svizzero di Letteratura Highsmith ha lasciato i manoscritti delle sue opere, ai quali si sono poi aggiunti altri nuclei epistolari che ora consentono di mettere meglio a fuoco anche la sua lunga parentesi valmaggese, iniziata con l’acquisto di una vecchia casa segnalatale dall’amica Ellen Rifkin Hill, che abitava a Cavigliano.
Queste notizie biografiche sono raccontate da Daniele Cuffaro nel prezioso testo che accompagna il racconto e contribuisce a sostanziarne con precisione cornice e contesto. Cuffaro, curatore dei Fondi italiani dell’Archivio, si occupa anche dell’inventariazione del Fondo Highsmith. Giunta in Ticino, la scrittrice fece due acquisti: una VW Derby rossa fiammante (“very strong”, per affrontare le tortuose strade ticinesi, e una macchina per scrivere Smith-Corona, presa al Jelmoli di Locarno, che invece non funzionava affatto e che riporta indietro. Scopre i luoghi, parla con la postina che inizierà a dar da mangiare ai suoi amatissimi gatti, frequenta i grotti definendoli “Un pizzico di vita sociale che qui consiste nel sedersi a cena a un tavolino all’aperto di un ristorante finché ti ritrovi col sedere paralizzato” (19 agosto 1981).
Il rapporto con il Ticino è duplice: la reclusione aperta a pochissimi, le giornate di isolamento in compagnia di centinaia di sigarette, whisky e gatti, e l’ossessione estiva del turismo, che invade anche i paesini più isolati. Nei suoi Taccuini leggiamo, per esempio: “Non appena il tempo diventa più caldo e soleggiato, sarò circondata dai maledetti turisti – anche se qui non è niente in confronto al turismo che si concentra a Locarno, dove fare la spesa diventa un calvario. È il destino dei bei posti. L’unica salvezza, in Ticino, è un giardino con muro di cinta” (23 marzo 1982).
O ancora: “Qui abbiamo avuto forti nevicate e, dove vivo, agli angoli delle strade c’è ancora parecchia neve. In realtà sto cercando un’altra casa, più soleggiata. Mi piacciono i rustici (…) ma non hanno mai il garage e nemmeno una tettoia per la macchina – e spalar neve, grattare ghiaccio non è divertente” (10 marzo 1986).
Un ruolo centrale in tutta la vicenda lo ha Vivien De Bernardi, americana come lei, residente in Vallemaggia. Highsmith faticava infatti a finalizzare il breve racconto richiestole dal settimanale parigino: “Non fa per me”, scrive il 5 luglio 1988 all’amica Kate Kingsley Skattebøl. Sarà proprio Vivien (il cognome è quello di una famiglia patrizia di Lodano che aveva conosciuto, a fine Ottocento, l’emigrazione in California) a suggerire alla scrittrice alcuni spunti che aveva sentiti raccontare dal suo patrigno.
In pochi giorni, anche con un mese di ritardo, Pat consegna il testo. Qualcuno se ne accorge anche da noi: Il Dovere lo segnalò il 10 agosto 1988 , mentre 7 mesi più tardi ne apparve anche una prima versione italiana, curata da Elda Guidinetti, sul Quotidiano di Silvano Toppi (25 marzo 1989).
Un lungo cammino dall’inferno racconta la storia di Luigi Barba, contadino di Riato (nome di fantasia che nasconde Lodano). Costui venne scomunicato dal parroco dopo un contenzioso su una vigna che la parrocchia rivendicava, ma che la famiglia Barba aveva sempre curato. Una vicenda che potrebbe apparire esile, minima, ma che ne riassume altre assai simili, di cui sono state vittime altre figure di un Ticino periferico, povero, spesso costretto all’esilio anche se non sempre l’emigrazione costituiva una sconfitta o un fallimento, come bene spiega e sottolinea Giorgio Cheda nel suo recente La storia e l’invenzione dei miti (Edizioni Oltremare, 2025). Come scrive Marco Ostoni recensendo il libro nel Corriere della Sera del 3 maggio 2026, il racconto descrive “un passato dove bastava l’anatema di un prete per sprofondare il malcapitato nell’inferno dell’esclusione sociale”.
Vista dal paesino di Era, Locarno sembrava lontanissima: se ne parlava ”con rispetto e una certa soggezione, neanche fosse Roma o una metropoli simile. A Riato erano in pochi ad averla vista. Si diceva che a Locarno la gente possedesse bei cavalli e carrozze, che ci fossero negozi di alimentari, vestiti e pelletteria, un albergo e perfino una stazione ferroviaria” (p. 11).
Il Monte Ceneri appare insormontabile. Ma Luigi decide di spingersi fino a Lugano per incontrare il Vescovo e chiedere giustizia. “Nessuno in famiglia, e probabilmente nessuno in paese, era mai stato a Lugano. La città era al di là del Monte Ceneri, un passo assediato dalla nebbia e in inverno dalla neve. Nella testa dei bambini, e perfino di Maria, sarebbe anche potuta distar mille chilometri” (pp. 20-21).
Sulle prime, consigliato di rivolgersi a lui da un amico, Luigi sembra titubante e intimorito: “Ebbe la visione di una sacra figura con la talare rossa, distante da tutto. Inaccessibile. «Perché mai il vescovo dovrebbe darmi retta?» «Perché è anche lui un uomo di chiesa. E più importante di Don Nicola! Potresti chiedergli un parere. Non puoi andare avanti così, ti sfinirai. Hai già l’aria sfinita»” (pp. 19-20).
In un incontro di pochi minuti, il presule perdona il contadino che non sopportava l’umiliazione subita dal parroco. La proprietà del modesto vigneto non è più il centro della questione. “Dal punto di vista di Luigi, essere liberati dalle fiamme eterne dell’inferno era più importante di un centinaio di metri quadri di terreno” (p. 29).
Luigi – tramandava il racconto orale di quella vicenda che salvò una Highsmith a corto d’ispirazione, ma costretta a rispettare il contratto firmato con il Nouvel Observateur – “non solo fu l’unico uomo di Riato ad aver visto Lugano, ma il fatto che ci fosse andato a piedi elevava la sua avventura al sovrannaturale. (…) I suoi figli, i sei che gli sopravvissero, godettero la gloria di quelle gesta ben oltre la morte di Luigi. Erano dello stesso sangue di quell’instancabile eroe sovrumano che aveva trionfato sul Monte Ceneri. (…) Maria conservò le sue scarpe consumate per molti anni, finché nel corso di un inverno umido ammuffirono e si dovette buttarle. Fine”.
Nell’immagine: Patricia Highsmith mentre firma i suoi libri (Thomas Werthefrongel, 1988)