Rosella Postorino: “Il maschio abusante era il mio medico. Il racconto un’arma di difesa”

Rosella Postorino: “Il maschio abusante era il mio medico. Il racconto un’arma di difesa”

La scrittrice e la visita per i problemi all’anca: “Mi toccò senza chiedere nulla, poi mi disse: ‘Guardati il seno’. Sorrisi, e a casa mi arrabbiai con me stessa”


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Rosella Postorino: “Il maschio abusante era il mio medico. Il racconto un’arma di difesa”
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Di Rossella Pastorino, La Repubblica

Di recente mi è capitato un episodio che ho avuto difficoltà a raccontare, prima di tutto perché mi serviva tempo per metterlo a fuoco, e poi perché, quando si racconta una qualunque forma di abuso di potere subita, è facile diventare oggetto di compatimento, piuttosto che scatenare una riflessione su un sistema culturale che riguarda tutte e tutti. Prendere parola è il contrario del vittimizzarsi: è una delle armi che abbiamo per testimoniare, reclamare ascolto, costringere a vedere. Perciò ho deciso di raccontarlo, tanto più in una giornata come questa.

Vado da un ortopedico per un’infiammazione all’anca. Mi fa stendere, senza pantaloni, e invece di toccarmi l’anca mi tocca il pube. Io faccio un salto sul lettino. La pubalgia può essere collegata alla trocanterite, dice, devo controllare. Penso: senza avvisare? Peraltro non ho denunciato alcun dolore pubico. Una volta mi visitò una fisiatra che mi chiese il permesso prima di toccare qualunque zona del mio corpo; lo stesso fece la mia istruttrice di yoga praticandomi un massaggio. Erano due donne.

L’ortopedico mi fa togliere il maglione e restare in piedi, in canottiera, per controllare la mia postura. Guardati il seno, dice: cosa vedi? Non mi sembra il metodo migliore per controllare la postura, dico. Non vedi che uno è più in fuori? No, rispondo, forse serve uno specchio. E comunque credo sia più facile guardare la linea delle spalle: non dall’alto, di fronte a uno specchio. Lui si avvicina. Guardati il seno, non vedi la curva?, e la disegna a pochi millimetri dalla mia pelle. Prenditelo fra le mani, dice, e si stringe il petto fra le dita. Dico che mi sembra più utile mettermi nella postura corretta e far sentire al mio corpo quali muscoli tirano, perché ne abbia percezione. Mi aggiusta la postura, dice: dovrei vederti nuda, senza reggiseno, ma non posso.

Da allora continuo a pensarci. Non ho avuto paura, nemmeno per un istante. Un’infermiera è entrata e uscita dalla stanza, non avvertivo alcuna minaccia, ero perfino in dubbio su quanto stava accadendo: forse era semplicemente un modo un po’ confidenziale di esercitare la professione?

Mi sono indispettita dopo, a casa, e in principio anche con me, dato che nello studio avevo sempre sorriso. Perché? È questo il punto. Forse perché nello studio di un medico siamo la parte fragile, quella che ha un problema da risolvere e si affida, siamo il corpo (sofferente) che può essere spogliato, guardato, toccato, e d’istinto cerchiamo di arrivare alla soluzione, capire come si guarisce, perché siamo preoccupati, e perché abbiamo pagato. Forse perché sorridere mi sembrava una maniera di oppormi, di sfidarlo: non mi intimidisci, non mi turbi — ma davvero non mi ha turbata? Forse perché certe forme di abuso sono sottili, subdole, giocate con dolo sull’ambiguità. È lui l’esperto, e se pube e anca sono collegati io non posso contraddirlo. La pubalgia è la sindrome del viaggio di nozze, mi ha detto, ridacchiando per l’allusione.

Ho raccontato l’esperienza su Facebook e, nei commenti, tantissime donne hanno raccontato la loro. Fa paura pensare che là dove dovremmo sentirci più al sicuro — al cospetto di un medico — siamo invece così esposte. Una ha detto che bisogna educare le nostre figlie a riconoscere l’abuso, ma io credo che bisogna educare soprattutto i figli. Una ha domandato: perché non hai reagito?, senza rendersi conto di spostare ancora una volta la responsabilità sulla vittima. Uomini e donne hanno scritto: mi dispiace; ma non mi è accaduta una disgrazia personale, ho subito una delle tante forme di violenza che sistematicamente subiscono le donne nel nostro Paese — di questo dobbiamo parlare. Una mi ha scritto che, quando è accaduto a lei, si è sentita sporca e in colpa.

Io no. Sono abbastanza adulta e consapevole per non reputarmi più complice dell’abuso altrui, anche quando non mi ribello, quando lo tollero. So che la disparità di potere condiziona, e lui era in una posizione di potere rispetto a me. Ha approfittato del suo ruolo: un ruolo delicatissimo, quello della cura. Forse ha pensato che non capissi, che fossi sprovveduta? È pure questo che umilia, della violazione: chi la esercita sottrae all’altra intelligenza.

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