Un cuore di tenebra all’ombra del mito

Un cuore di tenebra all’ombra del mito

Percorso di lettura tra indagini d’epoca e inchieste recenti. In che misura la vittoria di Trump segna una novità o si può iscrivere in alcune costanti della storia Usa


Redazione
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Un cuore di tenebra all’ombra del mito
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Di Guido Caldiron, il manifesto

«Vent’anni fa, la forza dinamica della politica americana era il dissenso liberal, l’impulso a riformare le ingiustizie del nostro sistema sociale ed economico e cambiare il modo di fare le cose, in modo che non si dovessero mai ripetere i drammi della Grande Depressione». Ma, «oggi la vita politica non trae più il suo dinamismo dai liberal che hanno reso possibile il New Deal», bensì da una diversa «dinamica del dissenso», abbastanza forte «da definire il tono della nostra vita politica e innescare una sorta di reazione punitiva in tutto il Paese»: in altre parole, un nuovo e possente vento di destra.

Richard Hofstadter, uno dei maggiori storici statunitensi, per decenni docente alla Columbia University e vincitore di ben due Premi Pulitzer, morto a New York nel 1970, è noto soprattutto per aver dato un volto alla metà degli anni Sessanta ad una delle più inquietanti tendenze della politica e della società americana, parlando, come recita il titolo di una sua celebre raccolta di saggi, di «stile paranoide» di queste ultime. Già un decennio prima però, lo studioso aveva descritto un altro dei sentimenti negativi che si sono riaffacciati in modo ricorrente nella storia del Paese, vale a dire «l’anti-intellettualismo».

DI QUELLO STESSO PERIODO sono alcuni dei testi ora raccolti in La repubblica dei fucili(con un saggio di Emanuele Bevilacqua. Luiss University Press, pp. 190, euro 17) che analizzano il peso e il ruolo delle armi da fuoco e della violenza nelle vicende nazionali americane, ma che indagano anche la propensione a quella che Hofstadter definiva come «rivolta pseudo-conservatrice», immaginando si trattasse per molti versi di una reazione rabbiosa alle grandi trasformazioni in atto nella società e nella cultura del Paese, cui il New Deal aveva dato voce e sostanza, ma anche del riemergere di correnti più profonde, di paure e turbamenti che avevano a che fare con il clima complessivo in cui quelle innovazioni avevano preso piede. Come avrebbe fatto anche in seguito, lo storico, figlio di emigrati tedeschi negli Stati Uniti, il padre era ebreo la madre di fede luterana, guardava in faccia il Paese nel quale era nato cercando di tracciarne un profilo atto a leggerne le traiettorie innovative come le inevitabili, e spesso sinistre, costanti.

Per questo motivo ci si può azzardare a riprendere le parole utilizzate all’epoca da Hofstadter per tentare di interpretare i segnali che una parte degli statunitensi hanno voluto dare scegliendo, per la seconda volta, Donald Trump e nel mezzo di una stagione dominata prima dalla figura di Barack Obama e quindi dal protagonismo di significativi movimenti sociali, per quanto minoritari rispetto ai «numeri» del Paese, di segno progressista. Del resto, non solo l’importante raccolta di saggi di Hofstadter, ma anche alcuni altri testi giunti in libreria di recente, possono tornare utili per offrire i contorni di quanto accaduto con il voto dello scorso 5 novembre.

Il primo elemento da cui partire riguarda la scelta dei termini utilizzati dallo storico per descrivere la realtà americana a metà degli anni Cinquanta. Ben prima che il senatore dell’Arizona Barry Goldwater sfidasse, fortunatamente senza successo, il presidente Lyndon B. Johnson, segnando però una delle tappe costitutive di un nuovo pensiero di estrema destra nel cuore della politica americana – avverrà solo nel 1964 -, ma mentre il Paese era ancora profondamente immerso nella stagione del maccartismo e dell’ossessione per la minaccia sovietica, Hofstadter tratteggiava i contorni di un’insurrezione ancora di là da venire. «La rivolta pseudo-conservatrice è caratterizzata da inquietudine, sospetto e paura, segnali di un disagio reale nel modo di sentirsi cittadini. Lo pseudo-conservatore crede di vivere in un mondo dove qualcuno lo spia, sta tramando contro di lui, lo sta tradendo e lo porterà alla rovina. Crede che le sue libertà siano state invase in modo arbitrario e intollerabile».

Il riferimento al «pseudo-conservatorismo» non era ovviamente casuale. Hofstadter aveva tratto quel termine dal celebre studio sulla «personalità autoritaria» promosso negli anni Quaranta dal filosofo e sociologo tedesco Theodor W. Adorno all’Università di Berkeley insieme ai suoi collaboratori, i cui esiti erano stati pubblicati nel 1950. La tesi di fondo di The Authoritarian Personality era che le tendenze antidemocratiche, il cosiddetto «fascismo potenziale», si manifestino attraverso un insieme coerente di valori, opinioni e atteggiamenti che originano da strutture profonde della personalità.

TRADOTTE SUL PIANO POLITICO, le ricerche di Adorno conducevano quest’ultimo a considerare come decisamente superficiale, se non fuorviante, quella definizione di «conservatore» con la quale molti dei soggetti intervistati erano soliti presentarsi: da cui l’individuazione come «pseudo», falso. Questo perché «le loro reazioni politiche esprimono invece un odio profondo, seppure inconsapevole, per la nostra società e le sue dinamiche», suggeriva Hofstadter, sulla scorta del lavoro di Adorno, non prima di interrogarsi sulla costante del fenomeno nella società americana. «Non è forse vero che una personalità politica molto simile a quella pseudo-conservatrice ha origini antiche negli Stati uniti, ed è rintracciabile anche in un’epoca nella quale il potere sovietico non aleggiava all’orizzonte? Il Ku Klux Klan, che al suo apice, negli anni Venti, poteva contare tra i 4 e i 4,5 milioni di membri non era poi un fenomeno così dissimile dalla rivolta pseudo-conservatrice?».

Quanto alle ipotesi sulla presenza di tale tendenza nella storia del Paese, Hofstadter avanzava «una mera ipotesi speculativa», vale a dire che «lo pseudo-conservatorismo sia in buona misura prodotto della vita americana, eterogenea e senza radici, e soprattutto del modo caratteristico col quale gli americani da sempre ambiscono a uno status e a un’identità stabile», il che spesso conduce a far coincidere il proprio «rudimentale senso di appartenenza alla comunità», il proprio «americanismo», con la posizione che si occupa in seno alla medesima comunità o al «prestigio» che si ritiene di possedere o di poter perdere.

Se i saggi di Richard Hofstadter della metà degli anni Cinquanta inducono a misurare gli esiti attuali della politica e della cultura statunitensi con quanto avvenuto in passato, lo storico Gary Gerstle, americanista dell’Università di Cambridge, legge «il fenomeno Trump» all’interno di un altro paradigma interpretativo, concentrato questa volta su costanti e fratture rispetto al contesto politico-economico, riannodando anche in questo caso il nastro a partire dalla stagione, fondante per il Paese, del New Deal e della sua piena messa in discussione a partire dagli anni Settanta. Nel suo Ascesa e declino dell’ordine neoliberale (traduzione di Cesare dal Pozzo, Neri Pozza, pp. 400, euro 24), Gerstle descrive come la politica di Trump – perlomeno durante il suo primo mandato – si sia segnalata, da un lato per il mantenimento dell’ordine neoliberale – deregolamentazione, nomine giudiziarie, sgravi fiscali -, mentre «l’assalto» al libero scambio e all’immigrazione puntino invece alla sua distruzione. In sostanza, il tycoon era, ed è probabilmente anche ora, interessato soprattutto alla prospettiva che «la disgregazione dell’ordine neoliberale favorisse la destra autoritaria».

PER DEFINIRE IL CONTESTO nel quale il ritorno di Trump alla Casa Bianca è stato possibile, pur non prescindendo dal consenso elettorale reale e spesso trasversale di cui ha goduto, si deve inoltre considerare come centrale il tema evocato dal ricercatore del Centro di filosofia e storia della scienza dell’Università di Boston Lee McIntyre, già autore di Post-verità (Utet università, 2019), nel suo Disinformazione (prefazione di Giorgia Serughetti, Utet università, pp. 100, euro 18). McIntyre analizza le campagne a base di fake news e teorie complottiste che hanno caratterizzato il contesto statunitense, e non solo quello, di recente, mettendo in primo piano il ruolo svolto dai social per manipolare i cittadini e negare realtà evidenti, a partire da quelle scientifiche, costruendo una dimensione narrativa del reale capace di rimpiazzare per molti versi l’esperienza concreta vissuta da milioni di cittadini. Decisamente sinistre le parole con cui lo stesso autore presenta il testo: «Se gli assassini della verità riescono a usare la negazione della realtà per minare la democrazia, il giorno dopo ci risveglieremo nientemeno che in una dittatura elettorale».

Infine, in tale contesto, l’opinionista politica Rachel Maddow, conduttrice di una trasmissione molto seguita su Msnbc, ha scelto di rileggere una stagione decisiva della recente storia nazionale in Prequel (traduzione di Mimosa Martini, Neri Pozza, pp. 444, euro 24). Ricostruendo traiettorie individuali e politiche di figure che caratterizzarono la politica americana nel periodo compreso tra le due guerre mondiali – tra loro, William Dudley Pelley e le sue Camicie d’argento, padre Coughlin, popolare conduttore radiofonico cattolico e antisemita; l’industriale Henry Ford, editore negli Usa dei Protocolli dei Savi di Sion; l’aviatore filo-nazista Charles Lindbergh -, Maddow racconta di «quando l’America rischiò di diventare fascista». Anche se il senso ultimo del libro è tutto già racchiuso nel titolo, Prequel per l’appunto.

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