La legge del più forte

La legge del più forte

Trump e Putin impongono la soluzione per la guerra ucraina. Le leggi della convivenza internazionale diventano carta straccia


Aldo Sofia
Aldo Sofia
La legge del più forte
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Un presidente americano pregiudicato e condannato in patria e un presidente russo perseguito dalla giustizia internazionale per crimini contro l’umanità decidono come dovrà essere l’Ucraina
aggredita quattro anni fa dall’esercito del Cremlino, aprendo così la più grave ferita europea, mentre oggi l’Europa lamentosamente pretende di sedersi al tavolo del negoziato, per ora esclusivo, fra Mosca e Washington. Benvenuti nel “nuovo-vecchio” mondo. Dove le regole del diritto internazionale sono cartastraccia. E dove vige la legge del più forte, che può diventare legge della giungla. Nello specifico, Vladimir Putin e Donald Trump. Tutti gli altri, solo o per lo più cornice. Anche la stessa Ucraina, vittima di amputazione territoriale già undici anni fa (perdita della Crimea) e oggi di buona parte del Donbass, che Mosca ha riconquistato e annesso (con referendum farlocco) alla Federazione dopo averla riconquistata militarmente. In questo quadro, si celebra oggi la vittoria di Putin. Soprattutto sul “decaduto” Occidente (come ebbe a dire per primo e sfacciatamente il filosofo russo Dugin, neo social-bolscevico).

Occidente (inteso come Nato+UE) quanto mai disorientato dopo aver fornito a “insufficienza” armi a Kiev, investito una montagna di miliardi per la sua difesa, promesso un impossibile “eterno” sostegno politico-militare, ma in realtà senza avere un’idea precisa di dove tanto impegno e tanta esposizione l’avrebbe dovuto condurre. Sconfitto, dunque. A nulla servirebbe ricordare ai gongolanti oppositori dell’aiuto militare all’Ucraina che Putin trionfante proprio non è: costretto a rinunciare al sogno di far marciare le sue truppe attraverso la capitale ucraina dopo pochi giorni di blitzkrieg, convinto di poter annettere rapidamente il paese direttamente o attraverso un servizievole Quisling, pronto a procedere a una massiccia e brutale operazione di de-nazificazione del regime Zelensky e dei suoi sostenitori, impaziente di ottenere la garanzia della sua neutralizzazione e proibizione di adesione alla NATO.

Premesse per un’Ucraina umiliata, da disintegrare o comunque riportare sotto il dominio della “madre Russia”. Non è successo. Anche se a un prezzo enorme di vittime militari e civili, feriti, distruzioni, fuggitivi all’estero, c’è ancora un paese che non si è piegato alla logica imperiale russa, per cui molti pacifisti improvvisati dovrebbero rileggersi gli insistiti appelli di gran parte della sinistra ucraina favorevole all’aiuto occidentale. Ora in patria si chiederà comunque ragione a Zelensky di tante vittime, ritenute evitabili inutili sprecate. Certo, a Putin nessuno chiederà ragione dei suoi morti, proporzionalmente in numero anche maggiore, vite spezzate soprattutto di giovani reclutati nelle regioni periferiche, e più povere, della Federazione, non certo di Mosca o San Pietroburgo, da dove almeno in duecentomila hanno preferito emigrare.

Né dovrà dare spiegazioni, il neo-zar, del fatto che intanto la Nato si è estesa, ha inglobato due paesi “iper-neutrali”, la Svezia e la Finlandia, mentre l’Est europeo più a ridosso dell’orso russo (dalla Polonia ai Baltici) è in permanente stato di allerta nei confronti di una Russia ufficiale che, pur di darsi ragione, sconvolge la Storia parlando di polacchi responsabili della seconda guerra mondiale, mentre dalla Duma (parlamento russo) si sono alzate voci autorevoli per dire che in definitiva tutto l’assetto post-bellico e post-Yalta dovrebbe essere rimesso in discussione perché sfavorevole alle ragioni russe. Nemmeno Putin dovrà rispondere di quei dodicimila soldati nord-coreani portati a combattere e morire (in tanti) nella regione del Kursk russo occupato da una controffensiva ucraina oltre-confine. Eppure, e nonostante tutto questo, Mosca si comporta da vincitrice, e molti all’estero l’assecondano. Ritornerà anche il ritornello della ora NATO punita perché ha portato le sue basi militari troppo a Est, ”cane che abbaia sotto le porte di Mosca”, disse papa Francesco, senza interrogarsi su come le popolazioni liberatesi dalla cortina della guerra fredda percepiscano il pericolo russo, che non ha esitato ad espandersi militarmente ad Est (dalla Georgia al Kosovo), e non si ha sentore che sia finito il tentativo di rianimare il più possibile parti importanti di quelli che formavano l’impero sovietico, vera ossessione del putinismo, per il quale la caduta del Muro e la fine dell’Urss furono “la tragedia del secolo”.

Dunque, un mondo senza regole, quello odierno, questo produce: sopraffazioni che ridicolizzano le norme internazionali sottoscritte (anche dalla Russia) per garantire il diritto di ciascuna nazione. Solo Mosca ha deciso che l’Ucraina “come Stato non esiste”, non può esistere essendo propaggine e addirittura culla della cultura russa, che da quella terra fatta di confini (questo significa Ucraina) salì verso Nord, fino a Mosca. Non è dunque detto che per Putin, saggiati i muscoli afflosciati, ma soprattutto la volontà lasca degli occidentali, abbia davvero rinunciato alla conquista della capitale nemica, e che non aspetti una seconda e più propizia occasione.

A fianco, e subalterna, rispetto ai dialoganti russo-statunitensi, ecco l’Europa, con i suoi borbottii e i suoi velleitari propositi. Subalterna, ancora una volta, e nel momento più significativo. Come possa entrare in gioco lo decideranno gli altri. A meno che non decida di accogliere nell’UE l’Ucraina ferita e mutilata, impegnandosi nella ricostruzione ultra-miliardaria di un paese che da solo sarebbe perduto, preda dei vecchi demoni nazionalisti, o della rivincita pro-russa, come evidentemente spera il Cremlino. A cui la Casa Bianca potrebbe lasciare un assegno in bianco. Tanto più che le “terre rare”, ricche di materie prime utili alla tecnologia più avanzata, non si trovano sotto controllo ucraino, ma sotto il territorio che rimarrà in mano russa.

Di nuovo saranno in sostanza due potenze extraeuropee a segnare il destino di una guerra europea. I loro leader. A Mosca il restauratore del mito stalinista. A Washington quello di Gaza da svuotare dei suoi abitanti palestinesi per farne una “Riviera”. La Yalta post seconda guerra mondiale stabiliva comunque delle regole. La Yalta odierna si impegna a disarticolale. Fin dove?

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