Dal nostro corrispondente dall’Italia
Il commento più sarcastico è di Leonardo Bison sul Fatto Quotidiano di sabato 28 giugno: «La manifestazione contro l’invasione russa dell’Ucraina, nel 2022, si è potuta fare. Una foto con due sposi che tenevano al guinzaglio media, governi, economia e giustizia, non era il caso: 47 denunce».
La manifestazione, pacifica e ironica, alla quale si riferisce il cronista, si era tenuta il giorno prima davanti alla basilica di San Marco a Venezia. Alcuni attivisti di “Exctintion Rebellion” hanno organizzato un finto matrimonio con due finti sposi, allegoricamente rappresentati mentre tenevano in pugno, ovvero al guinzaglio, l’intero pianeta, i poteri costituiti e l’informazione. Alle loro spalle compariva uno striscione con scritto: «L’1% rovina il mondo», mentre sui cartelli si leggeva: «Con i soldi di questo matrimonio si può ricostruire Gaza».
Alle denunce si aggiungono 3.600 euro di multa, 200 a testa, inflitti a 18 persone che si erano sedute per evitare di essere trascinate via a forza dalla polizia, come era accaduto poco prima per i 47. Giusto così, perbacco: un regolamento comunale stabilisce infatti che in piazza San Marco non ci si possa sedere per terra. Si eviti di dare visibilità a questi sediziosi, sarà stato il ragionamento di chi ha coordinato la retata. Perché no, si invochi il decreto sicurezza fresco di approvazione, che punisce con qualche mese di galera persino le forme organizzate di protesta non violenta, anche se, proprio in questi giorni, la Corte di cassazione ha bocciato senza appello il provvedimento, rilevando aspetti di incostituzionalità.
Gli sposi veri, il miliardario americano Jeff Bezos, padrone di Amazon, e Lauren Sánchez, giornalista, elicotterista e tante altre cose, se la sono intanto goduta occupando con tutta tranquillità, per tre interi giorni, alcuni luoghi-simbolo di Venezia: l’isola di San Giorgio, l’Arsenale, campo della Madonna dell’Orto, storici palazzi. Spazi interdetti a giornalisti, paparazzi, turisti e curiosi, con dispiegamento senza precedenti di forze di polizia, agenti antisommossa, unità cinofile, dispositivi anti-drone per proteggere le oltre duecento celebrità invitate, tra le quali la figlia di Donald Trump, Ivanka, la regina Rania di Giordania, Mick Jagger, Lady Gaga, Barbra Streisand e tantissimi altri nomi famosi del mondo di Hollywood, dello sport, della moda, dell’economia. E della filantropia. Perché, si sa, i miliardari talvolta hanno un cuore più o meno generoso e aprono il portafoglio per destinare una parte delle loro ricchezze a scopi umanitari, o sociali, o culturali. Lo ha fatto, senza esagerare però, come vedremo, anche Bezos in occasione di questo matrimonio da favola.
L’informazione, di fronte a tanto evento, ha perso la testa, abbandonandosi a cronache in gran parte ammiccanti e compiaciute. Lo storico inviato RAI Massimo Mignanelli, eccezionalmente in giacca e cravatta per la sfilata di vip, ha deliziato i telespettatori commentando con dovizia di particolari i momenti salienti di questo interminabile matrimonio in pieno stile cafonal. Cose mai viste, surreali, sulle quali il principale quotidiano italiano ha dato il meglio di sé. Il Corriere della Sera del 28 giugno dedica una grande foto degli sposi in taglio centrale di prima pagina, accompagnata dal titolo: «Che favola. La festa veneziana di Jeff e Lauren”. Seguono tre pagine interne. I lettori vengono edotti sullo scambio degli anelli alla Fondazione Cini, sul menù dei maestri campani, sulla visita di Bill Gates alle Gallerie dell’Accademia, il quale perlomeno ha avuto il buon gusto di mettersi in fila come i comuni mortali per acquistare il biglietto d’ingresso.
Elvira Serra intervista il sindaco Luigi Brugnaro: pur non invitato alle nozze, ha fatto recapitare agli sposi una “magnum” personalizzata di Amarone della Valpolicella e un mazzo di rose bianche alla signora. Se avesse potuto incontrare Bezos, che cosa gli avrebbe detto?, chiede la giornalista: «Che i veneziani sono fieri di averlo avuto ospite, quando vuole tornare, noi lo aspettiamo», risponde il sindaco esultante. Evidentemente il pluri-indagato primo cittadino ignora le maledizioni che i veneziani gli hanno tirato dietro per avere consentito lo scempio di una città ridotta in stato d’assedio. Lo stesso Corriere, bontà sua, il 29 giugno dà spazio a una voce decisamente contro, quella dello psichiatra Paolo Crepet: «Questo matrimonio è il peggiore esempio che possiamo dare ai giovani, peggio di così non c’è niente». Il corteo di protesta “No space for Bezos”, che fortunatamente si è svolto senza incidenti, si perde invece tra le righe nella cronaca della giornata dominata da “un pigiama party di lusso”.
L’attivista Tommaso Cacciari spiega a VeneziaToday le ragioni della multicolore manifestazione, alla quale hanno partecipato associazioni pacifiste, comitati, centri sociali: «Non siamo contro il matrimonio di Bezos, ma contro l’uso di Venezia come un parco a tema che puoi affittare a seconda di quanti milioni hai nel conto in banca. Questa visione distrugge il tessuto socioeconomico della città, e tutto senza un reale studio su costi e benefici». E pazienza se lo zio Massimo Cacciari non è pienamente d’accordo col nipote, come spiega lo stesso filosofo in una intervista a la Repubblica.
Povera Venezia, sfregiata e umiliata. Suonano come una beffa i tre milioni di euro versati da Bezos, un milione a ognuno dei tre enti veneziani beneficiati: il Consorzio per il coordinamento delle ricerche inerenti al sistema lagunare, la Venice International University e la sede locale UNESCO. Un obolo da miserabili per un uomo che, stando ai dati diffusi in rete, vedrebbe i suoi stratosferici guadagni crescere al ritmo di oltre 220mila dollari al minuto. «Un gesto di straordinaria generosità», lo definisce invece il presidente della Regione Veneto Luca Zaia, secondo il quale la donazione di Bezos «va oltre la cronaca mondana e si traduce in un aiuto concreto per la laguna, il suo fragile sistema e le istituzioni che la custodiscono». Punti di vista. Poco conta che i tre milioni siano frutto del guadagno di un quarto d’ora, oppure che il costo del vestito principale della sposa firmato Dolce & Gabbana, uno dei 27 indossati nell’arco dell’osceno triduo, sia costato quasi un milione.
Chissà quanto avrebbe incassato il senatore Matteo Renzi, se oggi fosse – Dio ce ne scampi – sindaco di Venezia. Nel 2013 l’allora primo cittadino di Firenze affittò Ponte Vecchio, uno dei simboli della città noto in tutto il mondo, per una cena di gala della Ferrari. I cittadini e i turisti non ne sapevano nulla e si videro improvvisamente sbarrati gli accessi al ponte da fioriere e da addetti alla sicurezza privati. La Ferrari sborsò 100mila euro per l’uso di suolo pubblico e altri 20mila euro per il restauro di un monumento, ma il gesto non bastò a placare le furibonde polemiche.
Il problema riproposto ancora una volta dal matrimonio di Bezos è proprio questo: l’uso privato dei beni culturali pubblici, che costituiscono l’identità, l’anima del paese con il patrimonio artistico e storico più ricco al mondo. Fino a che punto le città d’arte, i monumenti, le chiese, i parchi archeologici, possono essere concessi come location di eventi esclusivi destinati a élites miliardarie? Venezia per guarire i suoi mali non ha certo bisogno di promozioni d’immagine né di mancette sia pure milionarie, bensì di un piano serio di “rammendo”, capace di frenare la fuga degli abitanti dal centro storico e al tempo stesso l’assalto di un turismo mordi-e-fuggi sempre più aggressivo e devastante. Di fronte all’inerzia della politica, è cresciuto in misura esponenziale, negli ultimi vent’anni, un turismo predatorio che se ne infischia della sostenibilità ambientale, del rispetto reciproco tra abitanti e turisti e dell’equità sociale. In barba a quel vecchio Codice mondiale di etica del turismo, sottoscritto nel 1999 a Santiago del Cile da 156 paesi e riconosciuto nel 2001 dall’ONU, documento attualissimo, che sicuramente i governanti di turno non hanno mai letto.
Ma c’è chi non si pone questi problemi. Dopo il “matrimonio da favola” esulta infatti – c’era da aspettarselo – la ministra del Turismo Daniela Santanché, pluri-indagata anche lei, secondo la quale l’impatto economico generato dall’evento veneziano si può stimare attorno a 957,3 milioni di euro (chissà come diavolo avrà fatto l’ufficio statistica del ministero a elaborare un calcolo così campato in aria): «Il matrimonio di Bezos è un segnale forte della crescente centralità dell’Italia nel panorama turistico internazionale. Eventi come questo rafforzano la nostra immagine globale, generano occupazione, promuovono il territorio e attraggono nuovi flussi turistici qualificati. La visibilità mediatica mondiale rafforza anche il posizionamento della nostra nazione nel segmento dei matrimoni, in forte espansione, che per il 2025 prevede oltre 600 eventi già programmati. Ringrazio Jeff Bezos e tutti coloro che scelgono l’Italia come cornice per celebrare i momenti più importanti della loro vita».
Morale della favola? Di fronte a queste incommentabili affermazioni vale la pena ricordare, con la tristezza nel profondo del cuore, l’invettiva di Dante nel VI canto del Purgatorio:
«Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello».
Aveva visto davvero lontano il Sommo Poeta! L’Italia serva, l’Italia senza guida, anche attraverso la progressiva mercificazione e mortificazione del patrimonio culturale, vive giorno dopo giorno un inarrestabile declino. Così, mentre l’Europa si arma fino ai denti per evitare l’invasione da parte dei russi, Donald Trump, Mark Rutte (memorabili le sue adulazioni del presidente USA al vertice NATO dell’Aja), i miliardari di varia specie, le multinazionali senza etica, le lobby delle armi, hanno gioco facile nel Belpaese.