Guerra e pace non sono una scienza
L’una è il male, l’altra è il bene. Chi è così stupido o malvagio da preferire il conflitto alla tranquillità? Continua il dibattito dopo l’intervento di Michele Serra
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L’una è il male, l’altra è il bene. Chi è così stupido o malvagio da preferire il conflitto alla tranquillità? Continua il dibattito dopo l’intervento di Michele Serra
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L’una è il male, l’altra è il bene. Chi è così stupido o malvagio da preferire il conflitto alla tranquillità? Continua il dibattito dopo l’intervento di Michele Serra
Di Corrado Augias, la Repubblica
Vorrei tentare di esprimere un’ipotesi parzialmente alternativa a quella di Michele Serra apparsa sulla Repubblica di domenica 28 dicembre [Quando i maschi parlano della guerra]. Parzialmente perché anch’io ritengo, come lui, che l’Europa dovrebbe munirsi di un forte strumento comune di difesa in un mondo lacerato dove chi non è capace di difendersi (insisto: difendersi) è destinato a soccombere. Ricordo le parole di un grande scrittore, grande anima, Amos Oz, quando disse (2018, università di Tel Aviv) : «Diversamente da molti miei colleghi non ho mai pensato che la violenza sia il male assoluto nel mondo. Per tutta la vita ho sempre creduto, e lo credo ancora, che il male assoluto stia nell’aggressività, nella sopraffazione. E la sopraffazione non di rado va fermata con la forza. Ci vuole un bel bastone per tenere a freno, per reprimere la sopraffazione, madre di tutte le violenze nel mondo».
Oz parlava avendo in mente quella che è stata probabilmente l’ultima guerra nella quale era possibile separare con un taglio netto il torto dalla ragione. Da una parte le democrazie liberali, dall’altra una dittatura feroce e demenziale quale quella messa in piedi da Adolf Hitler. Purtroppo l’Italia quella guerra l’aveva combattuta dalla parte sbagliata per l’idiozia politica di Mussolini. Eppure, perfino da quella guerra emersero alla fine alcuni elementi positivi. Quella di Oz mi pare una posizione equilibrata alla luce della quale interpreterei anche il famoso motto latino Si vis pacem para bellum che non vuol dire se vuoi la pace preparati ad aggredire ma per l’appunto preparati a difenderti, se vuoi mantenere la pace.
Non c’è elemento più forte per l’inizio di una guerra di una potenza militarmente preparata a confronto con un’altra nazione, nemica o alleata non importa, evidentemente più debole. Come insegna Tucidide nel celebre dialogo tra gli ateniesi e gli abitanti dell’isola di Melos: il più forte comanda, chi è meno forte obbedisce o affronta le dure conseguenze della sua disobbedienza.
Niccolò Machiavelli concorda su questo punto. Il suo favore a proposito di un leader di feroce fermezza come il duca Valentino, sta nella sua capacità d’imporre la pace e l’ordine a costo delle peggiori efferatezze.
Vero peraltro che la guerra è in questo momento una faccenda di maschi bianchi anziani, quelli che la guerra non la farebbero mai, se mai ci fosse. Anche vero però che se davvero una guerra, una vera grande guerra, ci fosse, non si salverebbe nessuno né maschi né femmine, né giovani né anziani. Resta in ogni caso che la verità del momento è questa: i principali fautori di una possibile guerra vanno cercati tra i maschi bianchi anziani, per esempio il presidente russo Vladimir Putin, il presidente americano Donald Trump che non a caso ha cambiato il nome del suo dicastero da Ministero della Difesa in Ministero della Guerra, e chi vuole capire capisca.
Non è stato sempre così, non è stata sempre una questione di giovani e anziani. Ricordo che nei mesi precedenti l’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale (24 maggio 1915), molti giovani, infiammati dalle parole di Gabriele D’Annunzio, erano rumorosamente a favore del conflitto, mentre un anziano statista come Giovanni Giolitti fece il possibile per tenerne fuori l’Italia temendo che il prezzo d’una guerra, anche vittoriosa, sarebbe stato troppo alto per il giovane Regno d’Italia. Infatti lo fu; in termini di vite sacrificate, di sconquasso economico e sociale, fattori tutti che culminarono nell’ascesa del fascismo.
In Francia era accaduto lo stesso al momento del conflitto contro la Prussia (1870). Giovani nazionalisti entusiasti sfilavano per i grandi boulevards scandendo “À Berlin, à Berlin”. Successe il contrario. Furono i prussiani alla fine a conquistare Parigi e non i francesi a sfilare a Berlino. La disfatta di Napoleone III e il suo esilio furono però la nostra fortuna perché permisero al titubante governo del Regno di far entrare i bersaglieri a Roma (Breccia di Porta Pia, 20 settembre 1870) riunendo finalmente la città eterna al resto dell’Italia.
Ciò che voglio dire è che non è facile stabilire una norma generale, come se la guerra e la pace obbedissero alle regole di una scienza. Quella che appare la verità in un certo luogo in un certo momento, non lo è più in altri luoghi in altri momenti.
Forse si può intravedere una regola nel fatto che, affidata alle donne, la questione della guerra e della pace sarebbe amministrata con maggiore saggezza, alle femmine della specie è affidato il compito di trasmettere la vita. Nel solito V secolo a. C. quando tutto è stato detto, il commediografo greco Aristofane aveva immaginato che la coraggiosa Lisistrata (è il titolo della commedia) avesse radunato le donne di Atene, Sparta e altre città convincendole a non avere più rapporti con i loro mariti per indurli, con l’astinenza, a metter fine alla guerra del Peloponneso. Mentre lo storico Tucidide dava un monumento storico raccontando quella guerra, Aristofane individuava nell’interminabile conflitto un male che le donne, più sagge degli uomini, s’ingegnavano d’interrompere.
La pace è un bene, la guerra è un male. Chi è così stupido o malvagio da preferire la guerra alla pace? A volte però la guerra è necessaria. Succede che non la guerra ma le sue conseguenze diventino fattori di cambiamento e di progresso. Lo credeva Karl Marx quando affermava che la violenza è la levatrice della storia, ovvero la violenza rivoluzionaria è il mezzo con cui si producono svolte storiche radicali. Parole non isolate nel corso del pensiero europeo che anzi risalgono a una tradizione che arriva fino al filosofo presocratico Eraclito quando definisce la guerra madre di tutte le cose. Esistono anche altre dichiarazioni a favore della guerra come fattore di cambiamento, cito, a titolo di esempio, quella di Friedrich Hegel che nelle sue lezioni sulla filosofia della storia considera la guerra uno strumento positivo necessario per preservare la vitalità degli Stati, la considera anzi inevitabile tra Stati sovrani autonomi per risolvere controversie insanabili in assenza di autorità superiori.
Se prendiamo sul serio queste parole, dobbiamo riconoscere che proprio la presenza di un’autorità superiore, ovvero l’embrione di Unione presente in Europa, ha permesso alla pace di sopravvivere per ottant’anni in un vecchio continente dove per secoli ci si è fatti reciprocamente a pezzi. Coloro che parlano con disprezzo dell’Europa almeno questo dovrebbero riconoscerlo perché è una verità imposta dalla storia. È perfino possibile che un periodo di pace che si protrae ormai per il tempo di tre generazioni, abbia provocato una specie di mutamento genetico nei giovani europei.
Alla domanda: ma tu andresti a combattere per difendere il patrimonio di democrazia, di sapere, alla fine di tutto diciamo pure di umanità che l’Europa rappresenta? È possibile ripeto che le risposte positive sarebbero pochissime. Il concetto di vita pacifica, il relativo benessere che l’ha accompagnata, sono ormai così radicati nell’immaginario giovanile da rappresentare il loro unico scenario esistenziale. Eppure, io ricordo che proprio le conseguenze della guerra, le vite spezzate, le città distrutte, la somma di inesprimibile dolore di un intero paese furono il trauma che permise all’Italia di cambiare pelle, di trovare una nuova strada, di liberarsi del fascismo, di scrivere la carta delle sue libertà, cambiando per sempre il suo destino. Nel nostro caso il motore di quell’immane cambiamento fu la guerra sbagliata di Mussolini, le reazioni che suscitò, le energie alle quali dette vita. Torna la domanda dalla quale siamo partiti: esaminata con l’occhio freddo dello storico a un secolo di distanza, come dobbiamo giudicare quella guerra?
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