Quale Natale?
Non c’è ancora la pace nella tragica enclave palestinese, molte invece le inquietanti incognite sul suo futuro
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Non c’è ancora la pace nella tragica enclave palestinese, molte invece le inquietanti incognite sul suo futuro
• – Fulvio Poletti
Come la sua eredità è stata distorta e perché la pace, la giustizia e la saggezza non possono restare nelle mani di pochi
• – Silvano Toppi
In vista la rottura dell’alleanza politica tra la Lega e l’UDC? Certo che no. Anche nell’aprile 2027 i due partiti correranno insieme in disamore e in disaccordo verso il voto cantonale
• – Aurelio Sargenti
Dal 21 al 28 dicembre attività ridotta in redazione, sperando che il Mondo non ci faccia brutti scherzi
• – Redazione
In oltre 4 ore di diretta tv, lo zar ha fatto capire che gli obiettivi di Mosca sono anche superiori a quanto fin qui dichiarato
• – Yurii Colombo
Nelle edizioni Dadò una nuova storia del Ticino, che dal mondo contadino giunge fino a quello in cui oggi viviamo
• – Orazio Martinetti
Gli alloggi a prezzo accessibile, previsti da una delle "richieste imprescindibili", sotto ricatto da parte dell'UBS - Di Matteo Poretti
• – Redazione
La grande lezione di Albert Jacquard, maestro di conoscenza e di vita, sotto gli alberi secolari di Villa Argentina - Di Cristiana Spinedi
• – Redazione
Novanta miliardi di euro dovrebbero consentire all’Ucraina di continuare a difendersi almeno fino alla metà del 2027, senza dover sottostare alle clausole di Trump e Putin
• – Redazione
La ministra della Giustizia americana annuncia in pompa magna di aver «sgominato» le trame del Turtle Island Liberation Front
• – Redazione
Non c’è ancora la pace nella tragica enclave palestinese, molte invece le inquietanti incognite sul suo futuro
“Abbiamo attraversato i territori palestinesi occupati. Quattro ore in un territorio che non avevo mai visto. Perché noi siamo di Gaza. Non abbiamo mai visto la nostra stessa terra. Il resto della Palestina ci è sempre stato proibito. Eppure, era là: montagne, vigneti, colline coperte di ulivi. Il mar Morto e, infine, gli stabilimenti balneari. Gli alberghi a cinque stelle, le europee che si abbronzano in bikini mentre a trenta chilometri da lì molti bambini sono sepolti sotto una tenda. È il teatro crudele dell’occupazione: genocidio nel Mediterraneo, cocktail sul mar Morto …”
Nour Elassy, giovane giornalista, scrittrice e poeta della Striscia di Gaza
“Non dimenticatevi di me, Sara Awad, una studente palestinese il cui sogno più grande è finire l’università e diventare giornalista. Non dimenticatevi della gente di Gaza e dei loro due milioni di storie d’amore, di angoscia e di perseveranza. Non dimenticate la mia città, Gaza, un’antica metropoli piena di storia e cultura. Non dimenticate quanto strenuamente abbiamo resistito e ci siamo tenuti stretti alle nostre case e alla nostra terra, anche quando il mondo ci ha abbandonati.”
Sara Awad, scrittrice e studente di letteratura inglese che vive a Gaza
“Gaza è la ‘cosa’ più sconvolgente vissuta dalla mia generazione.
Un paese alleato del nostro (una ‘democrazia’, sostiene la propaganda colonialista occidentale) vi compie uno sterminio (…)
Ingenuo avevo sempre pensato che se il mondo avesse vissuto cosa succedeva ad Auschwitz sarebbe insorto, spazzando via il nazismo. Mi sbagliavo: noi vediamo ripetersi ciò che accadde al Ghetto di Varsavia, e non smettiamo nemmeno di vendere armi agli aguzzini. Vediamo cose indicibili: corpi di bambini straziati, neonati scheletrici morti di fame, vecchi che cadono a terra stecchiti, migliaia di cadaveri lasciati sotto le macerie. E mangiamo e beviamo, e dormiamo, e lavoriamo: come se niente del genere accadesse su una sponda vicinissima del nostro stesso mare. E allora le parole suonano usurate, vuole, inadeguate.
E tuttavia, è alle parole che dobbiamo ricorrere (…)
E allora la parola che contiene che contiene davvero ciò che è compiuto a Gaza è una, e solo una: ‘genocidio’. (…)
Ebbene, sta succedendo ora: sotto i nostri occhi. Vediamo tutto e tutto sappiamo: se non chiameremo genocidio il genocidio, non saremo perdonabili”.
Tomaso Montanari, Per Gaza, Feltrinelli, 2025
“Non c’è più alcun sogno qui – le cose più amate sono svanite,
nessuna voce resta per esprimere i nostri desideri.
Quando abbiamo cercato, tutto ciò che abbiamo trovato erano
minacce e singhiozzi soffocati.
Quale sogno potrebbe mai restare, ora che siamo
dinanzi a questa totale vacuità?
Restiamo alla disperazione con il silenzio, resistiamo
al desiderio con il silenzio, e al silenzio resistiamo con altro silenzio.
Massacri senza fine e un popolo sepolto vivo sotto le macerie del silenzio.
Sopravvivere è divenuto lotta – persino illusione.
Sopravvivere è impossibile, la morte giunge in molte forme.
La scena a Gaza oggi è puro tradimento.
Un popolo assediato, esausto, affamato, braccato anche mentre fugge la morte.
Ogni angolo di questa terra grida e ogni bambino
porta negli occhi una sola domanda:
Perché siamo lasciati soli?”
Rita Baroud, giovane giornalista palestinese che dopo essere stata sfollata 17 volte nella Striscia di Gaza vive ora in esilio “inseguita dai fantasmi del passato”
Natale con i soliti discorsi retorici sulla pace, la montagna di regali più o meno in-utili che finiranno in gran parte in cumuli di rifiuti e nelle discariche, le feste di fine anno con le consuete abbuffate seguite dai programmi di disintossicazione e ripresa del peso forma in palestra e con diete spartane. Poi si spegneranno i luccichii degli addobbi e si riprenderanno le incombenze frenetiche di tutti i giorni, fino al prossimo giro di giostra orchestrato dalla macchina consumistico-mediatica che ci induce a comprare beni e servizi, addomesticandoci a questa routine e obnubilando le nostre coscienze con spot pubblicitari a profusione e miraggi di benessere.
Gaza rappresenta l’epicentro della nostra dis-umanità, emblema della nostra inerzia e incapacità – malgrado tutte le nostre strabilianti scoperte, conquiste e “intelligenze artificiali” – di mettere fine a uno scempio, uno sterminio, un genocidio, che rappresenta e racchiude in sé tutte le nostre inadeguatezze nell’affrontare i conflitti guerreggiati sulla nostra terra che tanta sofferenza cagionano (si pensi al Sudan, all’Ucraina e ai tanti altri conflitti armati in corso). E intanto i fabbricanti di armi si fregano le mani mentre rimpinguano i loro portafogli, mentre il pianeta sprofonda in una crisi ambientale che prefigura la fine del genere umano. Il che, probabilmente, non sarebbe una gran perdita per il globo che abitiamo in modo tanto sconsiderato.
Là dove la cristianità attende la ri-nascita del Bambin Gesù, a Gaza i bambini continuano a morire di freddo o sotto i bombardamenti, che, seppur meno intensi, si verificano costantemente, malgrado la fragile/fasulla tregua tanto declamata. Intanto, il solito Bezalel Smotrich (ministro delle finanze) e Israel Katz (ministro della difesa) si affrettano a far approvare alla Knesset ulteriori nuovi insediamenti in Cisgiordania, onde impedire in tutti i modi ogni possibile idea-zione di uno Stato palestinese. In parallelo, rispunta il megalomanico progetto della “Riviera di lusso” promosso dagli inviati speciali della Casa Bianca Jared Kushner (genero di Trump) e Steve Witkoff (grande amico e socio del tycoon): palazzinari sedicenti ambasciatori di pace, in missione per fare soprattutto affari miliardari nella regione, cercando di coinvolgere e blandire le petromonarchie del Golfo.
Ordunque, non si trattava di uno scherzo di cattivo gusto il “famoso” filmato lanciato settimane fa in rete a mo’ di ‘ballon d’essai’, bensì rappresentava la reale intenzione di erigere una megalopoli tecnologica, pacchiana e distopica sopra la terra intrisa di sangue di decine di migliaia di gazawi.
Nel frattempo, gli aiuti umanitari pronti per soccorrere una popolazione ormai oltre lo stremo, giungono con il contagocce, per i blocchi e le innumerevoli difficoltà orchestrati dal governo israeliano, che continua ad erigere barriere e divieti all’accesso di merci, beni, macchinari indispensabili per la sopravvivenza a Gaza. Ora si cerca in pratica di impedire l’operatività delle encomiabili ONG ancora miracolosamente e stoicamente operative nella Striscia, come “Medici Senza Frontiere”.
In tutto questo, i governi del cosiddetto Occidente libero e democratico rimangono silenti ed assenti, facendo finta di niente, per non urtare la fantomatica realizzazione del piano di “pace” targato Trump e per non incorrere nella consueta accusa di antisemitismo, brandita ad ogni piè sospinto dai governanti israeliani per garantirsi la totale immunità da ogni politica repressiva e azione genocidaria
Buon natale e buone feste a chi riesce a festeggiarli.
Voglio chiudere, però, con un messaggio di speranza o un’utopia, che per quanto lontana, possa prefigurare un disegno progettuale volto a sostenere che un altro mondo potrebbe essere possibile.
«In cuor mio, credo davvero che ebrei israeliani e palestinesi potrebbero vivere insieme in piena uguaglianza, con un genuino processo di riconciliazione e un pieno ritorno dei rifugiati, e che una tale giustizia storica scatenerebbe qualcosa di miracoloso per le persone in tutto il mondo. Riuscirò a vederlo realizzato? Non ne ho idea. Ma il sogno è questo.»
Questa citazione è tratta dal libro ‘Essere ebrei dopo la distruzione di Gaza’, edito da Baldini & Castoldi 2025, e scritto da Peter Beinart, il quale vi sostiene una profonda ridefinizione dell’identità ebraica in risposta alle politiche israeliane nella Striscia di Gaza. Nonostante le distruzioni e le colpe del passato, egli crede in una futura coesistenza giusta e condivisa fra i due popoli di Palestina, ispirata alla tradizione ebraica dell’Anno giubilare — un tempo di liberazione, restituzione e rinnovamento.
Nell’immagine: vignetta di Emad Hajjaj da The new Arab, 22 dicembre 2025
Il video-racconto del nostro collaboratore, il giornalista ticinese Filippo Rossi, dalla città afghana di Mazar-i Sharif
Nel flusso quotidiano di notizie legate ai conflitti nel mondo pare fatale imbattersi in contraddizioni, paradossi e assurdità