Unire le forze progressiste e costruire il progetto

Unire le forze progressiste e costruire il progetto

Ora occorre concretamente delineare il modello sociale che si vuole  perseguire


Spartaco Greppi e Christian Marazzi
Spartaco Greppi e Christian Marazzi
Unire le forze progressiste e costruire il progetto
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Negli ultimi giorni sono apparsi sulla stampa diversi interventi che, da prospettive diverse, invitano a rimettere in movimento il campo progressista. L’invito all’unità avanzato da Tommaso Soldini e Nelly Valsangiacomo, l’appello per una sinistra di opposizione e le prese di posizione pubblicate successivamente dalla Consigliera di Stato Marina Carobbio e da Anna Biscossa, già deputata PS in Gran Consiglio, mostrano una cosa positiva: dal “purché si muova” stiamo forse passando al “si muove”. È un segnale importante, perché la situazione economica, sociale e politica lo richiede con urgenza.

Per quanto il nostro giudizio possa essere di un qualche valore – non abbiamo incarichi politici né impegni partitici – abbiamo molto apprezzato l’invito a costruire un fronte di sinistra, non soltanto elettorale, ma anche e soprattutto progettuale e di lunga durata. Senza una convergenza tra le diverse sensibilità progressiste sarà difficile uscire da quello che ormai è un lungo inverno economico, sociale e politico.

Il passo ulteriore riguarda però il come e il su cosa costruire questa convergenza. Al di là di una piattaforma valoriale condivisa – che consideriamo essenziale e sulla quale crediamo esista già un’ampia base – occorre iniziare a delineare il modello sociale che si vuole proporre e contribuire a sviluppare.

Forse il modo più efficace per avviare questo lavoro potrebbe essere la costruzione di una agenda minima progressista, chiara, concreta e immediatamente riconoscibile. Un’agenda capace di tradurre valori e analisi in priorità politiche trasparenti e realistiche.

A titolo di contributo al dibattito, si potrebbero individuare alcuni assi di lavoro.

Il primo riguarda i salari e la dignità del lavoro in Ticino. È un tema centrale, anche alla luce delle analisi recentemente pubblicate sulla stampa. Il nostro cantone continua a registrare salari medi assai più bassi rispetto al resto della Svizzera e un numero importante di lavoratori poveri. Difendere salari dignitosi significa difendere la qualità della vita, ma anche la sostenibilità economica e sociale del territorio, rendendolo attrattivo.

Il secondo riguarda il rilancio dello Stato sociale come investimento collettivo. Sanità universale, accessibile e sostenibile, una scuola rafforzata, politiche familiari più solide, un sostegno diffuso alla cultura in tutte le sue espressioni e una lotta credibile alla povertà devono tornare al centro dell’agenda politica. I dati relativi alla povertà in Ticino sono sempre più preoccupanti, tant’è che il maggiore quotidiano per tiratura del Paese poche settimane fa titolava “Das Tessin wird zum Armenhaus der Schweiz” (Il Ticino diventa l’ospizio dei poveri della Svizzera): si tratta anche del risultato di scelte politiche che possono e devono essere riconsiderate.

Un terzo asse riguarda una politica industriale orientata alla transizione ecologica e sociale. La riconversione produttiva non può essere lasciata alle sole logiche del mercato. Occorre sostenere le imprese che investono nell’innovazione e che rispettano standard sociali e salariali adeguati, evitando modelli competitivi basati sulla compressione dei diritti e dei salari.

Un quarto ambito riguarda la democrazia e la partecipazione. Rafforzare il coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni pubbliche e difendere i diritti fondamentali diventa sempre più importante in una fase storica in cui lo spazio democratico appare sotto pressione in molti paesi. Anche in Ticino esistono esperienze civiche interessanti – pensiamo a iniziative nate dal basso come Mendrisiotto Regione Aperta – che meritano di essere coinvolte in un processo più ampio di rinnovamento democratico.

Infine, una particolare attenzione dovrebbe essere rivolta ai giovani e al loro futuro. Accesso alla formazione, precarietà lavorativa, difficoltà abitative e prospettive professionali sono temi che attraversano ormai l’intero percorso di vita delle nuove generazioni. Ignorarli significherebbe compromettere la coesione sociale dei prossimi decenni.

In questo quadro più generale si inserisce anche una questione di portata più ampia. In molte parti del mondo assistiamo a segnali preoccupanti di indebolimento dello Stato di diritto e di derive autocratiche. Parallelamente, stiamo progressivamente perdendo il controllo sui nostri dati personali e su parti sempre più estese della nostra vita privata, affidate a piattaforme e infrastrutture digitali dominate da grandi e potenti attori privati. Difendere la democrazia oggi significa quindi anche difendere spazi di autodeterminazione e del nostro ambiente naturale, diritti e controllo collettivo sulle trasformazioni tecnologiche ed economiche.

Per tutte queste ragioni, il dibattito che si è aperto negli ultimi giorni rappresenta un’occasione importante, che sarebbe un peccato se si arenasse in una pretestuosa contrapposizione tra concertazione e opposizione. Se saprà tradursi in un lavoro politico e programmatico concreto, potrà contribuire a costruire quell’area progressista di cui molti avvertono la necessità.

Il percorso sarà inevitabilmente lungo, si spera non troppo lungo. Ma il primo passo – riaprire una discussione sul progetto politico e sul modello sociale – sembra essere stato compiuto.

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento 

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