Giornata della Memoria: il “Mai più” alla prova del presente

Giornata della Memoria: il “Mai più” alla prova del presente

Ogni 27 gennaio la Shoah ci impone di ricordare, ma anche di interrogarci e riflettere su quanto accade oggi sotto i nostri occhi, alla luce anche dello sguardo critico delle nuove generazioni


Fulvio Poletti
Fulvio Poletti
Giornata della Memoria: il “Mai più” alla prova del presente

Per diversi anni, nei miei corsi destinati a futuri insegnanti, in occasione della Giornata della Memoria ho proiettato il toccante documentario Memory of the Camps – Memoria dei campi di Sidney Bernstein e di Alfred Hitchcock, i due registi che montarono i filmati registrati dagli Alleati in occasione della liberazione dei campi di sterminio nazisti nel 1945.

Alla visione anteponevo una breve introduzione di carattere storico, dichiarando che le immagini che si sarebbero presentate agli occhi del nutrito gruppo di studenti raccolti in aula magna avrebbero potuto suscitare forti emozioni e turbamenti. Pertanto, lasciavo libertà a chiunque di uscire dall’aula in qualsiasi momento qualora non riuscisse a sopportare tale visione. Solo pochi, nell’arco degli anni in cui praticai questa ricorrenza uscirono dall’aula, mentre a molti gli occhi si inumidivano e lo sguardo e l’espressione del volto emanavano incredulità, sgomento e orrore. Il pubblico rimaneva in un silenzio profondo, e nello stesso totale silenzio si usciva al termine della proiezione in compagnia dei propri più intimi pensieri e delle forti commozioni avvertite.

Dopo anni di questa pratica, a un certo punto, in concomitanza con le informazioni e le notizie relative a quanto avveniva in Israele e nei territori occupati – in particolare a seguito delle ondate di repressione / distruzione condotte dalle forze militari israeliane dopo le diverse ‘intifada’ nella Striscia di Gaza – ci fu una certa reazione da parte del corpo studentesco. Alcuni posero la questione: “ma non è che le vittime di allora – ai tempi dell’Olocausto – si sono trasformate in carnefici?”. Alla luce di tali argomentazioni e suggestioni, condotte da ragazzi svegli, attenti e sensibili alle vicende umane che si presentavano sulla scena geopolitica globale, ho dovuto rivedere le mie pratiche educative e pur continuando comunque a commemorare quella Giornata con espliciti riferimenti alla Shoah, anch’io – anche alla luce dello spirito critico manifestato dai miei studenti, che consideravo uno dei beni più preziosi che la scuola potesse coltivare – ho intrapreso un sostanziale cammino di revisione delle mie credenze e conoscenze, recuperando la storia della Palestina e l’influenza di un certo sionismo aggressivo in quella terra straziata.

Così, mi sono spesso chiesto se la famosa poesia di Primo Levi, non potesse valere anche per le immani sofferenze patite e che sta tuttora provando il popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordania, da oltre due anni a questa parte, senza che la comunità internazionale, pur testimone quotidiana del genocidio in corso, riesca a trovare una via d’uscita quantomeno per alleviare l’immane sofferenza di bambini, donne, anziani, malati, mutilati, denutriti….

Shemà (‘Se questo è un uomo’)

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi

Il riferimento o la traslazione semantico-geopolitica potrebbe apparire azzardata, ma alla luce di tutta una serie di letture e interpretazioni storiche trovo del tutto legittima, perlomeno, la domanda:

Ma come mai, un popolo con una cultura millenaria così ricca e profonda e che ha sofferto una tragedia terribile come la Shoah, nel giro di così poco tempo ha espresso una classe politica e un apparato governativo-militare accusati da molte voci/organismi di condotte genocidarie?

Con la messa in campo di un’efferatezza e determinazione annientativa impressionanti, con l’incapacità di autocontrollo, di freno della furia vendicativa davanti alla totale distruzione di un territorio, di un minimo di umanità al cospetto di gente che muore di fame e di freddo … in particolare bambini, neonati.

«Un neuroscienziato oggi commenta, riguardo alla prolungata carestia usata come arma di sterminio da Israele, che nel cervello umano ci sono 87’000’000’000 neuroni, e bilioni e bilioni di connessioni sinaptiche, e neuroni e sinapsi si generano nei primi quattro anni di vita, e senza il nutrimento di cui il bambino ha bisogno il loro numero si riduce a meno della metà, e questo significa che, per generazioni, persone sopravvissute alla carestia soffriranno di problemi cognitivi, di apprendimento, di memoria, di ansia, e problemi fisici con masse muscolari e ossee ridotte che li renderanno più vulnerabili a una serie di malattie, e ancora i problemi epigenetici per più generazioni e degenerazioni, e queste cicatrici invisibili marcheranno migliaia di persone, per generazioni».

Vanni Bianconi, WAHOO! Un’Odissea al contrario, Marcos y Marcos, 2025, p. 16

Intere generazioni spazzate via: minate nel corpo e nell’anima con privazioni esistenziali, condizioni di vita disumane (contingentamento e privazione di risorse idriche, energetiche, alimentari, medico-sanitarie, sradicamento di colture/ulivi, uccisione di bestiame, incendi dolosi di case, espropriazione di terreni e abitazioni), vessazioni e torture orrende nei comandi di polizia e nelle carceri.

Non ho risposte e lascio la riflessione e le considerazioni in merito al lettore, con l’invito a consultare le fonti indicate in calce, per farsi un’opinione su quanto è successo e quanto sta accadendo in quei territori dopo l’insediamento dello Stato di Israele. Nessuno ne vuole negare l’esistenza, tantomeno io; anzi, ne sottolineo la legittimità, anche se mi interrogo circa la modalità di farla valere.

Spero vivamente che Israele riesca a fare i conti con il proprio passato, rivedendo con coraggio, senza pregiudizi, vittimismi o autocelebrazioni autoreferenziali gli antecedenti, le origini e gli sviluppi della propria configurazione statuale (prima, durante e dopo il 1948), riconoscendo i risvolti problematici e poco edificanti della propria storia.

Esponenti della cosiddetta “Nuova Storiografia” israeliana (i New Historians) definiscono il progetto sionista e la successiva politica governativa come ‘Colonialismo d’insediamento’.

Uno dei capifila di questa scuola è il noto storico ebreo Ilan Pappé, il quale, in opere come La pulizia etnica della Palestina, ne delinea le dinamiche politico-strutturali individuandole in:

  • la logica dell’eliminazione: a differenza del colonialismo classico (dove la madrepatria sfrutta la manodopera locale, come gli inglesi in India), il colonialismo d’insediamento cerca di sostituire la popolazione indigena con una nuova società di coloni;
  • la Nakba del 1948 (la ‘catastrofe’ secondo il vissuto dei Palestinesi): non intesa come un evento isolato o un episodio puntuale di guerra, ma l’inizio di un processo sistematico e predeterminato di espulsione continuativa nel tempo di chi non appartiene all’etnia “pura” dominante;
  • la negazione del ritorno: la politica insediativa si regge sulla necessità di mantenere una maggioranza demografica, impedendo il ritorno dei profughi e occupando progressivamente il territorio attraverso gli insediamenti (soprattutto dopo il 1967).

Anche dopo l’avvio del fantomatico ‘piano di pace’ (!?) per Gaza orchestrato da Trump la situazione sul campo rimane drammatica e terrificante, sia per quanto riguarda le intenzioni distruttive totalizzanti dei leader israeliani, sia per le conseguenze di chi le subisce giorno per giorno:

«Senza pietà. Tally Gotliv, deputata del Likud, il partito del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, lo ha ripetuto tre volte in diretta tv. Voleva che il messaggio fosse chiaro, implacabile come il tono della sua voce in crescendo: «Non abbiamo più ostaggi e, con gli ultimi tre corpi in rientro, non dobbiamo più essere precisi. Possiamo attaccare senza pietà, senza pietà, senza pietà». (…)

L’offensiva prosegue, ora più indisturbata che mai. Sotto altre forme e identiche politiche: se non si assiste più a bombardamenti a tappeto (seppur i palestinesi vengano uccisi ancora a decine), Israele continua a perseguire la strategia dell’invivibilità. Rendere Gaza un luogo inadatto alla vita, un genocidio silenzioso.

I bulldozer non hanno spento i motori: oltre la linea gialla – che cambia perimetro ogni giorno, apparentemente randomica, mangiando metro per metro il territorio a disposizione dei palestinesi – l’esercito israeliano e le compagnie private vincitrici di appalto stanno demolendo quel poco che restava in piedi. Intanto, al di qua della linea gialla, i camion umanitari appaiono con il contagocce, non c’è ricostruzione all’orizzonte per precisa volontà israelo-statunitense e i poveri rifugi improvvisati vengono sommersi da pioggia e fango. Israele sta applicando un modello che ritiene di successo, il metodo Libano: tregua sulla carta e violazioni costanti e quotidiane per cementare una feroce guerra di attrito il meno visibile possibile. (…)

La stessa strategia, sotto altre forme, Israele la sta portando avanti in Cisgiordania: le operazioni militari, le chiusure, le violenze feroci e fasciste dei coloni, le demolizioni di case e le confische di terre servono non solo a prendere più terra possibile ma anche a sfilacciare e inibire qualsiasi rete politica, economica e sociale palestinese».

Chiara Cruciati, “Il Manifesto”, 1.12.2025

Certo, un processo di reale pacificazione implicherebbe una grossa rimessa in discussione etico-politica della propria storia nazionale, con la capacità di guardarsi fino in fondo allo specchio per ri-elaborarne senza sconti anche i lati più oscuri, analogamente a quanto è avvenuto in Sudafrica grazie a personaggi come Nelson Mandela, il vescovo Desmond Tutu e il coraggio dell’allora presidente sudafricano bianco F. W. de Klerk di mettere in discussione il sistema di apartheid applicato per decenni con i relativi soprusi e con pugno di ferro. Fu quest’ultimo ad avviare le riforme e i negoziati con l’ANC e con Nelson Mandela che portarono allo smantellamento dell’apartheid e alle elezioni multirazziali del 1994; Mandela e de Klerk ricevettero insieme il Nobel per la Pace nel 1993 per una tale transizione pacifica. Ne seguì, nel 1995, l’istituzione della ‘Commissione per la Verità e la Riconciliazione’ (Truth and Reconciliation Commission, TRC), voluta dal nuovo Sudafrica democratico con Mandela presidente e Desmond Tutu figura guida. La TRC puntava a far emergere pubblicamente la verità sulle violazioni dei diritti umani commesse durante l’apartheid, dando voce alle vittime e ricostruendo responsabilità e dinamiche della violenza. L’idea di fondo non era una “giustizia dei vincitori”, quanto piuttosto una forma di giustizia riparativa orientata a evitare vendette e guerra civile. Nella fattispecie, la transizione post-apartheid cercò di trasformare memoria e conflitto in un percorso di riconciliazione nazionale.

Si parla di Marwan Barghouti come il Mandela palestinese, ma temo purtroppo che dopo un quarto di secolo nelle famigerate galere israeliane egli ne possa eventualmente uscire (il governo Netanyahu cerca in ogni modo di evitarlo, per paura che egli possa in effetti riuscire ad unificare le varie fazioni palestinesi trovando un interlocutore autorevole e riconosciuto dalla comunità di quel popolo) molto minato e l’ombra di sé stesso dopo le torture e le umiliazioni subite (si pensi al vergognoso video, diffuso a metà agosto 2025, della visita in carcere a Barghouti del ministro della Sicurezza nazionale del governo Netanyahu, Itamar Ben-Gvir, leader del partito israeliano di estrema destra Otzma Yehudit, che insulta e umilia il leader di Fatah, il quale appare fisicamente molto provato).

D’altro canto, sul fronte opposto, siamo ben lungi dall’avere un equivalente della figura di de Klerk – per rimanere nell’analogia con il Sudafrica – dopo la scomparsa di Yitzhak Rabin, il 4 novembre del 1995, allorché venne assassinato, dopo un discorso tenuto a Tel Aviv a sostegno del processo di pace da lui portato avanti attraverso gli Accordi di Oslo, da un estremista di destra che gli sparò a distanza ravvicinata.

È incontrovertibile che una simile rivisitazione autocritica del proprio passato implica un notevole rigore di giudizio e una grande forza morale, come quella dimostrata, non senza l’inevitabile dolore, dal celebre scrittore israeliano David Grossman: segnato dalla tragica perdita del figlio Uri – giovane ufficiale dell’esercito israeliano – durante la Seconda guerra del Libano nel 2006. Quando un uomo del calibro di Grossman finisce per riconoscere, con grande onestà intellettuale unita a un’enorme sofferenza etico-morale, che quanto sta succedendo ora si possa definire ‘genocidio’ (vedi “Naufraghi” 1.08.2025), penso che vi possano essere pochi dubbi sulla legittimità di chiamare le cose con il loro vero nome.

Dal canto suo, pure Ilan Pappé, nell’intervista-testimonianza rilasciata il 7 aprile 2025 sul Progetto sionista: “Siamo all’ultimo capitolo di una storia sanguinosa”, esprime quanto fosse stato difficile per lui attraversare il drammatico e lacerante tunnel della presa di coscienza che l’ha portato, dopo decenni di studi e di confronti accademici ed internazionali, ad assumere le vesti di uno dei più autorevoli storici israeliani “revisionisti” della retorica narrativa che, per i primi vent’anni della sua vita, famiglia, vicinato, scuola, cultura etnico-religiosa di appartenenza gli avevano propinato secondo i canoni “ufficiali” del “popolo senza terra per una terra senza popolo”, resa fertile, prospera e verdeggiante grazie al lavoro infaticabile dei nuovi residenti, paladini di un’epopea gloriosa e palingenetica senza ombre e macchie.

Tanti altri intellettuali e studiosi appartenenti al mondo ebraico hanno con coraggio passato il Rubicone, inoltrandosi in orizzonti interpretativi e territori semantico-concettuali nuovi, alla ricerca di verità che, per quanto possano essere dolorose, aiutano a riscoprire una rinnovata identità culturale, collettiva, nazionale più credibile e autentica, innanzitutto per sé, e anche sul piano del confronto interazionale e interculturale.

Questo è stato il caso per il Sudafrica del post-apartheid, che ha dimostrato che fare i conti con il passato – compresi i risvolti più tragici, bui e traumatici – non è un atto di debolezza o di “tradimento”, bensì può diventare un’operazione liberatoria, nel riconoscimento reciproco dell’umanità dell’Altro da sé, non più visto come un acerrimo nemico da annientare, ma come un interlocutore con il quale confrontarsi e cercare di con-vivere.

Senza questo processo di rielaborazione, lottando con i propri demoni, ma anche con le proprie straordinarie potenzialità rigenerative, temo che la ricorrenza della Giornata della Memoria rischi di dissolversi in un oblio pericoloso e pernicioso o in una mera ritualità formale del “Mai più” che lascia il tempo che trova, mentre tutt’attorno imperversa la legge del più forte dal punto di vista muscolare, militare e finanziario.

Un tale coraggio autocritico e confronto aperto, senza infingimenti e senza continue giustificazioni auto-assolutorie, probabilmente costituisce pure uno degli antidoti più significativi e potenti al diffondersi del nuovo antisemitismo:

«Io che pure sono altrettanto preoccupato e allarmato del Rabbino capo di Roma Di Segni che è la principale autorità religiosa dell’ebraismo italiano, come lui, non meno di lui sono allarmato dall’ostilità antiebraica che riesplode in forme di minaccia o addirittura di azioni violente, non posso separare questo allarme dalle cause di questa ondata nuova. Questo è il punto del mio dissenso, detto con brutalità e in estrema sintesi: noi abbiamo il dovere di ricordare Auschwitz e di continuare lo sforzo che non arriverà mai a compimento di capire come sia stato possibile, ma oggi diventa impossibile farlo senza parlare anche di Gaza. Questa convinzione indispettisce una componente maggioritaria dell’ebraismo italiano, stiamo parlando di pochi e da questo punto di vista sono consapevole di trovarmi in una condizione di minoranza e di dissenso. Sono grato al Rabbino capo di Roma che ha cercato questo dialogo con me, perché naturalmente non sono solo, ci sono altre voci per fortuna sia in Italia che in Israele che vogliono incoraggiare un pensiero critico all’interno dell’ebraismo mondiale e dello Stato di Israele. Credo che se il Rabbino ha voluto parlare con il dissidente che altri nella comunità ebraica trattano come un traditore, qualcuno da censurare, dipenda dal fatto che il momento è drammatico per il nostro futuro, rischiamo una catastrofe morale del nostro mondo. Nessuna indulgenza all’antisemitismo, ma come si fa a contrastarlo senza comprendere il moto di comprensione e solidarietà per il popolo palestinese?».

Da un’intervista a Gad Lerner

Fonti

  • Atef Abu Saif, Diario di un genocidio. 60 giorni sotto le bombe a Gaza, Fuoriscena, 2024
  • Atef Abu Saif, Vita appesa, Alessandro Polidoro Editore, 2025
  • Ilan Pappé, La pulizia etnica della Palestina, Fazi Editore, 2008
  • Ilan Pappé, La prigione più grande del mondo storia dei territori occupati, Fazi Editore, 2023
  • Ilan Pappé, Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina. Dal 1882 a oggi, Fazi Editore, 2024
  • Ilan Pappé, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, Fazi Editore, 2025
  • Gilles Kepel, Israele, Gaza e lo sconvolgimento del mondo dopo il 7 ottobre, Feltrinelli, 2024
  • Francesca Albanese, Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite della Palestina, Rizzoli, 2025
  • Francesca Albanese, Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio (traduzione italiana del rapporto ONU A/HRC/59/23, 30 giugno 2025), PDF, https://cdn77.pressenza.com/wp-content/uploads/2025/07/Rapporto-Francesca-Albanese-def.pdf
  • Arturo Marzano, Storia di Gaza. Terra, politica, conflitti, Il Mulino, 2025
  • Anna Foa, Il suicidio di Israele, Laterza, 2024
  • Gad Lerner, Odio e amore per Israele, Feltrinelli, 2024
  • Riccardo Di Segni & Gad Lerner, Ebrei in guerra. Dialogo tra un rabbino e un dissidente, Feltrinelli, 2025
  • Paola Caridi, Gerusalemme senza Dio. Ritratto di una città crudele (Nuova edizione aggiornata), Feltrinelli, 2022
  • Paola Caridi, Elegia per Gaza, Feltrinelli, 2025
  • Tomaso Montanari, Per Gaza, Feltrinelli, 2025
  • Tahar Ben Jelloun, L’anima perduta di Israele. La Nave di Teseo, 2025
  • Majd Al-Assar, Il mio cuore libero. La forza di una madre di Gaza, Garzanti, 2025
  • Rachid Benzine, Il libraio di Gaza, Corbaccio, 2025
  • Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin, Feltrinelli, 2013

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