La pace dei vincitori

La pace dei vincitori

Il Nobel 2025 celebra un’agenda politica, non i diritti umani


Kamran Babazadeh
Kamran Babazadeh
La pace dei vincitori

Il Premio Nobel per la Pace, un tempo simbolo di riconciliazione e speranza, è da tempo diventato un marchio geopolitico. Dietro la retorica dei “diritti umani” e della “democrazia”, spesso si nasconde una scelta di campo ben precisa, dettata da interessi strategici e convenienze politiche.

L’assegnazione del Nobel 2025 a María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana, lo conferma in modo lampante.

Un premio politico, non morale

Non è la prima volta che il Comitato norvegese premia più l’allineamento che la pace. Henry Kissinger nel 1973, Barack Obama nel 2009, Abiy Ahmed nel 2019 – celebrato allora come artefice della pace con Eritrea, ma divenuto poco dopo protagonista di una guerra sanguinosa nel Tigray: nomi che evocano guerre, bombardamenti, conflitti ancora aperti.

Quest’anno, l’onorificenza va a una figura che più di una volta ha invocato l’intervento militare statunitense contro il proprio Paese, chiedendo apertamente a Washington di “liberare” il Venezuela da Nicolás Maduro. Una “pacifista” che considera l’assedio economico e la pressione militare strumenti legittimi di “transizione democratica”. In qualsiasi altro Paese del mondo, un’attività del genere sarebbe definita sediziosa. Ma quando a farlo è un’alleata del blocco atlantico, allora diventa “lotta per la libertà”.

Gli esclusi dal Nobel: i veri costruttori di pace

Mai come quest’anno la contraddizione appare stridente. Mentre a Gaza i giornalisti vengono uccisi nell’esercizio del loro dovere, i medici operano tra le macerie senza strumenti, e i civili pagano il prezzo di un genocidio trasmesso in diretta, il Comitato di Oslo sceglie di ignorare il dolore reale per premiare una figura utile. Avrebbero meritato il Nobel i reporter palestinesi che documentano i crimini di guerra, i volontari di Medici Senza Frontiere, o chi ancora cerca di portare soccorso tra le bombe. Ma un riconoscimento a Gaza avrebbe incrinato la narrazione occidentale della “difesa d’Israele” – e dunque non è accaduto.

L’erede di Guaidó

María Corina Machado è, in fondo, l’erede designata di Juan Guaidó, l’esperimento fallito dell’“autoproclamato presidente” creato a tavolino e presto scomparso nell’imbarazzo generale. Ora serve un volto nuovo, possibilmente femminile e più presentabile, per rilanciare il progetto di destabilizzazione del Venezuela sotto un profilo più “democratico”. Il Nobel le restituisce credibilità internazionale e la trasforma in simbolo mediatico, proprio mentre gli Stati Uniti tornano a interessarsi alle immense risorse petrolifere e minerarie di Caracas.

Machado e la nuova Internazionale reazionaria

C’è però un dettaglio che il Comitato Nobel ha scelto di ignorare: Machado è firmataria della Carta di Madrid, manifesto promosso dal partito spagnolo di estrema destra Vox, che riunisce leader come Marine Le Pen, Jair Bolsonaro, Giorgia Meloni e altri paladini dell’“anticomunismo globale”. Dietro la facciata della libertà, questa rete rappresenta la nuova Internazionale reazionaria, il fronte ideologico che si oppone ai movimenti popolari dell’America Latina e difende un neoliberismo selvaggio fondato su privatizzazioni e disuguaglianze. Se questa è la “democrazia” celebrata dal Nobel, la pace è davvero in buone mani: quelle che stringono il pugno contro i poveri.

Il filo trumpiano del Nobel

C’è anche un aspetto geopolitico più sottile, ma non meno rilevante. Donald Trump ha a lungo reclamato il Premio Nobel per la Pace ritenendo di meritarlo per aver “risolto o evitato sette conflitti”. La sua ossessione resta simbolica: essere riconosciuto dal sistema che lo disprezza. Oggi, ironia della storia, Oslo premia una sua alleata ideologica. María Corina Machado rappresenta la versione latinoamericana del trumpismo: neoliberismo radicale, antisocialismo militante, retorica della “libertà” usata come arma di restaurazione economica. È amica di Javier Milei, il presidente argentino che si definisce “fratello politico” di Trump e sostenitore del sionismo più oltranzista.

Machado è parte dello stesso fronte ideologico che unisce Vox in Spagna, Bolsonaro in Brasile e la destra statunitense più aggressiva. In questo senso, il Nobel 2025 suona come un premio indiretto al trumpismo internazionale: un segnale che la linea della destra atlantica, pur travestita da pacifismo, ha ormai piena cittadinanza nelle istituzioni che pretendono di incarnare la moralità globale.

La pace dei mercati

Gli stessi “sinceri democratici” che applaudono il Nobel a Machado sono quelli che inviano armi al regime sionista, che coprono crimini di guerra e finanziano milizie in nome dei diritti umani. Si indignano per i “dittatori” non allineati, ma tacciono di fronte ai massacri compiuti dai loro alleati. La pace che celebrano non è quella dei popoli, ma quella delle élite. È la pace del mercato, delle multinazionali, dei pozzi di petrolio e dei minerali strategici. La pace del sepolcro per le classi popolari.

Una farsa che si ripete

L’Occidente che oggi incorona Machado come simbolo della libertà latinoamericana è lo stesso che ieri premiava Kissinger e Obama. Cambia il volto, ma non la logica: chi serve i suoi interessi diventa “paladino della democrazia”; chi resiste, “tiranno”. Il Nobel per la Pace 2025 non premia la pace, ma la continuità dell’egemonia. E in questo senso, sì: la scelta di Oslo è coerente – con la guerra, non con la pace. Quando la pace diventa premio per i complici del potere, non resta che la voce dei popoli. La pace non si assegna: si costruisce.

E nessuna medaglia potrà nascondere il silenzio su Gaza, né la complicità con chi invoca nuove invasioni in nome della libertà.

Nell’immagine: illustrazione dal sito cileno Izquierda Soberanistas

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