Crans-Montana, il conto della vergogna

Crans-Montana, il conto della vergogna

Una diversa tempistica e una diversa modalità comunicativa avrebbero forse consentito di evitare l’impressione di una gestione burocraticamente corretta ma umanamente opaca e inadeguata - Di Fulvio Poletti


Redazione
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Crans-Montana, il conto della vergogna

Incredibile, fuori luogo e di cattivo gusto recapitare, a quattro famiglie italiane di ragazzi ustionati nella notte di Capodanno al locale ‘Le Constellation’ di Crans-Montana, le fatture per la degenza di poche ore presso l’ospedale di Sion, per un ammontare complessivo di 100’000 franchi.

La giustificazione formale addotta dal nosocomio vallesano è che non avrebbe potuto agire diversamente, in ottemperanza alle norme vigenti in materia di copertura finanziaria delle prestazioni medico-sanitarie erogate. Anche le autorità federali sembrano avallare una simile prassi: il Dipartimento dell’Interno, mediante una nota ufficiale emessa dall’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (UFAS), avrebbe richiamato le disposizioni sull’assistenza reciproca internazionale in materia di prestazioni, applicabili anche alle vittime del rogo di Capodanno.

Resta tuttavia difficile non cogliere, in questa vicenda, un tratto di inflessibile cinismo efficientistico-contabile, capace di anteporre il far quadrare i conti a un minimo di tatto e di sensibilità umana. Una diversa tempistica e una diversa modalità comunicativa avrebbero forse consentito di evitare l’impressione di una gestione burocraticamente corretta ma umanamente opaca e inadeguata. Prima ancora degli accertamenti istruttori sulle responsabilità della terribile tragedia che ha colpito il locale, la priorità sembra essere stata quella di garantire la copertura economica delle cure prestate. Non stupisce allora che, in un pronto soccorso di un ospedale elvetico, la prima preoccupazione possa apparire quella di verificare la solvenza del paziente.

Per evitare di apparire del tutto insensibili, si è ricorso all’iter di non pretendere direttamente dalle famiglie coinvolte il versamento dell’importo indicato nelle fatture, comunque recapitate alle stesse, ma di rivolgersi al governo italiano per ottemperare al pagamento. Il presidente del Consiglio di Stato del Canton Vallese, Mathias Reynard, si è espresso infatti nel senso di attendersi che il ministero della Salute italiano si facesse carico delle spese dei ragazzi ricoverati negli ospedali svizzeri.

Dalla vicina Repubblica è giunta una risposta di comprensibile sgomento e legittima indignazione. Le autorità italiane, per il tramite dell’ambasciatore d’Italia a Berna, Gian Lorenzo Cornado, hanno fatto sapere di non intendere dar seguito alla richiesta, ritenuta inaccettabile anche alla luce del contesto umano in cui essa si inserisce. Tanto più se si considerano i possibili profili di negligenza e di responsabilità degli organi di controllo comunali e cantonali, che l’inchiesta ancora in corso dovrà chiarire. L’ambasciatore Cornado ha altresì precisato che, “se questi sono gli accordi, allora l’Italia rinuncia ad avvalersene: non fattureremo le spese dei due ragazzi svizzeri ricoverati da noi”, al Niguarda di Milano (“Corriere della Sera”, 26.04.2026).

Qui emerge una differenza di impostazione tra due culture della sanità. Da un lato vi è un apparato ospedaliero che, in questa circostanza, sembra aver privilegiato con rigore la dimensione amministrativo-burocratica, ponendo al centro il criterio economico-finanziario; dall’altro vi è un Servizio sanitario nazionale che, pur segnato da differenze territoriali, criticità organizzative e diseguaglianze nell’accesso, resta fondato sul principio universalistico della cura e dell’assistenza come diritti da garantire a tutti, indipendentemente da censo e nazionalità.

Come cittadino svizzero provo vergogna al cospetto di questa incresciosa vicenda: prima ancora che l’inchiesta giudiziaria venga portata a termine con l’accertamento delle eventuali inadempienze e delle responsabilità delle istituzioni comunali e cantonali vallesane, si è proceduto a recapitare alle famiglie delle vittime, che hanno già tanto sofferto, un conteggio di spese dal tono freddamente contabile.

Ancora una volta si contribuisce ad alimentare l’immagine pubblica di una Svizzera orientata soprattutto al denaro: una nazione efficiente sul piano organizzativo-burocratico, ma talvolta percepita come poco incline alla vicinanza solidaristica e alla sensibilità umana. In questa occasione si è data prova di scarsa eleganza istituzionale, generando un non trascurabile danno reputazionale.

Fra Paesi contigui, una vicenda di questo tipo non rappresenta un bell’esempio di buon vicinato: al contrario, si traduce in un pessimo segnale relazionale, aggravato da modalità comunicative e diplomatiche del tutto inadeguate. Non ci si stupirebbe se, alla luce di episodi simili, molti italiani finissero per maturare un’immagine poco edificante dei cittadini svizzeri in visita o in vacanza nel Bel Paese.

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