Contro la normalizzazione della guerra educare alla pace come pratica democratica
In un tempo in cui la guerra torna a presentarsi come fatto ordinario della politica, educare alla pace non è un gesto edificante, ma una necessità civile e culturale.
Filtra per rubrica
Filtra per autore/trice
In un tempo in cui la guerra torna a presentarsi come fatto ordinario della politica, educare alla pace non è un gesto edificante, ma una necessità civile e culturale.
• – Fulvio Poletti
Nella scelta referendaria della Generazione Z l’intenzione di proteggere la Costituzione mentre partiti e programmi restano lontani
• – Redazione
Washington parla di contatti produttivi, ma Teheran e Tel Aviv si muovono in direzioni opposte
• – Redazione
Il verdetto è stato raggiunto nell’ambito di un processo sulla partito dalla una denuncia di una ventenne californiana. Le aziende: non siamo d’accordo. Cosa succede ora
• – Redazione
Fu un gerarca fascista a far destituire Mussolini nel 1943. Ma dove sono quei repubblicani che potrebbero fermare Trump? - Di Manuele Bertoli
• – Redazione
L’attacco israelo-statunitense contro la Siria e una Russia che cerca di trovare una logica nelll’erratica politica di Trump
• – Yurii Colombo
CARTA BIANCA Sembra di vivere in un’era sconcertante e fuori controllo. Eppure alla radice c’è una spiegazione logica
• – Redazione
Il vicepresidente si è tenuto nell’ombra, fedele alla base Maga. Ora ha una missione impossibile
• – Redazione
INTERVISTA Gli amici di un tempo, la politica, il senso delle cose: la ruvida ironia del grande cantautore
• – Redazione
La premier della 'destra destra' italiana non ha visto arrivare (o l'ha vista troppo tardi) la rivolta degli italiani contro il suo progetto ostile alla magistratura e alla Costituzione. Impressionante e incoraggiante la partecipazione dei giovani della Generazione Z
• – Aldo Sofia
In un tempo in cui la guerra torna a presentarsi come fatto ordinario della politica, educare alla pace non è un gesto edificante, ma una necessità civile e culturale.
C’è un tratto del nostro presente che rischia di diventare insidiosamente invisibile proprio perché si va facendo abituale: la guerra è tornata a occupare il discorso pubblico come se fosse una possibilità quasi ovvia, se non addirittura una soluzione plausibile. I conflitti si moltiplicano, il linguaggio bellico penetra con disarmante naturalezza nel lessico politico e mediatico, e il diritto internazionale appare sempre più annullato dalla logica della forza o del bullismo.
In un contesto simile, parlare di pace può sembrare ingenuo, fuori del tempo o poco realistico. Eppure, a guardare bene, è vero il contrario: proprio quando la violenza tende a essere accettata come norma, la pace torna a mostrarsi per quello che è davvero, cioè una questione politica, culturale ed educativa di prim’ordine.
Il punto non è indulgere in un generico buonismo, ma contrastare l’idea che la guerra, il dominio e la sopraffazione siano fattori naturali e inevitabili della convivenza umana. Quando la forza viene presentata come criterio ultimo di regolazione dei rapporti tra Stati, gruppi o schieramenti, la pace rischia di essere declassata a parentesi fragile: non più un obiettivo politico costante, ma un lusso accessibile solo in tempi eccezionali.
Vale allora la pena chiarire un aspetto essenziale: la pace non coincide con una tregua provvisoria e non si riduce alla semplice assenza di ostilità aperte. È una costruzione storica e istituzionale che richiede diritto, mediazione, responsabilità pubblica, riconoscimento reciproco e pratiche di giustizia.
Per questo il problema non è soltanto geopolitico, ma pure culturale. Prima ancora che sui campi di battaglia, molte forme di violenza si prefigurano nei linguaggi, nelle immagini, nelle narrazioni che disumanizzano l’altro, trasformano le differenze in minacce e rendono pensabile ciò che fino a poco prima sarebbe apparso inaccettabile. Pertanto, la pace non può essere ridotta a un auspicio morale: va pensata come pratica politica e come compito educativo da perseguire sempre di nuovo.
A questo punto emerge una domanda decisiva: bastano le istituzioni? La risposta è no, perché nessun ordinamento democratico si regge da solo, senza cittadini capaci di comprenderlo, abitarlo, difenderlo e rinnovarlo nel tempo.
È qui che l’educazione diventa centrale. Se la democrazia non è soltanto una forma di governo, ma un modo di vivere insieme, allora anche la pace non può essere pensata solo come obiettivo diplomatico o assetto giuridico: deve diventare una pratica sociale appresa, esercitata e interiorizzata nelle relazioni quotidiane ai vari livelli.
John Dewey lo ha espresso in una formula ormai classica: “La democrazia è qualcosa di più di una forma di governo; è prima di tutto un modo di vita associata, di esperienza comunicata e condivisa.” In questa prospettiva, educare alla pace significa fare della scuola un luogo in cui si impara concretamente a discutere, ascoltare, cooperare, argomentare e gestire il dissenso senza trasformarlo in ostilità distruttiva.
L’istituzione scolastica, dunque, non dovrebbe limitarsi a “parlare” di pace, ma dovrebbe renderla sperimentabile nella vita quotidiana della comunità educante. Una scuola che educa alla pace è una scuola in cui il dialogo non è ornamentale, la cooperazione non è marginale e il conflitto non viene né rimosso né esasperato, ma affrontato con strumenti democratici e partecipativi.
Ciò comporta anche un cambiamento nel nostro modo d’intendere il conflitto. Le società democratiche non sono prive di tensioni, differenze marcate o contrasti; in quest’ottica, la sfida non consiste tanto nell’eliminare le forme di conflittualità – praticamente consustanziali a ogni organizzazione sociale –, quanto nell’impedire che esse degenerino in dominio, esclusione, manipolazione, annientamento dell’altro o della controparte.
Educare alla nonviolenza, allora, non comporta inclinare alla passività o anelare a una pacificazione angelica, tanto improbabile quanto sostanzialmente soporifera. Significa semmai apprendere a stare dentro il conflitto senza assolutizzarlo, riconoscendo che il dissenso è una componente fisiologica della convivenza intersoggettiva, intergruppale e interistituzionale, e che proprio per questo deve essere governato con responsabilità, negoziazione e senso del limite.
Non esiste, però, una pace autentica dove persistono oppressione, disuguaglianza e processi di disumanizzazione; dove la stessa fosse costruita sul silenzio degli esclusi o sull’adattamento passivo all’ingiustizia, poiché in tal caso si tratterebbe semplicemente di stabilizzazione dei rapporti di dominio.
Per questa ragione, l’educazione alla pace non può ridursi a una pedagogia delle buone maniere o a un galateo delle relazioni civili. Deve anche aiutare ragazze e ragazzi a leggere criticamente le strutture dell’ingiustizia, a riconoscere le forme della violenza simbolica, sociale ed economica e a non aderire passivamente al già dato e allo scontato.
Per usare una categoria cara a Paulo Freire, si tratta di promuovere processi di coscientizzazione, cioè percorsi educativi che rendano le persone più consapevoli del mondo in cui vivono e più capaci di trasformarlo responsabilmente in direzione umanistica e solidale. In tal senso, educare alla pace non vuol dire addestrare all’adattamento, ma formare soggetti capaci di pensiero autonomo e critico, giudizio ben ponderato, parola pubblica fondata sulla qualità argomentativa e spirito d’iniziativa democraticamente propositiva.
Una formazione, dunque, non per produrre conformismo morale, ma per formare persone che non si limitino a osservare il mondo da spettatori, e sappiano invece riconoscersi come soggetti attivi della vita collettiva.
Tutto ciò è ancora più urgente in società attraversate da migrazioni, pluralismo religioso, memorie conflittuali, polarizzazioni identitarie e retoriche pubbliche sempre più aggressive. Molte violenze cominciano molto prima del fragore delle armi: iniziano negli stereotipi che gerarchizzano, nei discorsi che disumanizzano, nelle narrazioni che presentano l’altro come minaccia, scarto o corpo estraneo, da espellere (vedi teoria della ‘remigrazione’).
Per questo il tema della pace chiama imprescindibilmente in causa anche la componente interculturale. Non basta celebrare la diversità in modo astratto, episodico o folcloristico, aggiungendo qua e là qualche contenuto multiculturale ai programmi scolastici per sentirsi appagati. Sarebbe invece più opportuno promuovere contesti educativi in cui l’altro non sia ridotto né a nemico né a soggetto da assimilare, ma riconosciuto come interlocutore dentro una convivenza plurale, inclusiva e solidale, giacché l’alterità non è un incidente da neutralizzare, ma una dimensione costitutiva dell’esperienza umana e democratica, mediante la quale quest’ultima evolve e si consolida.
In simile prospettiva, il dialogo non si limita a essere soltanto una formula di cortesia o una scorciatoia pacificatrice per farsi pratica esigente e impegnativa, capace di sostenere il confronto senza soffocare il dissenso mediante l’ascolto, il decentramento, la disponibilità a mettere in discussione le proprie certezze e convinzioni.
Naturalmente sarebbe ingenuo attribuire alla scuola o all’università un potere salvifico che non possiedono. L’educazione, da sola, non ferma le guerre; ma senza la stessa nessuna pace può diventare durevole, perché mancherebbero i soggetti, le culture civiche e le pratiche democratiche in grado di sostenerla nel tempo.
Se la guerra si alimenta di paura, propaganda, risentimento e disumanizzazione, la pace ha bisogno invece di pensiero critico, cittadinanza attiva, responsabilità condivisa e rispetto delle differenze. Per questo, oggi, educare alla pace significa prendere sul serio la realtà e lavorare perché la violenza non diventi il linguaggio ordinario della convivenza.
“A questo punto nessuno educa nessuno, e neppure sé stesso: gli uomini si educano in comunione, attraverso la mediazione del mondo”
Paulo Freire
E lo schiavo ribelle Spartaco assiste rinchiuso nel Municipio blindato