Mentre l’esecutivo è ancora impegnato a fronteggiare l’arresto dell’ex avvocata generale militare, Yifat Tomer Yerushalmi, la scena politica e giudiziaria israeliana è già teatro di un nuovo scandalo esploso con 55 perquisizioni in luoghi diversi. Si tratta di una delle più grandi inchieste sulla corruzione pubblica degli ultimi anni condotta in modo riservato da Lahav 433, l’Unità nazionale per le indagini sulla frode in collaborazione con l’Agenzia delle Entrate.
Al centro i vertici dell’Histadrut, il sindacato generale dei lavoratori di Israele che, in cambio di ingerenze nel sistema delle nomine pubbliche, avrebbero dirottato i lucrosi contratti assicurativi dei loro enti verso l’agenzia di Ezra Gabbai, noto assicuratore e influente membro del Likud.
L’OPERAZIONE ha portato all’arresto di otto sospetti e al fermo di altre ventisette persone, tra cui il presidente dell’Histadrut, Arnon Bar-David, sospettato di agire per facilitare la nomina di persone vicine ai capi dei comitati sindacali all’interno dei consigli di amministrazione di società statali e para-statali.
Tale prassi di nomine nelle aziende pubbliche, gestite in modo non trasparente attraverso le influenti reti dei comitati sindacali, puntano il dito sulla controversa abolizione dei criteri di professionalità e competenza per la nomina dei direttori voluta dal ministro delle finanze Dudi Amsalem. Oltre a Bar-David e a Gabbai, sono stati arrestati funzionari sindacali di alto rango mentre le indagini hanno raggiunto anche diverse municipalità e importanti aziende pubbliche.
La collaborazione tra Histadrut e Likud, le cui radici risalgono ai primi anni 2000, fa parte delle contraddizioni e dei conflitti di interesse che caratterizzano il sindacato israeliano che ha appoggiato politiche governative di stampo neoliberista che mirano a sostituire lo strumento dello sciopero con l’influenza politica.
La fermezza della magistrature nel procedere è stata interpretata dalla stampa israeliana come una forma di «rivalsa» rispetto all’arresto della procuratrice militare accusata di intralcio alla giustizia e di un presunto tentativo di insabbiamento dell’indagine su una fuga di notizie. Da quando era emersa la notizia che fosse stata lei ad aver autorizzato la diffusione del video delle torture contro un detenuto palestinese nella prigione di Sde Teiman, Tomer-Yerushalmi è diventata oggetto di attacchi personali, duri insulti e persino vere e proprie minacce.
TALE CAMPAGNA di delegittimazione è opera dell’estrema destra che la accusa di aver diffamato i soldati e tradito il paese, causando un significativo danno alla reputazione di Israele. Dal canto suo l’avvocata si definisce paladina dello stato di diritto, spinta da un profondo senso di responsabilità verso l’Idf «nel tentativo di contrastare la falsa propaganda rivolta contro le autorità militari preposte all’applicazione della legge».
Apparentemente la vicenda pone agli israeliani il dilemma sulla legittimità di sacrificare trasparenza e legalità in nome della sicurezza nazionale dividendo per l’ennesima volta l’opinione pubblica. Ma la questione è più complessa. Commentando la vicenda la giornalista e attivista israeliana Orly Noy ha suggerito che Tomer-Yerushalmi viene perseguitata con tale intensità solo perché ha interpretato troppo bene il suo ruolo di presentare una parvenza di autoindagine al fine di fornire ai crimini dell’esercito del regime una copertura di sicurezza nel diritto internazionale.
Se da una parte è indubbio che la riforma giudiziaria promossa dal governo Netanyahu non fa che esasperare il divario tra etica e legalità, è altrettanto vero che tali vicende giudiziarie nei loro aspetti formali e di contenuto distolgono l’attenzione della popolazione dall’unico vero scandalo che è quello dell’occupazione e dei crimini commessi a Gaza.
Il rischio è che anche stavolta gli israeliani, in quanto collettività, perdano l’urgente occasione di confrontarsi con l’elefante nella stanza, occupati da diversivi che contrappongono le fazioni ebraiche.
LA PIÙ AMBIGUA rimane la sinistra liberale che sabato sera ha chiaramente aperto la propria campagna elettorale alla commemorazione dell’omicidio di Rabin tenutasi a Tel Aviv accanto al memoriale in suo ricordo. L’agenda trapelata dai discorsi di Gadi Eisenkot, Yair Golan, Yair Lapid e Tzipi Livni è fragile, ancora essenzialmente militarista e basata sulla demonizzazione di Netanyahu e sull’abuso di astratti slogan pacifisti.
L’unica sul palco a pronunciare coraggiosamente la parola «occupazione» è stata Nasreen Hadad Haj-Yahya, ricercatrice e vice direttrice del New Israel Fund, che ha sottolineato come la partnership arabo-ebraica sia l’unica strada per la democrazia.
Scritto per il manifesto