Il dopo Keir Starmer: svolta o salto nel vuoto?
Nel Regno Unito un risultato elettorale disastroso per il laburisti mette il Premier Keir Starmer con le spalle al muro
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Nel Regno Unito un risultato elettorale disastroso per il laburisti mette il Premier Keir Starmer con le spalle al muro
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Nel Regno Unito un risultato elettorale disastroso per il laburisti mette il Premier Keir Starmer con le spalle al muro
Sono giorni turbolenti a Westminster, degni di una sceneggiatura cinematografica. Eppure è la dura realtà, che conferma come il Regno Unito sia intrappolato in una crisi politica continua. Il Primo Ministro Keir Starmer, salito al potere nel 2024 con una maggioranza schiacciante, aveva promesso di non infliggere al Paese il caos visto sotto la leadership conservatrice, che in 10 anni ha visto avvicendarsi cinque primi ministri, tre dei quali non hanno completato l’intero mandato. Gli elettori avevano premiato i laburisti dopo 14 anni all’opposizione, proprio perché cercavano una leadership più posata e responsabile. Ma le riforme non sono arrivate con la rapidità desiderata; se si chiede al cittadino medio come sia evoluta la sua vita sotto il governo laburista, difficilmente si sentirà dire che sia migliorata.
Gli elettori sembrano sempre meno disposti ad accettare l’argomento secondo cui il governo ha ereditato un Paese in difficoltà dai conservatori e che la Brexit abbia inciso sull’economia più di quanto si riconosca pubblicamente. Eppure, si tratta di fattori reali. A questi si sono aggiunti la pandemia, la guerra in Ucraina ed ora il conflitto in Medio Oriente, che rendono complesso sostenere la crescita economica.
All’opposizione, il Partito Laburista aveva un solo slogan: cambiamento. Al governo sembra difficile trasformare le promesse in realtà. I critici ricordano però che i laburisti hanno avuto 14 anni per prepararsi a governare, eppure una volta arrivati al potere sono apparsi privi di idee incisive, di una visione chiara. La tattica più riconoscibile di Starmer è diventata l’inversione a U. Persino i parlamentari a lui fedeli ammettono, dietro le quinte, di avere difficoltà a spiegare gli obiettivi del governo. Solo sull’aumento delle tasse, sembra dimostrare una certa consistenza, malgrado l’impegno a non incrementare la pressione fiscale; Il debito pubblico è elevato, le risorse sono scarse, ma resta il fatto che gli elettori faticano a pagare le bollette e anche per questo hanno punito il partito di Starmer nel test elettorale di metà mandato.
Il primo ministro britannico continua a sostenere di poter realizzare il cambiamento promesso, nonostante la pesante sconfitta elettorale abbia innescato una vera ribellione all’interno del Partito laburista. Oltre 80 deputati hanno chiesto le sue dimissioni, mentre diversi sindacati hanno messo in discussione la sua capacità di guidare il partito fino alle elezioni generali del 2029. Anche sul fronte governativo non sono mancate le scosse, con alcune dimissioni ministeriali motivate da una crescente mancanza di fiducia nella guida del primo ministro.
Starmer resiste, convinto che il problema non sia la leadership in sé. E se da un lato la sua ostinazione è percepita da molti come arroganza e distanza dalla realtà, per altri è naturale chiedersi se un cambio al vertice basterebbe a risolvere le difficoltà del partito e del Paese?
Secondo i sondaggi, Starmer è il Primo Ministro meno popolare della storia. Attaccato dai tabloid sin dal primo giorno, non ha mai convinto, non piace. Per molti, le sue più grandi colpe sono la mancanza di carisma e di abilità comunicativa, necessarie per fermare l’avanzata della destra populista di Nigel Farage, che ha raccolto centinaia di seggi anche nelle roccaforti laburiste, diventando una forza più credibile e una minaccia concreta.
Sembra contare poco che Farage sia stato tra gli artefici della Brexit, accusata da molti di aver indebolito l’economia del Paese. E altrettanto limitato appare l’impatto delle polemiche che lo riguardano per aver accettato una controversa donazione da cinque milioni di sterline da parte di un magnate delle criptovalute residente in Thailandia. Le lotte intestine e la percezione di un sistema in decadenza non fanno che giocare a favore del suo partito, Reform UK. Resta da capire se gli aspiranti a Downing Street siano davvero in grado di scongiurare uno scenario che vedrebbe Farage avvicinarsi al potere.
La verità è che si discute di sostituire Starmer da mesi. Lo scandalo legato alla controversa nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore britannico negli Stati Uniti, nonostante i suoi legami con il defunto pedofilo Jeffrey Epstein, ha rischiato di costargli la leadership. A quella crisi è sopravvissuto, ma le difficoltà non hanno fatto che intensificarsi. C’è la crescente convinzione che Starmer rappresenti un peso elettorale, ma c’è anche una riluttanza all’idea di rimuoverlo, perché gli elettori non premiano i partiti che appaiono caotici e divisi.
Ciò che ha trasformato la frustrazione in rivolta, è la risposta di Starmer ai risultati del voto. Si è assunto la responsabilità per la sconfitta elettorale, ma con un tono di sfida, che non è piaciuto. Ha parlato di rimanere a Downing Street per un decennio. Ha descritto la rabbia degli elettori come parte di una “curva di apprendimento”. Ha sostenuto che la soluzione non fosse un cambio di direzione, ma una maggiore urgenza nella stessa direzione. Ciò che davvero si voleva dal Primo Ministro era una spiegazione che non è arrivata su come intende migliorare la vita dei cittadini.
Ma chi può fare meglio di Starmer? Esiste una figura in grado di coniugare credibilità, chiarezza e carisma elettorale? Anche se un eventuale successore fosse in grado di imprimere una nuova direzione, ci vorranno mesi prima di ristabilire fiducia tra gli elettori, tra i colleghi e anche tra quegli investitori utili a rilanciare l’economia. L’instabilità ha un costo, e il timore è che si voglia sostituire un problema con un altro.
Nell’immagine: Keir Starmer alla Camera dei comuni
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