Musk, Cook e Mr Nvidia: Big tech sull’Air Force One per Pechino e scatta la corsa agli affari
Nella delegazione, oltre a Jensen Huang anche Cook di Apple , Fink di Blackrock e Schwarzmann di Blackstone
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Nella delegazione, oltre a Jensen Huang anche Cook di Apple , Fink di Blackrock e Schwarzmann di Blackstone
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• – Redazione
Nella delegazione, oltre a Jensen Huang anche Cook di Apple , Fink di Blackrock e Schwarzmann di Blackstone
Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica
Se non otterrà da Xi una svolta nelle relazioni con l’Iran, Trump conta almeno di tornare dalla visita in Cina con una manciata di risultati commerciali per poter rivendicare la vittoria economica. Lo ha ammesso lui stesso, quando smentendo via social di essersi dimenticato a casa il ceo di Nvidia Huang, ha esaltato la delegazione di grandi imprenditori portata al suo seguito: «La prima cosa chi chiederò a Xi sarà aprire il suo Paese, affinché queste persone brillanti possano realizzare le loro magie, portando la Repubblica popolare ancora più in alto».
È una storia lunga e fondamentale anche sul piano politico, perché Trump deve in buona parte la doppia elezione presidenziale proprio al risentimento provocato nella classe media e lavoratrice dalla globalizzazione, con la relativa ondata di trasferimenti all’estero dell’occupazione nel settore manifatturiero. Senza l’enorme successo ottenuto dalla Cina, Donald probabilmente non sarebbe mai comparso nei radar degli americani. Ora però deve mantenere la promessa di essere l’unico in grado di invertire questo fenomeno, cosa che non sta accadendo, perché almeno finora i posti di lavoro non sono tornati nelle fabbriche e il surplus commerciale cinese è aumentato, anche senza avere più l’accesso di un tempo al mercato americano.
Nell’ottobre scorso lui e il rivale Xi avevano firmato una tregua a Busan, abbassando i nuovi dazi americani sotto la soglia superiore al 100% minacciata da Trump, in cambio della sospensione delle limitazioni imposte dai cinesi sulle forniture di terre rare, essenziali per il settore tecnologico, e perciò usate da Pechino come arma per costringere il capo della Casa Bianca a ripiegare verso ragionevolezza e praticità. L’intesa scade in autunno e la visita sarà l’occasione per iniziare a discuterne il rinnovo. Il presidente americano però vuole di più, perciò si è portato dietro una delegazione di ceo che oltre a Huang e al riabilitato Elon Musk, include anche Tim Cook di Apple, Larry Fink di Blackrock, Stephen Schwarzmann di Blackstone, Kelly Ortberg di Boeing, Brian Sikes di Cargill, Jane Fraser di Citibank, Chuck Robbins di Cisco, Jim Anderson di Coherent, H Lawrence Culp di GE Aerospace, David Solomon di Goldman Sachs, Jacob Thaysen di Illumina, Michael Miebach di Mastercard, Dina Powell McCormick di Meta, Sanjay Mehrotra di Micron, Christiano Amon di Qualcomm, Ryan McInerney di Visa. Un gruppo selezionato dove c’è tutto, dalle banche ai fondi di investimento, passando per tecnologia digitale e spazio.
Trump vorrebbe che la Cina si aprisse davvero a queste aziende, senza le pretese avanzate finora su partecipazioni societarie e condivisione delle tecnologie. Il suo sogno poi sarebbe che la produzione tornasse negli Usa, ma tale sembra destinato a restare, perché i dazi non bastano a compensare i vantaggi generati dai costi bassi della manodopera, per non parlare del fatto che i giovani americani non muoiono dalla voglia di riandare in fabbrica.
Nel frattempo il presidente vorrebbe tornare negli Usa con l’impegno della Repubblica popolare a comprare beni americani per almeno 30 miliardi di dollari, dalla soia coltivata dagli agricoltori del Midwest agli aerei della Boeing. Per rendere questi scambi più costanti e strutturati, Washington punta a creare un Board of Trade e un Board of Investment, affinché i due governi abbiano gli strumenti per proseguire e intensificare gli scambi. Altre volte, però, Xi ha promesso acquisti mai fatti, e con il surplus commerciale salito sopra i 1.200 miliardi di dollari, ha dimostrato di poter rimpiazzare il mercato Usa con altri, colpiti e irritati dai dazi. L’America invece non può ancora fare a meno delle terre rare cinesi, per quanto stia cercando di rimpiazzarle, perciò rischia di trovarsi in mano meno carte di quelle vantate da Trump.
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