Io l’acqua la pago!
Possiamo credere al cambiamento climatico e trovare ottime ragioni per non cambiare. Il problema è che l’acqua, l’aria e il caldo non sembrano molto interessati alle nostre ragioni
Filtra per rubrica
Filtra per autore/trice
Possiamo credere al cambiamento climatico e trovare ottime ragioni per non cambiare. Il problema è che l’acqua, l’aria e il caldo non sembrano molto interessati alle nostre ragioni
• – Nelly Valsangiacomo
Rabat ha bloccato i trecento che a Ferragosto hanno provato a superare il confine. La polizia spagnola: “Quando vogliono sanno come fare”
• – Redazione
L’opposizione al divieto del Consiglio Costituzionale francese e le condanne a Meta in New Mexico richiedono un nuovo approccio verso i social e i minorenni
• – Redazione
In 300 tra dirigenti, responsabili dei comitati e simpatizzanti animano il gruppo che segue Vannacci: “Aspettiamo i suoi ordini”
• – Redazione
Arrivederci a lunedì prossimo
• – Redazione
Due progetti faraonici in panne, 20 miliardi di euro per il riarmo, sconto-elemosina di 17 centesimi al litro per il diesel, rifiuto della Camera di consegnare alla magistratura le chat dell’ex sottosegretario Delmastro, sospensione di Schengen con la Spagna... Una farsa senza fine
• – Gino Banterla
Moltiplicato per mille il dolore del singolo perde il suo volto e diventa statistica
• – Andrea Ghiringhelli
DI FRONTE ALLA GUERRA Andrebbero ascoltati i messaggi che giungono da chi nella melma dei conflitti è immerso fino al collo. Dei disertori come di chi una volta a casa non regge il peso delle atrocità
• – Redazione
Il giornalista dell’opposizione russa, vincitore del Nobel per la pace, alla Bbc: “Nessuno sa cosa pensa, ma non può accettare di perdere in Ucraina. Più volte lui e i suoi funzionari hanno parlato della possibilità di utilizzare un’arma tattica”. Ma alcuni esperti ritengono sia un bluff
• – Redazione
La capitale greca tratta le ondate di calore come un’emergenza strutturale: mappa i quartieri più vulnerabili, apre spazi climatizzati, pianta alberi e ha creato una figura dedicata a coordinare la risposta alle temperature estreme
• – Redazione
Possiamo credere al cambiamento climatico e trovare ottime ragioni per non cambiare. Il problema è che l’acqua, l’aria e il caldo non sembrano molto interessati alle nostre ragioni
«L’acqua la pago e quindi ne faccio quello che voglio.» La discussione riguardava il giardino e l’invito, in tempi di siccità, a non esagerare con l’irrigazione. Il ragionamento non fa una piega: l’acqua passa dal contatore, arriva la fattura, la fattura viene pagata. Salvo un piccolo particolare: il contatore misura l’acqua che consumiamo, non quella che rimane.
Un’altra persona mi ha spiegato che il caldo, a lei, piace. Quindi l’aumento delle temperature non la preoccupa più di tanto. E se il problema non mi disturba, perché dovrei cambiare le mie abitudini — per esempio rinunciare a qualcuno dei voli che prendo ogni anno per andare in vacanza? E poi c’è l’obiezione che prima o poi arriva sempre: con tutte le guerre, le industrie e le centrali a carbone, cosa vuoi che cambi il mio volo? Poco, naturalmente. Lo stesso vale per la Svizzera: siamo pochi, abbiamo già fatto parecchio. Perché dovremmo rinunciare a qualcosa quando altrove fanno molto peggio?
Presi uno per uno, sono ragionamenti che hanno una loro logica. E non sono necessariamente argomenti di chi nega il cambiamento climatico. Uno studio pubblicato nel 2024 su Global Environmental Change li chiama «discorsi dell’inazione»: possiamo riconoscere il problema, persino desiderare un futuro a basse emissioni, e contemporaneamente trovare ottime ragioni per non cambiare. Il mio gesto non conta. Gli altri fanno peggio. Abbiamo già fatto abbastanza. Ho lavorato per permettermi questa vita e dunque ho diritto a godermela.
Lo studio si basa su discussioni avvenute nel Regno Unito nel 2020-2021. Sono passati alcuni anni e il cambiamento climatico è diventato parecchio meno teorico. Diremmo ancora le stesse cose? A giudicare da certe conversazioni, almeno qualcuna sì.
Il punto è che la crisi climatica – come tutte le crisi – richiede risposte collettive proprio mentre sembriamo molto bravi a trovare ragioni individuali per non cambiare. Non occorre nemmeno scomodare la solidarietà. Basterebbe l’interesse personale: se l’acqua scarseggia, io e il vicino con cui non parlo da quindici anni dipendiamo dalla stessa acqua.
Confondiamo ciò che possiamo comprare con ciò di cui possiamo disporre senza limiti. Il prato è mio, il biglietto aereo l’ho pagato, la casa è mia. Ma l’acqua non nasce nel contatore e l’atmosfera non appartiene alla compagnia aerea. Posso possedere il terreno, ma non la pioggia che dovrebbe bagnarlo.
E intanto l’acqua scarseggia davvero. A Breggia (nel Mendrisiotto) è bastato chiedere alla popolazione di limitare gli usi non indispensabili per ridurre i consumi del 25%. Quindi, sorpresa: qualche volta il vicino collabora. Non perché sia diventato un fervente ambientalista, ma perché capisce che, se l’acqua manca, manca anche a lui. Questa si chiama comunità di interessi.
Il termometro, poi, è democratico; i suoi effetti molto meno. Trentacinque gradi sono trentacinque gradi per tutti, ma non sono gli stessi trentacinque gradi: reddito, condizioni abitative, professione, età e genere contribuiscono a determinare chi ne sopporta maggiormente le conseguenze.
E la disuguaglianza funziona anche al contrario. Non soltanto subiamo diversamente il cambiamento climatico: contribuiamo diversamente a produrlo. Il 10% più ricco della popolazione mondiale – ossia anche una parte consistente della popolazione svizzera – è responsabile di quasi metà delle emissioni globali. E non soltanto perché vola di più, abita case più grandi o guida automobili più potenti. Conta anche ciò che possiede: per i patrimoni più elevati una parte importante dell’impronta climatica passa dagli investimenti e dalla proprietà di attività economiche che producono emissioni. Per il top 1%, uno studio ha trovato che le emissioni legate agli investimenti superano quelle legate ai consumi.
Siamo dunque sicuri di avere individuato bene ciò che minaccia il nostro benessere? Mentre una parte crescente del dibattito pubblico si concentra sulle «invasioni» e sulla presunta «sostituzione» della popolazione, parliamo molto meno di un’altra frattura: tra chi contribuisce maggiormente alla crisi climatica, chi ne subisce gli effetti e chi ha i mezzi almeno in parte per sottrarsi alle conseguenze. Perché chi possiede di più tende ad avere un impatto maggiore sul clima, ma dispone anche di maggiori possibilità di scelta: può rinfrescare una casa, ristrutturarla, scegliere dove vivere, spostarsi. E, se possiede qualcosa a cui tiene davvero molto, può persino metterlo sotto una montagna.
Nel massiccio del Brünig, nella Svizzera centrale, si sta sviluppando Mega Safe: un gigantesco forziere scavato nella roccia, con spazi sotterranei ad altissima sicurezza destinati a opere d’arte, gioielli, automobili da collezione e altri beni di grande valore. Non è stato progettato per sfuggire al cambiamento climatico. È l’immagine che colpisce: sopra la montagna cominciamo a fare i conti con acqua e caldo, sotto scaviamo per mettere al sicuro ciò che appartiene a chi può permetterselo.
È la stessa logica da cui siamo partiti: è mio, posso pagare, dunque posso proteggermi. E per un po’ funziona. Ma per quanto? Possiamo mettere un quadro al sicuro sotto una montagna. È molto più difficile fare lo stesso con la nostra vita. L’acqua, l’aria, il clima e il territorio continuano ostinatamente a tenerci in relazione con gli altri. Gli ecosistemi ignorano accuratamente i confini catastali e a un certo punto ignoreranno anche quelli di classe.
Forse è questo che perdiamo assieme ai ghiacciai: non il senso della bontà o della solidarietà, ma qualcosa di molto più pragmatico: il senso di avere interessi in comune. Una comunità non serve a essere tutti d’accordo e nemmeno a volerci tutti bene. Serve a gestire insieme ciò che nessuno può davvero possedere da solo.
«L’acqua la pago.» Certo. Il problema comincia quando scopriamo che l’acqua è di tutti. E che forse, alla fine, il forziere sarebbe stato meglio usarlo per ripararci dal caldo.
Nell’immagine: ville con piscina a Ronco sopra Ascona
Di affari privati che hanno valenza politica e pubblica, ma che troppo spesso passano inosservati e sotto silenzio. Poi, fortunatamente, ogni tanto qualcuno solleva qualche questione non proprio irrilevante
Quando si vogliono mettere assieme la crescita economica (e del Pil) con il taglio delle spese che incide sul potere d’acquisto, per poi sorprendersi che qualcosa non quadra