L’utopia della tregua, Gaza prigioniera di un giorno mai finito
SPECIALE 7 OTTOBRE - L’occupazione israeliana, lunga decenni, è un inferno ancora peggiore di prima. Nessuna ricostruzione è all’orizzonte
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SPECIALE 7 OTTOBRE - L’occupazione israeliana, lunga decenni, è un inferno ancora peggiore di prima. Nessuna ricostruzione è all’orizzonte
Di Eman Abu Zayed, il manifesto
A tre anni dal 7 ottobre 2023, Gaza non è più il luogo che era prima. La distruzione ha stravolto le sue città, ha costretto alla fuga la maggior parte della popolazione e ha trasformato quasi ogni aspetto della vita quotidiana. Case, scuole e ospedali sono stati distrutti o danneggiati e le persone continuano a convivere con le conseguenze di anni di genocidio. Per i palestinesi, il 7 ottobre è una linea di demarcazione tra due vite diverse. Ciò che ne è seguito non è stata solo la distruzione degli edifici, ma anche la perdita di familiari, case, mezzi di sussistenza e quel senso di stabilità che era già stato messo a dura prova da anni di conflitto e di blocco.
A giugno 2026 almeno 21.700 bambini erano stati uccisi e 45mila feriti, di cui oltre 11mila con lesioni che hanno cambiato per sempre la loro vita. Ma l’impatto va oltre le ferite fisiche: quasi nove bambini su dieci, intervistati nella prima metà del 2026, hanno dichiarato di aver bisogno di sostegno psicosociale. Dal 10 ottobre 2025, 277 bambini sono stati uccisi, a dimostrazione che il cessate il fuoco non ha portato una sicurezza duratura.
LO SFOLLAMENTO ha modificato la geografia della vita: a metà del 2026, circa 1,9 milioni dei 2,1 milioni di abitanti stimati di Gaza erano sfollati. Molti vivono in tende, edifici danneggiati o rifugi di fortuna con accesso limitato ai servizi di base e sono stati costretti a trasferirsi più volte. I rischi sono particolarmente gravi con l’avvicinarsi dell’inverno: sono stati valutati oltre 400 insediamenti di sfollati, di cui 217 – che ospitano circa 235mila persone – considerati a rischio medio-alto di inondazioni. Più di 4mila edifici in tutta Gaza necessitano di demolizione totale o parziale, eppure oltre 2.300 rimangono abitati da quasi 44mila persone. La distruzione fisica stessa rimane un pericolo costante. Gli edifici danneggiati dalla guerra continuano a incombere sulle comunità, mentre le infrastrutture danneggiate e i rifugi sovraffollati espongono le persone a ulteriori rischi.
NEL CORSO dell’ultimo anno, lo spazio a disposizione dei palestinesi ha continuato a ridursi. Con l’espansione della «linea gialla» israeliana e delle aree soggette a restrizioni, centinaia di migliaia di persone sono state spinte in una parte sempre più stretta e sovraffollata. A ottobre 2026, le organizzazioni umanitarie stimavano che 1,8 milioni di persone vivessero in siti di sfollamento, mentre l’area a loro disposizione si era ridotta a circa il 30% del territorio. La riduzione dello spazio ha comportato che le famiglie abbiano meno luoghi in cui trasferirsi, mentre molte di quelle che vivono vicino alle aree soggette a restrizioni devono affrontare ripetuti sfollamenti e il fuoco dei cecchini e dei droni. Quella che era stata presentata come una divisione temporanea ha ridefinito i luoghi in cui le persone possono vivere, accedere ai servizi e tornare alle proprie case.
L’acqua è diventata un’altra lotta quotidiana. Circa l’82% delle famiglie è in condizioni di insicurezza idrica; fino al 70% delle persone non ha accesso nemmeno a sei litri di acqua al giorno a testa. Quasi il 90% delle infrastrutture idriche e igienico-sanitarie di Gaza è danneggiato o distrutto.
NEL SUD DI GAZA, i due impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare funzionano ai livelli minimi di produzione a causa della carenza di pezzi di ricambio e attrezzature, mettendo a rischio l’approvvigionamento idrico per circa 500mila persone a Deir al-Balah e Khan Younis. Circa il 74% della popolazione dipende dall’acqua potabile trasportata su camion.
Anche il sistema sanitario è stato stravolto. A settembre 2026, solo 19 dei 35 ospedali di Gaza erano parzialmente operativi e solo 10 dei 222 centri di assistenza sanitaria di base erano funzionanti. La carenza di medicinali, forniture mediche, carburante e attrezzature continua a limitare la capacità delle strutture sanitarie di fornire assistenza. Per il dottor Alaa Al-Shanti, «con gli ospedali che hanno subito una pressione senza precedenti a causa dell’entità dei feriti, della distruzione e delle carenze, il 7 ottobre ha cambiato le nostre vite in modi difficili da spiegare. Come medico, ho visto con quanta rapidità la vita normale sia scomparsa e come il sistema sanitario sia stato spinto ben oltre i propri limiti».
ANCHE IL SETTORE dell’istruzione ha subito un crollo simile. Più di 658mila bambini non frequentano la scuola; il 97,5% degli istituti scolastici è stato danneggiato o distrutto. Per una generazione che ha trascorso anni circondata dalla guerra e dagli sfollamenti, la perdita delle aule significa molto più che la perdita delle lezioni. Ha anche privato i bambini degli spazi in cui potevano trovare routine, sicurezza e un senso di vita normale.
Le conseguenze sono visibili anche nei luoghi in cui la popolazione ha cercato di ricostruire una qualche forma di vita. A settembre le organizzazioni umanitarie hanno riferito che oltre 840mila persone hanno ricevuto assistenza alimentare e che centinaia di migliaia dipendono dai pasti cucinati quotidianamente e dal pane sovvenzionato. E si prevede che la carenza di fondi ridurrà l’assistenza alimentare da questo ottobre. Anche la pressione economica è grave. A settembre 2026 i prezzi erano in media superiori del 204% rispetto a prima, rendendo sempre più difficile procurarsi i beni di prima necessità.
PER GLI ABITANTI di Gaza, il 7 ottobre è il punto di svolta in cui le loro vite sono cambiate e l’inizio di una realtà che plasma il loro presente. Per il giornalista Anwar Al-Azayza, che si è ritrovato a documentare una guerra mentre la viveva in prima persona, «il 7 ottobre ha cambiato tutto. Non mi limito più a seguire gli eventi; li vivo in prima persona, documentando la distruzione che mi circonda pur sapendo che anche la mia vita e quella della mia famiglia sono in pericolo». A distanza di tre anni, la guerra ha lasciato dietro di sé una Gaza in cui milioni di persone rimangono sfollate, migliaia di edifici sono pericolanti, i bambini crescono senza un normale accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria e beni di prima necessità come l’acqua rimangono difficili da garantire.
E DA CUI MANCANO l’appello oltre 74mila persone, uccise dall’offensiva israeliana, altre migliaia ancora sotto le macerie e altrettante uccise da fame, freddo e malattie.
Nell’immagine: una strada distrutta a Gaza City
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