“Porre fine alla guerra. È tempo di una soluzione politica”
Nonostante tutte le difficoltà, il convegno della coalizione “It’s Time” dimostra che in Israele l’opposizione della società civile può avere un futuro
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Nonostante tutte le difficoltà, il convegno della coalizione “It’s Time” dimostra che in Israele l’opposizione della società civile può avere un futuro
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Nonostante tutte le difficoltà, il convegno della coalizione “It’s Time” dimostra che in Israele l’opposizione della società civile può avere un futuro
Dalla nostra corrispondente in Israele
Il 9 giugno oltre 5000 persone sono giunte a Gerusalemme per prendere parte al tanto atteso People’s Peace Summit, il più grande raduno civile contro la guerra tenutosi dopo il 7 ottobre 2023 e promosso della coalizione It’s Time, un’ampia alleanza civile che aveva debuttato a Tel Aviv nel luglio 2024 con un evento tenutosi presso l’Arena Menorah.
Già nella giornata di giovedì la città santa ha ospitato visite guidate, attività didattiche e culturali ispirate a uno spirito di riconciliazione e alla speranza di un futuro diverso, mentre venerdì sul palco dei Binyanei HaUma, il Centro Congressi Internazionale, si sono alternati discorsi di esperti, performance di artisti di spicco e dibattiti aperti su sicurezza, economia, diplomazia, istruzione e cultura, trasmessi in diretta streaming in decine di località in Israele e del mondo. Tra gli oratori c’erano molti membri di famiglie in lutto come Maoz Inon, che ha perso i genitori nel Moshav Netiv Ha’asarah, Sigalit Hilel, madre di Ori Tchernichovsky assassinato al festival Nova ed Elana Kaminka, il cui figlio Yannai è stato ucciso il 7 ottobre. Elana ha dichiarato: “Siamo la nazione delle start-up intrappolata in un ciclo di spargimenti di sangue lungo un secolo. È ora di applicare la nostra creatività alla diplomazia. Lo dobbiamo ai nostri figli”.
Accanto a loro, parenti degli ostaggi, soldati israeliani contrari alla guerra in corso, residenti delle zone di confine, diplomatici, politici, personaggi pubblici e artisti, tutti uniti dalla volontà di porre fine alla guerra e impegnarsi per una soluzione politica, nella convinzione che il cambiamento sia necessario e realizzabile. Messaggi di sostegno sono stati inviati anche dai leader internazionali come il presidente francese Emmanuel Macron che ha reso “omaggio al coraggio di coloro che lavorano oggi per la coesistenza e la pace”, mentre il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha dichiarato da Ramallah: “La pace è possibile. Attraverso la giustizia, possiamo garantire sicurezza e un futuro a tutti i popoli della regione”.
L’iniziativa è stata naturalmente denigrata dalla destra, ma ha attirato anche le critiche di parte della sinistra radicale israeliana, che ne ha messo in discussione la struttura e i contenuti, sottolineando in particolare l’assenza di un confronto aperto con la spinosa questione del genocidio. Onestamente già l’anno scorso l’incontro aveva sortito un effetto principalmente “catartico” fungendo da terapia di gruppo per gli attivisti frustrati. Giunti alla seconda edizione ci si sarebbe aspettati qualcosa di più concreto di slogan e dichiarazioni di intenti, mentre anche il panel di punta con Ehud Olmert e Nasser Al-Kidwa sulla soluzione a 2 stati è stato abbastanza superficiale. Tuttavia, visto attraverso la lente della realtà violenta e disumanizzata nella quale ci si trova ad operare in Israele e Palestina, il People’s Peace Summit rappresenta pur sempre un prezioso traguardo che, come tale, va sostenuto senza ambivalenze.
Del resto, oltre all’affluenza vi sono almeno due elementi positivi che rendono la speranza meno astratta di quanto sembri. Il primo è senza dubbio la partnership delle oltre 60 organizzazioni che hanno presieduto l’evento insieme al New Israel Fund, associazioni che si battono quotidianamente e concretamente per il rispetto dei diritti umani e la fine del conflitto. Una di queste è la nota Women Wage Peace, la cui esponente Soumaya Bashir ha dichiarato: “Come donne, scegliamo la vita anche in mezzo alla distruzione. Non rispondiamo con il silenzio o la ritirata, ma con l’azione”. In secondo luogo, alcuni dei politici che hanno preso la parola, tra cui Ayman Odeh e Ahmad Tibi, hanno dato al pubblico un esempio di come dovrebbero parlare i leader di quell’opposizione della quale Israele ha urgente bisogno per contrastare i crimini dell’attuale governo. In questo contesto sarebbe forse auspicabile che la sinistra radicale si assumesse la propria parte di responsabilità e scendesse dal piedistallo ideologico dal quale si erge a rigido censore, partecipando al dibattito con un linguaggio più morbido che consenta di instaurare un dialogo con altri gruppi.
Non si tratta di modificare la sostanza, né certamente la storia farà sconti ad Israele per quanto sta avvenendo a Gaza e in Cisgiordania, bensì di scegliere una comunicazione che permetta agli altri gruppi di abbassare le corazze protettive che impediscono ogni cambiamento di coscienza e di orientamento. Ma soprattutto, come ha ricordato la parlamentare Naama Lazimi formatasi all’interno del partito laburista, “sono da preferire il dolori della pace ai tormenti della guerra”.
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