Sovranità digitale: ipnotizzati e intrappolati dagli Stati Uniti
Un nuovo saggio del giornalista Bruno Giussani descrive la situazione odierna, elenca i rischi a cui l’Europa è sottoposta e suggerisce alcune vie per provare a difendersi.
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Un nuovo saggio del giornalista Bruno Giussani descrive la situazione odierna, elenca i rischi a cui l’Europa è sottoposta e suggerisce alcune vie per provare a difendersi.
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Un nuovo saggio del giornalista Bruno Giussani descrive la situazione odierna, elenca i rischi a cui l’Europa è sottoposta e suggerisce alcune vie per provare a difendersi.
Lo avevamo lasciato pochi mesi or sono, quando era uscito, Edizioni Casagrande di Bellinzona, La mente sotto assedio. Come non lasciarsi manipolare nell’era dell’intelligenza artificiale. Un testo agile e di agevole lettura anche per non addetti ai lavori, in cui vengono dapprima descritti meccanismi e obiettivi più o meno palesi con cui opera l’IA; messi sul tavolo i rischi (di disinformazione / manipolazione individuale e collettiva); infine, proposti comportamenti e scelte che ci permetterebbero, almeno in parte, di difenderci. Li ricordo brevemente, poiché repetita juvant: Creare leggi e regole; Tracciare una frontiera morale; Riconquistare la sovranità digitale; Disamericanizzarsi; Riconoscere la manipolazione; Allentare la morsa digitale; Educare una super intelligenza; Saper pensare.
Bruno Giussani torna ora in libreria con un nuovo saggio, apparso nel novembre scorso in lingua francese Moins d’Amérique dans nos vies presso l’editore ginevrino georg all’interno di una collana particolarmente stimolante, chiamata Kraft, che si prefigge di rilanciare, nella Svizzera romanda, la saggistica, purché – come i testi di Giussani – scritta in un linguaggio accessibile a un pubblico più largo.
Mezz’anno più tardi, il libro esce anche in italiano con identico titolo – quasi un appello – Meno America nelle nostre vite, al quale è stato aggiunto il sottotitolo Riconquistare la sovranità digitale europea, che suona come chiara indicazione di rotta. Rispetto alla versione francese, quella italiana non solo è ulteriormente aggiornata, ma anche assai più corposa.
Il libro approfondisce di fatto uno dei suggerimenti che l’autore dava nella pubblicazione precedente (vedi sopra). Parola chiave, anzi neologismo chiave: disamericanizzarsi. Ma attenzione: quello di Giussani non è un partito preso, un antiamericanismo a prescindere. “Il mio” spiega “non è un libro anti-americano, bensì un libro anti-sottomissione tecnologica. Parla della nostra situazione collettiva, economica e politica, ma anche delle dinamiche che ci portano a consegnare ogni giorno alle piattaforme-mondo digitali americane fette intere della nostra vita privata e sociale. Discute leggi e geopolitica. Descrive la enshittification della nostra esperienza digitale, l’extraterritorialità delle leggi americane, le alternative tecnologiche europee e coloro che le hanno adottate“.
Giussani analizza una situazione ormai consolidata, il fatto che sono gli Stati Uniti a dominare, se non monopolizzare, il mondo digitale, le sue piattaforme, le tecnologie sempre più pervasive e tentatrici che lo caratterizzano.
Da un lato, quindi, l’America, in grado così di influenzare interi Paesi, interi governi, miliardi di cittadini poiché, come riportato in epigrafe, “Non è una coincidenza che la democrazia stia vacillando proprio mentre la tecnologia digitale è in ascesa” (Carissa Véliz, docente di etica e filosofia a Oxford).
Dall’altro, il Vecchio Continente che questa colonizzazione tecnologica ha subìto e continua a subire ponendosi in una posizione di debolezza, subalternità, dipendenza. Con rischi enormi, che spingono Giussani a definire quella tecnologica la sfida più urgente e decisiva dei nostri tempi: più di quella climatica, più di quella geopolitica, più di quella alle diseguaglianze e alla povertà. Perché non riusciremo – né come individui né come Governi/Stati o schieramenti politici – a vincere le altre sfide se non disporremo di strumenti in grado di darci, diversamente da molte di queste piattaforme, un quadro oggettivo della realtà, una visione attendibile, verificabile, basata su dati veri e reali, non un’immagine distorta – volutamente distorta, falsa, prodotta con intenti manipolatori basati su interessi personali delle poche decine di aziende che oggi controllano il mondo, producono tecnologie sempre più potenti e tentatrici, di cui né loro né tantomeno chi le utilizza conoscono gli effetti collaterali.
Social media, chatbot e altre risorse (Giussani le definisce ipnotizzanti, poiché sanno accarezzare l’utente, gli mostrano empatia, soddisfano ogni sua domanda, rendendolo sempre più dipendente) ci danno risposte convincenti, ma certamente non neutre (dal punto di vista economico e/o politico). Facendolo, raccolgono miliardi di dati e informazioni che permettono alle Big Tech di influenzare sempre più profondamente i nostri comportamenti/scelte individuali e di indirizzare le dinamiche planetarie. Questi strumenti sono (o ce lo fanno credere) comodi, pratici, semplici da usare, gratuiti, ti rispondono in un batter di ciglia, sanno adeguare il loro linguaggio a quello di chi li interpella e ti sollecitano a chiedere altro ancora. Il rapporto con loro è di amicizia (les faux-amis), quando non di intimità. Con loro interagiamo quasi ininterrottamente, e loro sono diventati pervasivi: ma così facendo hanno ormai sostituito le sedi tradizionali del dibattito pubblico; hanno rivoluzionato i processi democratici ed elettivi; hanno stravolto le modalità di scelta e di consumo, lasciando sul campo morti e feriti a migliaia.
Giussani suona l’allarme: “questa algoritmizzazione della vita solleva questioni essenziali. Chi controlla questi sistemi? Quali logiche e valori convogliano, e quali escludono? Quali sono le conseguenze sulla nostra autonomia personale? E anche: siamo ancora in grado di porci queste domande, o ci stiamo abituando a vivere in un mondo dove le risposte sono già scritte nei codici informatici che ci circondano?”.
Che fare allora? Meno America, la via indicata da Giussani, ricordando che 25-30 anni or sono c’erano anche aziende europee a cercar di contrastare lo strapotere d’oltre Atlantico: una su tutte, la finlandese Nokia, quella dei nostri primissimi telefonini. Oggi l’impressione – confermata dai dati reali – è che tra Europa e America non ci possa essere partita in questo ambito così decisivo. “La sovranità digitale europea è molto limitata. Una manciata di aziende statunitensi controlla la maggior parte dei cavi sottomarini, dei satelliti e dei servizi cloud che compongono l’infrastruttura digitale mondiale, nonché le piattaforme social ed intelligenza artificiale, che costituiscono la struttura informativa e i sistemi operativi dei telefoni, porte d’accesso alla privacy degli utenti. Non sono solo le banche e le imprese europee, ma anche gli ospedali, le reti elettriche e gli stessi governi a funzionare grazie ai server e ai software delle multinazionali statunitensi”.
E c’è un aspetto essenziale, un cambiamento decisivo nel modo con cui oggi utilizziamo queste tecnologie: in passato “si acquistava un programma, lo si installava e lo si utilizzava sul proprio computer. Oggi quasi tutti i software importanti funzionano nel cloud, controllati – così come gli aggiornamenti, le modifiche e soprattutto le autorizzazioni di accesso – dalle aziende produttrici piuttosto che localmente dall’utente. Quando accedete a Facebook, entrate nei server dell’azienda. Ciò le conferisce un potere considerevole sulla vostra esperienza sulle informazioni visualizzate e sulla raccolta dei dati”.
Il grado di dipendenza si è dunque centuplicato e con esso i rischi. L’Europa e gli altri alleati degli USA si sono a lungo adeguati confidando nella dichiarata volontà degli Stati Uniti di operare costruttivamente “a favore di un ordine internazionale basato su regole e valori condivisi”. L’attuale governo americano, con la sua deriva radicalmente nazionalista dell’America first, che rimette in discussione alleanze e amicizie storiche con il Vecchio Continente, fa sì che la dipendenza tecnologica dagli USA diventi “un fattore primario di vulnerabilità sistemica” al di qua dell’oceano. La debolezza europea appare ancora maggiore se si considera che anche in ambito finanziario globale, in quello legato agli armamenti e ai sistemi di difesa, alle risorse energetiche, recuperare il terreno perduto sarà un processo lungo, laborioso e assai difficile.
“Negli ultimi anni” osserva l’autore “a forza di barattare l’autonomia con la comodità e l’efficienza, il problema ha raggiunto proporzioni critiche. L’onnipresenza di piattaforme social e commerciali, l’ascesa dell’intelligenza artificiale generativa, la dipendenza di aziende governi ed eserciti europei dal cloud e dal software statunitensi creano grande vulnerabilità. Che può essere tecnica (un’interruzione del cloud di Amazon l’autunno scorso ha paralizzato centinaia di imprese) ma anche, ormai lo sappiamo, politica”.
Come difendersi, allora? “Disconnettersi da infrastrutture digitali consolidate o svilupparne di alternative è difficile e costoso in termini sia pratici sia di tempo e di denaro”, sostiene Giussani. Nel 2005 Francia e Germania tentarono di dar vita a un concorrente dei giganti Google e Yahoo spendendo circa 200 milioni di euro: Quaero fu un fallimento. Altrettanto difficilmente ipotizzabili sono dei provvedimenti giuridici-legali sulle piattaforme, poiché la loro forza è tale da renderli quasi impraticabili. Secondo il giornalista Luigi De Biase, bisognerebbe creare “non una nuova piattaforma gigantesca, ma un numero gigantesco di nuove piattaforme interoperabili e trasparenti” trasformando l’attuale mercato monopolizzato da pochi giganti americani in un mercato concorrenziale aperto, libero e pluralista, basato “sul rispetto di valori europei essenziali come i diritti umani o lo stato sociale (…), ciò che le piattaforme statunitensi non sono”.
Di qua dall’Atlantico – più che un giudizio, è diventato un mantra – mancano le alternative. Ma è davvero così? No, non sempre, risponde Giussani. Già esistono decine di software validissimi (talvolta anche più economici), in grado di competere con i giganti nell’ambito dell’informatica office, della gestione dei dati, dell’archiviazione, della messaggistica, del design, dei sistemi di pagamento. I Governi e le aziende europee dovrebbero “soltanto” adeguare le gare d’appalto per sostenere maggiormente prodotti europei, anche se nessuno può imporre a un’azienda privata quale tecnologia acquistare presso quale fornitore. L’Europa dovrebbe inoltre investire maggiormente in ricerca e sviluppo.
Quanto alla Svizzera – nota Giussani – l’Amministrazione federale ha versato a Microsoft 150 milioni di franchi per acquistare nuove licenze software spiegando che “non esiste attualmente alcuna alternativa che permetta di garantire un esercizio senza interruzioni”. Insomma, di Microsoft il nostro Paese appare prigioniero. Tutt’attorno, invece, qualcosa si sta muovendo: alcuni mesi or sono, la Francia ha adottato nell’Amministrazione pubblica un sistema di videoconferenze sviluppato al proprio interno e a ogni Ministero è stato chiesto di approntare un piano per diminuire la dipendenza digitale extraeuropea. Il Parlamento europeo, ha sua volta, ha deciso, il 4 giugno, di adottare in tutti i suoi computer (720 deputati e migliaia di collaboratori) il motore di ricerca francese Qwant, sviluppato dalla Francia nel 2013. A differenza di Google, Qwant non traccerebbe gli utenti e non raccoglierebbe / venderebbe a terzi i loro dati personali. Ma il motore di ricerca francese fa comunque capo a tecnologie Microsoft per fornire i risultati delle ricerche.
Evidente, in queste scelte, la componente politica: “Optare per un software A piuttosto che per un software B oggigiorno non significa più semplicemente scegliere tra opzioni tecnologiche, ma allinearsi geopoliticamente. La tecnologia digitale è ormai inestricabilmente legata alla competizione strategica. Ne sta diventando anzi il vettore principale”.
In tutto ciò – e riporto le parole con cui Giussani conclude il suo libro – “la buona notizia è che il potere algoritmico del cloud si basa almeno in parte sul nostro consenso passivo e sulla nostra acquiescenza silenziosa. Per cui questa rinuncia a noi stessi può anche essere rovesciata. Iniziando con l’interrogare il potere tecnologico, capirne gli impatti e fare tutto il possibile affinché ci sia meno America nelle nostre vite”.
Per saperne di più:
https://www.youtube.com/watch?v=yMuHRU2bfWY è
Nell’immagine: i “telefonini” dell’europea Nokia. Un brillante futuro alle spalle
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