A Mendrisio i trasporti per i vivi e per i morti
Lo storico Renato Simoni si sofferma sulle vicende della famiglia Travaini che per oltre 80 anni ha gestito i servizi funebri e di taxi nel Magnifico Borgo
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Lo storico Renato Simoni si sofferma sulle vicende della famiglia Travaini che per oltre 80 anni ha gestito i servizi funebri e di taxi nel Magnifico Borgo
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Lo storico Renato Simoni si sofferma sulle vicende della famiglia Travaini che per oltre 80 anni ha gestito i servizi funebri e di taxi nel Magnifico Borgo
Avrete notato come gli autobus luganesi, così come i vecchi tram di Milano, sono “tappezzati” da grandi pubblicità delle imprese di onoranze funebri. Quando, incolonnato in automobile, vedo davanti a me l’immagine di due noti gemelli del ramo, una mano si stacca immediatamente dal volante per abbassarsi o mimare, quantomeno, gesti scaramantici.
I servizi offerti da queste ditte sono molteplici, a tratti sorprendenti: si tratta di anticipare le richieste, intercettare i bisogni, cavalcare i nuovi trend. Il marketing la fa da padrone, l’empatia viene sbandierata su siti sempre più curati: il funerale può essere personalizzato, esclusivo, ecosostenibile. Raramente “economico”, anche perché gli addetti ai lavori ti fanno notare, più o meno discretamente, che al defunto, proprio in questa circostanza, va dimostrata riconoscenza e va fatto tutto il possibile affinché – con una cerimonia, una tomba o un monumento funebre degni di quel nome – il suo ricordo non svanisca. Addirittura, come a un matrimonio, vengono proposti ai familiari dei video professionali realizzati sulla base di fotografie e filmati del defunto, che saranno il clou del commiato terreno.
Ma nel secolo scorso, in Ticino, era diverso? Un gustoso articolo di Renato Simoni, Viaggi nell’aldiqua e verso l’aldilà, pubblicato nel numero appena uscito della rivista Archivio Storico Ticinese, ripercorre la storia dell’impresa Fratelli Travaini di Mendrisio. Originari di Paruzzaro (Arona), dove facevano gli ombrellai, arrivati nel Borgo nel 1863 e naturalizzati 7 anni dopo, fiutarono la possibilità di arricchirsi cambiando settore e dedicandosi ai trasporti in un Cantone che si stava sviluppando, anche in àmbito turistico.
Trasporti è un termine generico che comprende una serie di attività diverse: quelli di linea, quelli sanitari e… quelli funebri. A inizio ‘900 Mendrisio contava circa 3’400 abitanti, ma era già sede dell’Ospedale Beata Vergine (dal 1860) e del Manicomio cantonale (dal 1898). Pazienti, loro parenti, personale medico e infermieristico e, qualche tempo dopo, anche l’ultimo viaggio verso il cimitero, di cui i Travaini mantennero, sino al secondo dopoguerra, un quasi monopolio.
Descritto accuratamente il cerimoniale adottato in prossimità e subito dopo la morte di un individuo – che coinvolgeva un’intera collettività di parenti, amici, vicini di casa, confraternite – Simoni passa a quella del funerale vero e proprio, protagonisti assoluti gli assuntori dei carri e i necrofori (professionalmente attivi quali netturbini comunali), i fabbricanti dei baüll (le bare), i becchini chiamati a scavare la fossa. La categoria dei marmisti veniva coinvolta qualche settimana dopo il funerale, per chi si poteva permettere una lapide o un monumento più importante. In tutta questa economia del caro estinto – annota Simoni – “All’attività degli uomini occorre aggiungere quella meno appariscente, ma tutt’altro che secondaria, svolta nel caseggiato di via Motta dalle nuore Giovanna e Anita: rispondere al telefono, preparare impeccabili addobbi per i cavalli e le carrozze, ripulire e stirare l’abbigliamento degli uomini di casa e dei necrofori, curare gli animali in stalla (…)”.
Fu nel Ventennio tra le due guerre che la ditta Travaini, sotto la guida di Goffredo (1871-1945), assistito dai figli, si sviluppò, diversificando ulteriormente le proprie attività. Una scelta non casuale e avveduta, poiché proprio in quegli anni al tradizionale trasporto sui carri trainati da cavalli, si stava aggiungendo quello a motore. In realtà – scrive Simoni – “Sino alla fine della Grande guerra, il motore incontrastato del trasporto stradale fu il cavallo, a cui si erano affiancati, durante la Belle Époque, i velocipedi, che i vettorali non guardavano con eccessiva simpatia, e ancora meno le prime automobili e motociclette che si avventuravano a velocità folli sulle polverose e tortuose contrade”.
Già a inizio secolo, i Travaini disponevano di 14 cavalli e si assicurarono anche il lucroso trasporto estivo dei turisti dalla Stazione di Mendrisio alle Terme di Stabio. Visto che nihil sub sole novum, già allora questi antenati dei moderni taxisti si scontravano, talvolta fisicamente, per accaparrarsi gli stalli più vicini ai binari, e facevano capo a persone che si intrufolavano tra i passeggeri per pubblicizzare il servizio, violando le regole imposte dal Municipio.
Il quale, nel 1923, si diede nuove norme per i trasporti funebri. A Bellinzona erano a carico del Comune (carro unico e senza distinzione di classe); a Locarno e Lugano venivano appaltati a terzi con possibilità di scegliere, oltre alla variante gratuita, altre due classi a pagamento. Nel Magnifico Borgo il dibattito politico tra la maggioranza liberale e la minoranza socialista (favorevole al modello bellinzonese) vide affermarsi il modello a tre classi (a pagamento) e gratuità per i nullatenenti. Il dibattito sui funerali proseguì acceso per una quindicina d’anni, costellato da domande di referendum e iniziative popolari. Il 14 novembre 1937 la cittadinanza decretò il si al funerale gratuito per tutti i domiciliati, prassi abolita solo quasi mezzo secolo più tardi, nel 1984, dal Municipio in nome della liberalizzazione. Questa decisione portò anche allo scioglimento definitivo della Fratelli Travaini. Tra il 1937 e il 1973 i registri della Travaini annotano oltre 1’200 servizi funebri, il cui prezzo variava notevolmente: il trasporto della salma del pittore Jean Corty dal manicomio al Cimitero costò 22 franchi; l’ultimo, solenne saluto a Goffredo Travaini cento volte tanto, 2’042.50 franchi per la precisione. Il tariffario dipendeva dal numero di carri/cavalli, furgoni, vetture, portantini, corone e addobbi impiegati.
“Il periodo tra le due guerre mondiali fu caratterizzato dalla convivenza tra il tradizionale quadrupede e il motore a scoppio (automobile e autocarro)”, osserva l’autore del saggio. Se i secondi vennero vieppiù utilizzati per il trasporto di merci e persone vive (domiciliati, turisti, pazienti), “purtroppo, per i malati in ospedale, la degenza poteva significare anche la morte e allora subentravano il trasporto delle salme (in tutto il Cantone) e i funerali (…). Le cerimonie potevano mobilitare tutta la famiglia: Bruno (figlio di Goffredo, ndr) a cassetta del carro principale col defunto, Elvezio e Egidio che seguivano con le carrozze di accompagnamento per corone e fiori, con l’ausilio, se necessario, di qualche avventizio alla ricerca di un lavoro alla giornata; soprattutto negli anni Trenta, con la dilagante disoccupazione, essi non mancavano”. I Travaini acquistarono dapprima alcune FIAT 1100, poi una 1500, poi ancora alcune grosse vetture americane. La ditta si mantenne prospera per tutti gli anni Cinquanta contando su una serie di clienti fedeli e facoltosi per il servizio taxi. Dalla fine del 1953, tuttavia, Mendrisio poté contare sui servizi della Croce Verde coperti dall’assicurazione. Anche il ramo trasporti pesanti sarebbe stato tagliato di lì a qualche tempo. Negli anni ’60, deceduti sia Goffredo che Bruno, la ditta dovette assumere degli autisti stipendiati, che fecero impennare i costi di gestione già saliti per il carburante, la manutenzione dei veicoli, le assicurazioni, le tasse di circolazione.
Mi sono soffermato, in questo articolo, sulla branchia funeraria. Ma Renato Simoni amplia il proprio sguardo a tutte le attività di una storica impresa familiare come quella dei Travaini. Nell’ambito del trasporto di merci e bestiame; dei traslochi, programmati in genere attorno alla Festa di San Martino, scadenza dei contratti d’affitto di case e terreni (11 novembre); della distribuzione postale; del trasporto del personale sanitario (medici, infermiere, levatrici) che spesso raggiungeva pazienti e partorienti al loro domicilio; dei battesimi; delle gite aziendali e dei primi viaggi turistici collettivi. Leggere la nostra storia raccontata in questo modo è un piacevolissimo arricchimento.
L’articolo citato è apparso nel nuovo numero (il 179) della rivista Archivio Storico Ticinese, fondata nel 1960 da Virgilio Gilardoni e Libero Casagrande
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