Non è la prima volta che a qualcuno viene in mente di mettere in divisa allievi o studenti di questo o quell’altro settore scolastico. Nel 2006, per esempio, i delegati del partito radicale svizzero avevano discusso la proposta di generalizzare l’introduzione dell’uniforme per scolari e studenti. Scrisse l’allora direttore del CdT: La divisa evita il confronto basato sull’esibizione da parte dei più “ricchi” di abiti e scarpe che gli altri non si possono permettere, si disinnescano le tensioni legate alle tenute sempre più provocanti delle ragazze, si favorisce anche sul piano visivo l’integrazione dei giovani immigrati.
Nel 2019 il Ministro italiano dell’interno – tale Salvini Matteo, vicepresidente del Consiglio dei ministri, governo Conte I – aveva proposto l’obbligo di indossare il grembiule a scuola. La notizia non risultava nei siti istituzionali, ma l’aveva proclamata durante un comizio: Diranno che lo faceva anche il Duce. Ma siamo in democrazia, bisogna riportare ordine e disciplina. E poi: Abbiamo riportato l’educazione civica a scuola, chiederò che venga rimesso anche il grembiulino ai bambini, per evitare che ci sia chi viene con le felpe da 700 euro. Detto da uno che di felpe se ne intende.
Ora è la volta della deputata liberale radicale e vicesindaca di Ascona Michela Ris: con una mozione, chiede di valutare l’introduzione di una divisa scolastica nella scuola dell’infanzia e in quella elementare. Firmano con lei un leghista, quattro deputati del Centro, tre liberali e una democentrista. Un dettaglio che fa sorridere: l’atto parlamentare porta il numero 1968, e il salto all’anno – e alla Cina di Mao, che di divise era pratico – è immediato.
Il motivo per cui l’uniforme riguarderebbe solo le scuole comunali, vale a dire i primi sette anni della scuola dell’obbligo, è presto detto: La scuola – spiega la signora Ris – non è soltanto il luogo nel quale i nostri bambini imparano a socializzare, leggere, scrivere e far di conto. È anche uno dei primi luoghi nei quali imparano a vivere in una comunità, a rispettarne le regole e a comprendere che nella vita esistono contesti diversi, ai quali è necessario sapersi adeguare. Tra questi insegnamenti vi è, a nostro avviso [è pure l’avviso di Salvini], anche quello relativo al modo di presentarsi e di vestirsi. In divisa.
Provando a calarmi nei panni della signora Ris, mi sarebbe semmai venuta un’idea più semplice. In quei primi sette anni di scuola il modo di vestirsi dei pargoli lo decidono i genitori, a volte trasformandoli, loro malgrado, in piccoli fighetti per procura. Ma quando gli ormoni cominciano a premere, la faccenda si complica. Ricordo due ragazzine di quinta elementare che arrivavano a scuola con gli abiti scelti dai genitori e, in mano, un sacchetto di plastica. Nel sacchetto, all’insaputa di tutti, c’era l’abbigliamento da grandi, senza procura.
Come dar torto alla nostra deputata? In realtà l’abito fa il monaco, eccome se lo fa. In altri anni i preti indossavano l’abito talare; nel frattempo quasi tutti l’hanno mollato, ma alcuni hanno serbato il collarino. Analogamente la stessa signora Ris indossa abbigliamenti e accessori consoni alla sua idea di contesto istituzionale, che comunicano quello che in sociologia si chiama habitus: un segnale visivo di appartenenza e rispetto delle regole. È la prova vivente che la divisa – anche quella non scritta – comunica chi siamo e che ruolo stiamo interpretando. Senza scordare lo storico patron della FIAT, quell’Avvocato Agnelli che, negli anni ’80, portava il Rolex sopra il polsino della camicia, un vezzo imitato dai giovani rampanti della Milano da bere: Agnelli poteva permettersi di trasgredire una regola. La divisa che si vorrebbe cucire addosso ai bambini toglie invece a tutti, fin da piccoli, proprio quella possibilità.
La trovata di mettere in divisa tutti gli scolaretti da 4 ai 10 anni non è del tutto originale.
Ho seguito, su un grande giornale, una piccola polemica, aveva scritto mezzo secolo fa l’indimenticabile Gianni Rodari. Un noto professore di pedagogia si diceva contrario all’obbligo di indossare il grembiulino, la tradizionale uniforme dentro la quale i bambini dovrebbero sentirsi tutti uguali di fronte al maestro, ma che contrasta con la personalità, lo spirito di indipendenza, la libertà dei bambini. Due madri gli rispondevano sottolineando i vantaggi del grembiulino: economia, praticità, igiene, impossibilità (per le bambine specialmente) di fare sfoggio di vanità. Ho chiesto l’opinione dei maestri che conosco. Uno mi ha detto che “Se non ci fosse il grembiulino i bambini poveri avrebbero l’umiliazione di mostrare le loro toppe nei pantaloni ai bambini ricchi, vestiti come figurini”. Questo ragionamento non mi convince. La povertà va abolita, non nascosta.
Altri tempi, parrebbe. Ma la proposta della signora Ris azzera il condizionale. Se dunque il tessuto non basta a garantire parità, è sul terreno del sapere che bisogna costruire la vera uniformità. Ben altre sono le divise che andrebbero condivise, vista la tradizionale divisione generata dalla scuola stessa: la padronanza della lingua di comunicazione e di pensiero, la competenza matematica, la conoscenza della storia, delle scienze naturali, delle arti. Le uniche, del resto, che Mao non è mai riuscito a cucire addosso a nessuno.
Nell’immagine: per la divisa ci sarà tempo