Dal nostro corrispondente dall’Italia
Come volevasi dimostrare: la legge elettorale voluta dalla destra ha superato tutti gli ostacoli. Non attraverso un vero confronto parlamentare, ma a colpi di voti di fiducia. Un modo sbrigativo per liquidare emendamenti, obiezioni e proteste delle opposizioni. E per portare i partiti della maggioranza all’approvazione in ranghi serrati, sotto gli sguardi vigili dei rispettivi caporali, in un clima da caserma.
È questa la democrazia all’italiana, che ha permesso ai vincitori delle elezioni del 2022, in vista di quelle del 2027, di cambiare unilateralmente le regole del gioco a loro piacimento e secondo le loro convenienze.
Gli elettori, dunque, continueranno a essere in parte esautorati del potere di scegliere i propri rappresentanti, un potere che le leggi elettorali degli ultimi tre decenni hanno progressivamente attribuito alle segreterie dei partiti: a decidere chi entrerà in Parlamento saranno, più che i cittadini, gli apparati, attraverso un complicatissimo e perverso meccanismo elettorale.
Altro che reintroduzione delle preferenze, come rivendica la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Per capire come si è arrivati a questa situazione rinfreschiamo la memoria.
Da trent’anni una deriva dietro l’altra
Si era partiti nel 1948 con un sistema proporzionale, quello che più direttamente traduce i voti in rappresentanza parlamentare. Seguì, nel 1953, la legge Scelba, un sistema proporzionale corretto da un forte premio di maggioranza, passato alla storia con l’assai poco lusinghiero nome di «legge truffa». Il premio, che avrebbe assegnato il 65 per cento dei seggi della Camera alla coalizione capace di superare il 50 per cento più uno dei voti, non scattò e la legge fu abolita l’anno successivo, tornando al precedente sistema proporzionale. Con quel sistema si votò fino alle politiche del 1992, quando era stata introdotta la preferenza unica alla Camera in seguito al referendum del 1991. Dopo quelle elezioni cominciò una progressiva deriva, all’insegna di un principio non dichiarato: «uno non vale uno».
Ad aprire questa nuova stagione fu, nel 1993, il Mattarellum (copyright Giovanni Sartori), che non prende il nome dallo strumento usato in cucina per tirare la sfoglia delle tagliatelle, bensì da Sergio Mattarella, allora parlamentare della Democrazia cristiana e relatore della riforma. Nel 2005 fu la volta del Porcellum, così battezzato ancora da Sartori, dopo che lo stesso relatore, il leghista Roberto Calderoli, l’aveva candidamente definito «una porcata». A seguire l’Italicum del 2015, destinato alla sola Camera, che ebbe la singolare sorte di nascere senza mai essere applicato; e infine il Rosatellum del 2017, dal nome del suo relatore Ettore Rosato, del Partito democratico, con il quale si è votato nel 2018 e nel 2022.
Così, proseguendo l’insopportabile consuetudine di usare suffissi di latino maccheronico (che certo non danno un soffio d’ironia alla materia, ma contribuiscono semmai ad allontanare nei cittadini la voglia di andare a votare) siamo arrivati ora allo Stabìlicum, altrimenti detto Melonellum.
Capilista bloccati, li hanno scelti i partiti
La nuova legge elimina i precedenti collegi uninominali e introduce, sia alla Camera sia al Senato, un sistema a prevalente base proporzionale, corretto da un premio di governabilità.
L’elettore vota una lista e può esprimere fino a tre preferenze fra i candidati di quella lista, osservando l’alternanza di genere. C’è però una significativa regola: non può esprimere la preferenza per il capolista, che è bloccato, scelto preventivamente dal partito, e ha diritto al primo seggio conquistato dalla lista nel collegio.
Facciamo un esempio. Se una lista conquista in un collegio un solo seggio, viene eletto automaticamente il capolista indicato dal partito. Le preferenze espresse dagli elettori per gli altri candidati, in quel caso, non servono a eleggere nessuno. Se la lista conquista due seggi, il primo va al capolista e il secondo al candidato che ha ottenuto più preferenze. Se ne conquista tre, dopo il capolista entrano i due candidati più votati, e così via.
È proprio qui che si manifesta il potere delle segreterie dei partiti. Più una lista è piccola e più è probabile che in un collegio conquisti un solo seggio: proprio quello riservato al capolista. In via ordinaria, dunque, le preferenze diventano decisive soprattutto quando una lista riesce a ottenere più di un eletto nello stesso collegio.
La regola vale, nella sua struttura fondamentale, sia per la Camera sia per il Senato. Le liste sono composte da sette candidati, compreso il capolista, e anche al Senato l’elettore può esprimere fino a tre preferenze esclusivamente per candidati diversi dal capolista.
La differenza più importante fra i due rami del Parlamento riguarda invece il modo in cui i voti vengono trasformati in seggi. Alla Camera il risultato viene calcolato su base nazionale e poi distribuito nelle circoscrizioni e nei collegi plurinominali. Al Senato il riparto è su base regionale, come stabilito dalla Costituzione.
Un vero rompicapo per gli elettori
Su questo sistema proporzionale si innesta il premio di maggioranza. Perché il premio scatti occorre che la stessa lista o la stessa coalizione raggiunga almeno il 42 per cento dei voti validi sia alla Camera sia al Senato. Non basta, quindi, superare il 42 per cento in uno solo dei due rami del Parlamento. Se, per esempio, una coalizione prende il 43 per cento alla Camera ma il 41 per cento al Senato, il premio non viene assegnato. E non viene assegnato neppure se a superare il 42 per cento sono due soggetti politici diversi nelle due Camere.
Se invece la stessa lista o coalizione arriva prima e raggiunge almeno il 42 per cento dei voti validi sia alla Camera sia al Senato, scatta il premio di governabilità: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, entro i limiti massimi stabiliti dalla legge. Questi seggi vengono riservati alla forza vincitrice e sottratti alla quota che altrimenti sarebbe distribuita con il sistema proporzionale. Se il premio non scatta, quei seggi rientrano invece nel normale riparto proporzionale.
Per stabilire chi occuperà, eventualmente, i 70 più 35 seggi del premio, i partiti presentano prima apposite liste circoscrizionali o regionali di candidati. I loro nomi compaiono sulla scheda elettorale e sono quindi conosciuti dall’elettore, che può votare il relativo riquadro; non può però scegliere uno di quei candidati con una preferenza. Il voto va dunque all’intera lista del premio, non al singolo nome: se il premio scatta, gli eletti vengono individuati nell’ordine predisposto dai partiti.
Un sistema così macchinoso rischia di trasformare un diritto elementare come il voto in una corsa a ostacoli, in un rompicapo che mette a dura prova la pazienza degli elettori. E questo in un Paese dove, alle elezioni politiche del 2022, l’astensionismo ha raggiunto il 36,1 per cento.
Un ulteriore ostacolo alla partecipazione viene dal forte aumento delle firme richieste alle nuove formazioni politiche per presentare le liste, mentre partiti già rappresentati in Parlamento possono beneficiare di requisiti molto più leggeri o di esenzioni. Una disparità che rischia non soltanto di rendere assai più difficile l’ingresso di nuovi soggetti politici, ma anche di incentivare accordi con formazioni già presenti nelle Camere per aggirare una barriera che dovrebbe invece valere secondo criteri uguali e trasparenti per tutti.
La forzatura del candidato premier
C’è poi una novità che assume un significato politico ben preciso. Ogni partito deve indicare il proprio candidato alla presidenza del Consiglio. Se più partiti fanno parte della stessa coalizione, devono proporre lo stesso nome. La legge precisa che restano salve – ci mancherebbe altro – le prerogative del presidente della Repubblica previste dall’articolo 92 della Costituzione. Il nome del candidato premier non compare sulla scheda elettorale. L’indicazione viene fatta dai partiti al momento della presentazione delle liste e del programma.
È facile cogliere il collegamento con la riforma costituzionale del cosiddetto premierato, ossia l’elezione diretta del presidente del Consiglio, che Giorgia Meloni avrebbe voluto a tutti i costi realizzare in questa legislatura. L’iter di quella riforma, che avrebbe stravolto il delicato sistema di pesi e contrappesi della Costituzione repubblicana, si è fortunatamente arenato.
Formalmente le prerogative del capo dello Stato restano intatte. Politicamente, però, è difficile non vedere nell’indicazione preventiva del candidato premier una pressione sul successivo esercizio del potere di nomina.
Il regalo a chi raggiunge il 42 per cento
Cerchiamo infine di capire che cosa produca concretamente il famoso 42 per cento. Non occorre avventurarsi in calcoli sui singoli seggi, resi estremamente complicati dalle modalità di riparto, dalle circoscrizioni e dai limiti previsti dalla legge. Il dato politico essenziale è molto più semplice: una lista o una coalizione che ottenga il 42 per cento dei voti – dunque meno della metà dei consensi espressi – può vedersi attribuito, se ricorrono le condizioni previste, un premio di 70 deputati e 35 senatori.
In altre parole, una minoranza degli elettori può essere trasformata dal meccanismo elettorale in una maggioranza parlamentare. È precisamente questo, del resto, lo scopo dichiarato del premio: correggere la rappresentatività in modo da garantire una maggioranza più stabile.
Ed è proprio qui che si apre la questione politica e costituzionale: quanto può essere ampia questa correzione senza comprimere eccessivamente il principio secondo cui il Parlamento deve riflettere la volontà espressa dagli elettori?
Il punto più controverso della legge sta quindi nell’effetto combinato di diversi meccanismi. Il cittadino, è vero, ha una certa possibilità di esprimere preferenze, ma una parte consistente della selezione di coloro che entreranno alla Camera e al Senato continua a essere determinata prima del voto dalle segreterie dei partiti. Le opposizioni hanno già sollevato pesanti dubbi di costituzionalità, e sono pronte a fare ricorso alla Consulta.
Resta però un dato difficilmente contestabile. Dopo una serie di riforme presentate quasi sempre con la promessa di restituire agli elettori il potere di scegliere, siamo nuovamente di fronte a un sistema nel quale la posizione occupata sulla lista e decisa dai partiti può contare più delle preferenze ricevute.
Una macchina diabolica costruita a Palazzo
La Costituzione non prescrive un sistema elettorale proporzionale, maggioritario o misto, ma stabilisce alcuni princìpi sacrosanti, che dovrebbero venire prima di qualunque alchimia parlamentare. La sovranità appartiene al popolo (articolo 1); il voto deve essere personale ed eguale, libero e segreto (articolo 48); la Camera, 400 deputati, è eletta a suffragio universale e diretto (articolo 56); il Senato, 200 senatori, è eletto a base regionale (articolo 57); ogni parlamentare rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato (articolo 67). E la Corte costituzionale ha ricordato più di una volta che il legittimo obiettivo della stabilità di governo incontra un limite: non può tradursi in una compressione sproporzionata della rappresentanza e dell’eguaglianza del voto.
È proprio con questi princìpi che la nuova legge entra in conflitto. Ancora una volta è consentito alla politica di prendere il voto del cittadino, infilarlo in una macchina diabolica, costruita a Palazzo, e restituirglielo con un peso diverso a seconda delle convenienze del momento.
Gli italiani, così, si troveranno rappresentati loro malgrado da un Parlamento composto da molti, troppi “nominati”.
Come non chiamarla legge truffa?
Nell’immagine: la protesta delle opposizioni dopo il voto finale