Di Bruno Ruffilli, La Stampa
“L’AI non è una tecnologia normale”, dice dal palco di Wave Sebastian Mallaby, giornalista e scrittore britannico, già firma dell’Economist e del Washington Post, due volte finalista al Pulitzer. Ha passato gli ultimi anni a osservare da vicino le persone che stanno costruendo l’intelligenza artificiale più avanzata al mondo, intervistando Demis Hassabis, fondatore di DeepMind e premio Nobel per la Chimica, ma anche Sam Altman, Ilya Sutskever e altri protagonisti. Il risultato è un libro, che presenta a Torino: The Infinity Machine. Demis Hassabis, DeepMind e la gara per la superintelligenza. “Era l’inizio del 2022 e cercavo il soggetto del mio libro successivo”, racconta Mallaby. Conosceva già Hassabis e voleva scrivere di lui, ma aveva un dubbio: “Faceva questa cosa, l’AI, e all’epoca eravamo prima di ChatGPT. Mi chiedevo: è davvero qualcosa di cui centinaia di migliaia di persone vorranno leggere? Pensavo fosse un po’ di nicchia, ma che sarebbe esplosa”. Mallaby lo convinse a concedergli oltre trenta ore di interviste. “Proprio quando mi disse di sì uscì ChatGPT e l’AI diventò popolare. Quindi la lezione del mio libro è che è meglio essere fortunati che intelligenti”.
Avvicinarsi a Dio
Fu durante quelle conversazioni che Mallaby comprese quanto il progetto di Hassabis andasse oltre la costruzione di sistemi informatici sempre più potenti. I due si incontravano spesso in un pub vicino alla casa del fondatore di DeepMind. Un giorno si sedettero invece in un parco: “Improvvisamente Demis cominciò a spiegarmi la vera ragione per cui vuole costruire l’intelligenza artificiale. ‘Per me è come avvicinarsi a Dio’, disse”. Hassabis proseguì: “Ho bisogno dell’intelligenza artificiale per capire la struttura della realtà. Se riesco a comprendere la realtà, che presumibilmente è stata creata da un essere intelligente che potremmo chiamare Dio, allora comprendendo la creazione di quell’essere intelligente mi sto avvicinando a Dio. È per questo che sto costruendo l’AI”.
Per Mallaby è uno dei motivi per cui sarebbe sbagliato considerare l’intelligenza artificiale una tecnologia come le altre. “Stiamo parlando della creazione della superintelligenza, dell’arrivo nel mondo di una nuova forma di cognizione”. Questo spiega anche il linguaggio quasi religioso utilizzato da alcuni protagonisti del settore. “Quando hai davanti qualcosa di estremamente potente, che sembra conoscere quasi tutto e non riesci a capire completamente quello che sta facendo, viene naturale ricorrere a un linguaggio del genere”.
Anche il Nobel per la Chimica assegnato a Hassabis nel 2024 assume nel racconto di Mallaby un significato simbolico. “Dopo il Nobel tornai a incontrarlo nello stesso pub. Arrivò con uno zaino e tirò fuori la medaglia”. Sul retro è raffigurata la natura con il volto coperto da un velo che la scienza solleva: “Era l’immagine perfetta per Demis, che dice di voler costruire l’AI per comprendere la struttura della realtà”.
Il complesso del Messia
Mallaby ricorda che nel 2009 Hassabis incontrò Shane Legg, futuro cofondatore dell’azienda, in una conferenza intitolata The Halloween Scenario. Legg immaginava già l’arrivo dell’AGI intorno al 2030 e i pericoli di sistemi più potenti degli esseri umani. “La sicurezza era incorporata nella visione dell’azienda fin dall’inizio”. Ma la consapevolezza della potenza della tecnologia genera anche una particolare competizione tra i suoi creatori. “Tendono a pensare: ne ho paura, non posso fidarmi, però so che io sono buono. Se lo faccio io andrà bene. Ma gli altri, Elon, Dario, Sam, Mark Zuckerberg, non so se siano buoni. Quindi è meglio che arrivi prima io”. Un complesso del Messia, che Mallaby considera quasi inevitabile: “Se non credi di stare creando qualcosa di speciale, qualcosa che ancora non esiste ma che il mondo vorrà quando lo vedrà, non sei un vero imprenditore”. Con l’AI, però, “è una versione sovralimentata dello stesso tratto umano”.
Mallaby distingue soprattutto tra chi considera seriamente i rischi della superintelligenza e chi tratta l’AI come una tecnologia da distribuire il più possibile. “Credo che questi ultimi alla fine saranno smentiti. Ci saranno alcuni disastri che costringeranno la politica a diventare ancora più ostile all’AI. E a quel punto verrà regolamentata”.
La catastrofe è lontana
Mallaby prende però le distanze dalle previsioni più catastrofiche. “A volte qualcuno dice che esiste più del 10% di rischio di annientamento dell’umanità nei prossimi dieci anni. Se ci pensate, è un po’ folle. Non abbiamo dati che ci permettano di stabilire quale sia la probabilità”. Preferisce la formulazione di Hassabis: “Possiamo dire che la probabilità non è zero. Non sappiamo quanto sia grande, ma non è zero”.
Prima di uno scenario estremo ritiene molto più probabile un incidente grave ma circoscritto. “Pensate a Chernobyl, a Three Mile Island, alla diga che cede e New Orleans viene allagata. Qualcosa di molto brutto, certo, ma non l’annientamento dell’umanità”. Un evento del genere potrebbe però cambiare radicalmente la politica: “Succederà prima qualcosa del genere, poi ci sarà una reazione politica e adotteremo molte più precauzioni di sicurezza”.
Mallaby respinge l’idea che i laboratori di frontiera parlino di sicurezza soltanto per ottenere regole favorevoli. Cita Dario Amodei: “Scriveva seriamente dei rischi dell’intelligenza artificiale prima ancora che OpenAI venisse fondata. Pubblicava lavori sulla sicurezza quando era un ricercatore di Google”. Per Mallaby, quindi, “dice semplicemente quello in cui crede”.
Il dialogo non è impossibile
La difficoltà principale della regolamentazione è geopolitica. “Il problema centrale è questo: bisogna coordinarsi tra Stati Uniti e Cina”. Se Washington introducesse regole severe, secondo Mallaby l’Europa finirebbe per adeguarsi, perché le sue aziende dipendono anche dal mercato e dai capitali americani. “La Cina è l’unico Paese che non può essere costretto ad adeguarsi. Per questo Cina e Stati Uniti devono parlarsi e trovare un approccio comune almeno su alcuni aspetti della sicurezza”.
Ma un dialogo non è impossibile: “Sono stato in Cina a marzo, ho parlato con i leader dell’AI. Anche loro hanno a cuore la sicurezza. Neppure loro vogliono cyberattacchi condotti da criminali o terroristi”. E cita il precedente della Guerra fredda: “Se pensate che sia complicato parlare con la Cina, che cosa avremmo dovuto dire di Nikita Krusciov e dell’Unione Sovietica negli anni Sessanta? Abbiamo avuto il Trattato di non proliferazione nucleare e la crisi dei missili di Cuba. Si può parlare con la Cina, se si vuole farlo”.
La strada europea
Per l’Europa la partita non è necessariamente persa, anche se competere direttamente sui modelli più avanzati sarà difficile. “In Europa abbiamo disperatamente bisogno dei nostri data center”. Con un’infrastruttura autonoma, sostiene Mallaby, sarà possibile utilizzare modelli open weight sviluppati anche altrove, eseguendoli su cloud europei. “Potrebbero arrivare da Mistral, da Meta o da un laboratorio cinese”.
Resta il problema dell’energia. “Bisogna fare qualcosa per i costi energetici. È per questo che la Scandinavia, con tutta la sua energia idroelettrica, è avvantaggiata. Ma in tutta Europa abbiamo un problema di costi elevati che dobbiamo affrontare”. Per Mallaby, l’equazione della corsa all’intelligenza artificiale può essere ridotta a tre elementi: “L’intelligenza artificiale è energia più GPU più algoritmi”. Ed è da qui che l’Europa deve ripartire.
Nell’immagine: Sebastian Mallaby