Dialogo e pusillanimità
Da quale parte sta la vergogna?
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Da quale parte sta la vergogna?
• – Silvano Toppi
Subito i contro-dazi di Pechino, Washington passa alle minacce e Xi Jinping rilancia: «Ci sarà da soffrire ma poi saremo liberi». Blocco delle terre rare, pacchetto di stimolo, più deficit. E i cinesi provano a uscire dal dollaro
• – Redazione
Tre giorni di follia che stanno spaventando i più stretti collaboratori del presidente
• – Redazione
Con la benedizione di Milei, la società israeliana Mekorot si è comprata tutto l’oro blu della Patagonia per utilizzarlo nelle attività estrattive. Così i Mapuche finiscono per essere trattati come i palestinesi
• – Redazione
Il consiglio comunale di Lugano si rifiuta di ridiscutere la chiusura della piscina di Carona dopo una raccolta di firme che ha raccolto oltre 7 mila adesioni; ma non è l’unico caso
• – Rocco Bianchi
Il governo statunitense taglia i fondi. Anche la ricerca in Svizzera dipende dagli sponsor statunitensi
• – Redazione
Un’inchiesta del settimanale britannico punta il dito contro TikTok, che spingerebbe i live streaming di persone in estrema povertà che chiedono regali. La piattaforma si difende: «Prese contromisure decise»
• – Redazione
Si allargano le crepe nel muro repubblicano che sostiene il presidente. Il dissenso alla Camera rischia di far mancare la maggioranza al Gop
• – Redazione
• – Franco Cavani
Sono convinto che a incontrarli singolarmente scoprirei che molti dei suoi elettori sono gente perbene, che poi si lascia convincere da una propaganda anti-stranieri utile a nascondere le mancate soluzioni al nostro degrado economi-sociale. Di Bruno Brughera
• – Redazione
”Ma cercare il dialogo con Trump non è peccato”, si scrive e si commenta. E tutto trasuda maggiore disponibilità al vassallaggio e a nuovo feudalesimo, più che obbligata capitolazione se non si cede all’autocrate dalla penna grossa e facile (lo stilo di Damocle, ha illustrato un vignettista). Non chiedendosi neppure, considerati almeno l’arroganza e il modo dell’imposizione, se dialogo sia ancora parola possibile o sia ancora metodo conosciuto.
E ci si associa, quindi, a un Consiglio federale, un po’ Grütli e un po’ Croce Rossa: noi, svizzeri onorati e credibili e neutrali, che non siamo europei qualunque, cinesi strafottenti o pinguini trascurati, avvicineremo l’autocrate che ridurrà quel punitivo 31 per cento (stranamente più alto del 20 per l’Unione europea, che non gli è mai stata amica).
Che peccato non provarci! In buon americano “che peccato!” si dice “what a shame!”. Che tradotto significa: “quale vergogna”! E allora nasce il dubbio: da che parte starà la vergogna? In chi prepotentemente prende, imbrogliando anche la matematica con equazioni fuor di testa oppure in chi, pusillanimamente, si arrende accettando anche il falso calcolo, limitandosi alla misericordia del despota o del feudatario?
Il manuale della capitolazione
C’è un breve saggio apparso in questi giorni su Project Syndacate (organizzazione mediatica internazionale che pubblica commenti e analisi, con molto orecchio americano) che, con un titolo già di per sé illuminante (It’s Time to Abandon Trump’s Flawed Negotiation Playbook), dà una risposta e invita a rifiutare il “manuale di negoziazione” di Trump. Perché? Perché, ci si avverte, Trump affronta il negoziato in un contesto vincitori-vinti (as a win-lose contest), piuttosto che come opportunità di dialogo per massimizzare assieme un valore (to maximize value). E si dice pure: tale è il modo che non si accorge neppure di star smantellando le relazioni che hanno a lungo sostenuto il potere americano. E dunque si avverte, richiamando la storia: stiamo attenti nel non cadere in una “Vichy America” (Capitulating to Trump: why people are warning about “Vichy America”). E lo spirito di Vichy era quello del cedimento e del collaborazionismo con la dittatura. Che sembra tristemente riapparire nel pellegrinaggio di nazioni e personaggi che vanno ora ad adulare o supplicare perdoni e remissioni all’inquilino temporaneo della Casa Bianca (anche se pensa di mutare Costituzione per assicurarsene un terzo).
Gli Svizzeri e gli aerei americani F35
Un sondaggio realizzato da Watson (sito di informazione) con l’Istituto di ricerca sociale Demoscopea rivela che l’81 per cento degli svizzeri rifiutano ora gli aerei da combattimento F-35. A sinistra come a destra ci si oppone in maggioranza all’acquisto degli aerei americani (sono gli elettori liberali-radicali che con il 37% si sono maggiormente pronunciati per il mantenimento dell’acquisto). Non si tratta però solo di una sorta di risposta a Trump, ai suoi calcoli e alle decisioni.
Si torna sul problema del prezzo o sul più grosso contratto d’armamento della storia svizzera: 5 miliardi di franchi. Con il rischio (secondo le cifre ottenute dalla Neue Zürcher Zeitung) di un ulteriore maggior costo del 20 per cento previsto dal costruttore Lockeed Martin a causa dell’inflazione ( il contratto era stato firmato nel 2022 e la consegna entro il 2029). La quale, si prevede con le tariffe di Trump, salirà molto di più.
Chi si fida ancora degli americani?
Tuttavia, a ben analizzare il tutto, il problema che emerge maggiore e molto più preoccupante del prezzo (tanto, siamo ormai abituati a bilanci costituzionalmente espansivi per ogni spesa militare!): è il tema dell’affidabilità degli Stati Uniti, in particolare di quelli trumpiani.
C’è innanzitutto, in termini tecnici (ma anche politici) ciò che si chiama “kill switch”. O un sistema, per dirla in termini semplici, che permetterebbe di “spegnere” tutti gli aerei da combattimento.Trump, per dirla banalmente, ordina di girare la chiavetta e restiamo a terra. (Non dimentichiamo, allora, neppure la questione della protezione dei dati militari). Lo si nega, non può capitare. È comunque innegabile che i jets dipendono dai sistemi americani e gli Stati Uniti o Trump (se gli sta la lisca in gola, ad esempio, perché la Svizzera accoglie ancora evasori fiscali americani o perché tassa le multinazionali americane che operano in Svizzera) potrebbero bloccare o non più rifornire, paralizzando al suolo gli F35 e la cosiddetta difesa aerea elvetica o persino l’aereo del Consiglio federale.
(Rileviamo, di transenna, che nel frattempo il Canada, molestato, vuol rinunciare all’acquisto di F.35. Il Portogallo, che prevedeva pure quel tipo di aereo, è passato all’acquisto di aerei europei. Il Consiglio federale potrebbe fare altrettanto. Il problema del costo dell’annullamento del contratto con la Lockeed Martin sarebbe molto meno di quanto perderà la Svizzera con quel…31 per cento di punizione trumpiana).
Nell’immagine: se questa nonna suona il campanello e chiede se avete due uova, non datele
Lo abbiamo amato dal primo momento. Non capivamo un acca, però ci piaceva
Così si è scritto, con grande titolo, sui maggiori quotidiani francesi ed anche italiani. E’ come se fosse morto uno di famiglia o un amico cui si deve molto. Perché sempre presente come compagno di viaggio, con tutti i suoi numerosi libri, presi e ripresi e ogni volta illuminanti, nella mia biblioteca. Perché memorabile per […]