Di Mirella Serri, La Stampa
La storica Lucetta Scaraffia è intervenuta su questo giornale per criticare Dacia Maraini che sul Corriere della sera condannava la triste condizione delle afghane. La scrittrice sarebbe stata rea di aver dimenticato di dire che le afghane sono oppresse dalla cultura islamica.
Alla ricercatrice però in questo caso è sfuggito che il dovere degli storici è consultare gli archivi. Se lo avesse fatto avrebbe riscontrato che dopo l’invasione dell’Afghanistan il gruppo di Controparola, fondato da Dacia Maraini e con lei alla testa, andò a manifestare a Palazzo Chigi. Erano giovani donne che per l’occasione si erano velate in segno di protesta contro l’islam e che volevano denunciare l’oppressione che si stava mettendo in atto nei confronti del mondo femminile. Scaraffia peraltro non è andata a rivedere nemmeno gli altri numerosi interventi della scrittrice in tema di velo imposto dagli islamici alle donne. Non lo ha fatto perché l’argomento da lei individuato – l’assenza nell’articolo della Maraini della parola islamico – è pretestuoso.
Alla storica non interessa contestare la posizione di una delle maggiori esponenti del femminismo italiano. Preferisce, denigrando Maraini, tessere l’elogio dei successi del governo di destra in materia femminile. Al contrario, l’elenco di quanto la destra meloniana non fa per le donne è molto lungo. Per esempio Meloni, che aveva come slogan elettorale «sono una donna, sono una madre», sta registrando un fallimento totale in ambito di natalità (nel 2025 i nati sono scesi a circa 355 mila, con un calo del 3,9 per cento rispetto al 2024, un record negativo che prosegue nei primi cinque mesi del 2026). In Italia esiste la voglia di fare figli, dicono le statistiche, ma il 62 per cento rinuncia per ostacoli economici o lavorativi. Ostacoli che pesano come macigni sulla strada dell’emancipazione del mondo femminile. Le donne sono cambiate e sono più attive nelle denunce. Ma i femminicidi continuano. E i centri anti violenza, che avrebbero una funzione fondamentale nella prevenzione, sottolineano i fondi elargiti con il lumicino da questo governo.
In tema di libertà femminili, inoltre, Meloni premier si è drasticamente opposta all’inserimento nel documento finale del G7 delle parole «diritto all’aborto» e «identità di genere» mentre il suo governo ha fatto diventare reato la Gpa, la gestazione per altri. Ancora più importante è la polemica contro la libertà di aborto portata avanti dai politici più fedeli e vicini a Meloni. Francesco Giulibei è un personaggio di primo piano di questa destra meloniana. È direttore scientifico della Fondazione Alleanza Nazionale, star dei salotti televisivi. Ha fondato la casa editrice Historica Giubilei-Regnani che pubblica libri sul revival mussoliniano ma anche l’opera di studiosi che si scagliano contro l’aborto per i quali dovrebbe essere vietato persino in caso di violenza o di pericolo di vita. Il titolo è riduttivo: Breve critica all’aborto e all’eutanasia. Sempre lo stesso Giubilei è l’editore del volume firmato nel 2026, con la prefazione di Giorgia Meloni, da Nicola Procaccini: L’ecologia dei conservatori. Il ritorno al sacro della natura. Nel capitolo “Contro natura” si attacca l’interruzione di gravidanza quale che sia la situazione concreta. Procaccini, presidente del gruppo dei conservatori e dei riformisti europei, svolge peraltro azioni di contrasto alle risoluzioni del Parlamento Europeo favorevoli all’inserimento dell’aborto tra i diritti Ue.
Insomma anche il plauso all’operato del governo nei confronti delle donne meriterebbe il lavoro dello storico, ovvero un approfondimento sulla storia del presente e una ricerca nelle biblioteche della destra più antifemminista. Lasciando perdere islam e Maraini.