Il lungo tramonto dell’America Maga
Da guida del mondo libero alle sabbie mobili iraniane, il Tycoon smantella l’ordine globale. La superpotenza occidentale non è ancora crollata, ma manca poco. E regala spazio a Xi
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Da guida del mondo libero alle sabbie mobili iraniane, il Tycoon smantella l’ordine globale. La superpotenza occidentale non è ancora crollata, ma manca poco. E regala spazio a Xi
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Da guida del mondo libero alle sabbie mobili iraniane, il Tycoon smantella l’ordine globale. La superpotenza occidentale non è ancora crollata, ma manca poco. E regala spazio a Xi
Circa diciotto mesi fa pubblicai un libro nel quale sostenevo che, nel suo secondo mandato, Donald Trump avrebbe accelerato lo smantellamento del sistema multilaterale, scatenato nuove guerre commerciali, aumentato il rischio di conflitti militari, normalizzato la violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti e accelerato il declino dell’impero americano, già indebolito da decenni di eccessi strategici e profonde divisioni interne. Scrissi anche che il principale beneficiario di tutto questo sarebbe stata la Cina.
Avrei voluto sbagliarmi.
La seconda presidenza Trump ha fatto esplodere gran parte dell’ordine mondiale costruito nel dopoguerra, ha delegittimato le Nazioni Unite, indebolito la Nato, rafforzato enormemente Russia e Cina e inaugurato un pericoloso Nuovo Disordine Mondiale nel quale la forza prevale sul diritto e il diritto internazionale conta sempre meno.
Per la prima volta nella storia, un presidente degli Stati Uniti ha abbracciato apertamente autocrati, mentre contemporaneamente insultava alleati democratici e indeboliva il sistema di alleanze occidentali che Washington stessa aveva costruito in ottant’anni.
Assistiamo ormai a una rottura profonda con molti dei valori morali e democratici sui quali si fondava l’Occidente del dopoguerra.
Trump ha trattato ripetutamente i più stretti partner del G7, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Canada e Giappone, come servi o avversari. Ha ridotto la fiducia degli alleati nell’Articolo 5 della Nato. Ha indebolito l’Alleanza Atlantica più di qualunque presidente americano dalla sua fondazione nel 1949. E ha finito per offrire agli europei l’argomento più convincente possibile per smettere di contare su Washington e organizzare finalmente una difesa europea autonoma. Da Minneapolis alla Groenlandia, dal Venezuela a Cuba, l’autorità morale degli Stati Uniti, già compromessa da Iraq e Afghanistan, appare oggi profondamente indebolita. Nel 2026, sotto Trump, Washington conserva ben poca credibilità, sia presso gli amici sia presso gli avversari.
E oggi, sullo sfondo di tutto questo, l’America assomiglia a una superpotenza intrappolata nelle sabbie mobili. L’Iran è quelle sabbie mobili.
La follia di una guerra voluta da Benjamin Netanyahu e priva di una logica strategica coerente è ormai evidente a tutti. Trump si è inflitto danni enormi anche sul piano interno, il prezzo della benzina punta verso i cinque dollari al gallone, la stagflazione colpisce l’economia e molto probabilmente in autunno perderà il controllo del Congresso. Ma resta comunque nello Studio Ovale. E governa sempre più attraverso impulso, rabbia, rancore e improvvisazione più che attraverso una strategia coerente.
Proprio come il suo amico Vladimir Putin, convinto di poter assistere a una parata trionfale a Kyiv tre giorni dopo l’invasione del 24 febbraio 2022, anche Donald Trump ha giocato molto male le sue carte da quando ha ordinato gli attacchi contro gli ayatollah il 28 febbraio 2026. Ha scoperto che i Pasdaran, usando con estrema abilità la carta dello Stretto di Hormuz, oggi dispongono di più carte strategiche di lui. Trump appare paralizzato. Non sa più bene come uscirne.
La sua cerchia è dominata da fedelissimi, ideologi radicali ed ex conduttori di Fox News privi di esperienza politica, come Pete Hegseth. Marco Rubio si è ormai completamente subordinato agli istinti politici di Trump, sperando di essere consacrato erede del trumpismo nel 2028 al posto di JD Vance. E poi ci sono figure come Jared Kushner e l’onnipresente Steve Witkoff, uomini d’affari immobiliari il cui ruolo finisce sempre più per confondere diplomazia, interessi privati e fedeltà personale.
L’ultima risposta iraniana ai tentativi sempre più frenetici degli Stati Uniti di ottenere un cessate il fuoco e riaprire lo Stretto di Hormuz rappresenta un’altra significativa umiliazione per Washington. I Pasdaran giocano a scacchi. Trump sembra giocare a dama. O forse a bocce. L’Iran ha usato la leva di Hormuz con notevole abilità strategica. In un solo colpo è diventato il dominus del passaggio marittimo più importante del pianeta. Una potenza regionale in ascesa. Gli Stati Uniti si trovano oggi intrappolati nelle sabbie mobili iraniane.
Ma quando la più grande superpotenza militare del mondo finisce bloccata in uno stallo con una potenza regionale come l’Iran, quello stallo diventa esso stesso una forma di sconfitta. Trump può minacciare nuovi bombardamenti. Può ordinare ulteriori attacchi. Ma almeno per ora appare bloccato. Nel frattempo il suo presunto amico Vladimir Putin continua ad armare e sostenere Teheran mentre dissangua l’Occidente in Ucraina. E l’altro suo presunto amico, Xi Jinping, osserva silenziosamente da Pechino cercando appena di nascondere la propria soddisfazione.
Xi è entusiasta. Questa settimana si prepara ad accogliere Trump a Pechino. In realtà la Cina non ha quasi bisogno di fare nulla. Limitandosi a restare paziente e disciplinata, Pechino sta vincendo la battaglia globale delle narrative contro gli Stati Uniti.
Soft power. Questa è una delle grandi ironie geopolitiche del nostro tempo. L’America, un tempo percepita come garante del diritto internazionale, oggi appare impulsiva, destabilizzante e irresponsabile. La Cina, una brutale dittatura monopartitica che reprime il dissenso e soffoca le libertà interne, riesce invece sempre più a presentarsi all’estero come l’attore razionale, stabile e affidabile. Nel mondo frammentato di oggi, molti Paesi considerano ormai la Cina un partner commerciale più affidabile degli Stati Uniti. È Pechino a parlare il linguaggio della stabilità, della prevedibilità e della continuità economica. È la Cina a invocare pubblicamente il diritto internazionale e il multilateralismo, mentre Washington li ignora quando risultano scomodi. È la Cina a guidare la corsa mondiale nelle energie rinnovabili, nelle auto elettriche, nelle batterie e nella pianificazione industriale strategica.
Per decenni, nonostante tutte le sue ipocrisie, gli Stati Uniti hanno rappresentato qualcosa di più della semplice forza. L’America simboleggiava un sistema di alleanze, regole, istituzioni e valori democratici che, pur applicati in modo imperfetto, hanno garantito un periodo di stabilità e prosperità globale senza precedenti nella storia moderna. Tutto questo oggi sta finendo. Sotto Trump, gli Stati Uniti vengono percepiti sempre meno come una potenza stabilizzatrice e sempre più come una fonte di instabilità globale. In Europa, governi che per generazioni hanno contato istintivamente su Washington iniziano finalmente a contemplare un futuro prossimo nel quale l’America non sarà più considerata affidabile. In Asia, gli alleati cercano di coprirsi le spalle. Nel Sud globale, molti Paesi non vedono più una democrazia-guida, ma un impero in declino che reagisce con rabbia contro la storia stessa.
Nel frattempo, la Cina sorride. Dopo essere stato accolto e blandito questa settimana dalla sofisticata leadership cinese, Trump potrebbe perfino finire per ringraziare Xi Jinping per aver contribuito a convincere Teheran a riaprire lo Stretto di Hormuz. Oggi tutto sembra possibile. Pechino ha ricevuto pochi giorni fa il ministro degli Esteri iraniano. Colloqui cordiali, certamente dedicati anche alle guerre in Iran e in Libano e all’imminente visita di Trump in Cina.
La più grande eredità storica di Trump potrebbe essere proprio questa, aver contribuito a trasformare la Cina nell’unica potenza che oggi appare adulta e razionale. Attraverso le sue azioni, Trump ha sostanzialmente abdicato alla leadership americana di quello che un tempo veniva chiamato il “mondo libero”, consegnandone una parte significativa a Pechino. Gratis.
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