Il Festival di Locarno e il conformismo dell’alternativa
Quando una rassegna cinematografica alternativa ci sorprenderà imponendoci un nuovo modo di guardare? - Di Mirko Menghetti
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Quando una rassegna cinematografica alternativa ci sorprenderà imponendoci un nuovo modo di guardare? - Di Mirko Menghetti
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Quando una rassegna cinematografica alternativa ci sorprenderà imponendoci un nuovo modo di guardare? - Di Mirko Menghetti
Terminato il Festival di Locarno, a colpire non è soltanto il bilancio generalmente positivo della 79esima edizione, ma la quasi unanimità con cui è stato accolto. Le voci critiche sono state poche. Persino il critico cinematografico Ugo Brusaporco, solitamente tutt’altro che tenero nei suoi giudizi, questa volta non ha lesinato apprezzamenti, scrivendo che la giuria ha scelto «con rigore cinefilo» e che sul palmarès non c’era «nulla da eccepire».
Eppure una domanda meriterebbe di essere posta. Non riguarda tanto la qualità dei film, quanto il tipo di cinema che un grande festival internazionale finisce per selezionare e consacrare.
Qualche dubbio è affiorato sulle pagine del Manifesto, dove Cristina Piccino si interroga sul peso dei laboratori e dei circuiti produttivi internazionali che sostengono lo sviluppo dei film indipendenti, ma rischiano anche di imporre, sia pure «in modo soffice», una propria «formattazione». Su laRegione, Tommaso Soldini ha lanciato qua e là qualche frecciata sulla mancanza di veri scarti, di qualcosa capace di risultare persino indigesto al pubblico cinefilo.
Locarno non corre certo il rischio di diventare commerciale o hollywoodiano. Continua anzi a svolgere una funzione preziosa nel dare spazio a cinematografie e autori che difficilmente troverebbero posto nel grande circuito commerciale. Ma proprio per questo vale la pena chiedersi se essere lontani da quel mainstream basti ancora a garantire uno sguardo davvero nuovo. Il rischio è che si consolidi un altro conformismo, tutto interno al cinema da festival, fatto di autori, forme, ritmi, temi e sensibilità ormai immediatamente riconoscibili come cinema «importante».
Il doppio riconoscimento, a Hong Sang-soo per la regia e a Kim Min-hee per l’interpretazione, è emblematico. Hong continua a fare un cinema personalissimo e radicalmente estraneo alle convenzioni industriali: film realizzati con mezzi ridotti, fatti di conversazioni e di continue variazioni sugli stessi motivi. Ma dopo decenni di presenze e riconoscimenti nei maggiori festival, quel cinema «altro» è ormai uno dei linguaggi più riconoscibili e consacrati della cinefilia internazionale. Brusaporco definisce addirittura «dovuto» il riconoscimento. Premiarlo è naturalmente legittimo; più difficile considerarlo una scelta che sorprenda o metta in discussione i valori consolidati di quel mondo.
C’è poi un’altra forma di prevedibilità. Piccino osserva anche, a proposito di uno dei film in concorso, che «l’imprevisto è solo apparente» e che persino nel disagio lo spettatore viene accompagnato.
Si possono raccontare fascismo, patriarcato, guerre, omofobia e società in crisi senza mettere davvero in crisi lo spettatore. Sono temi potenzialmente dirompenti, raccontati però attraverso un linguaggio cinematografico che il pubblico dei festival ha ormai imparato a conoscere e riconoscere. Lo spettatore può essere turbato da ciò che il film racconta, ma difficilmente sorpreso dal modo in cui glielo racconta. Il contenuto è sovversivo, ma la forma è rassicurante.
Non perché quelle forme siano in sé conservatrici: molte sono nate, al contrario, proprio dalla volontà di rompere con il cinema dominante. Ma una forma non rimane innovativa per sempre. Quando viene ripetuta, riconosciuta, premiata e infine attesa, ciò che un tempo spiazzava può trasformarsi a sua volta in convenzione. Il paradosso è proprio questo: anche il linguaggio dell’alternativa può diventare una tradizione.
La questione della forma supera naturalmente Locarno e riguarda più in generale la capacità della cultura contemporanea di produrre linguaggi realmente nuovi. È proprio da questa progressiva perdita di spinta innovativa che parte lo scrittore e critico culturale americano W. David Marx nel suo recente saggio Blank Space, dedicato alla stagnazione culturale degli ultimi venticinque anni.
Secondo Marx, nel Novecento avanguardie e sottoculture disponevano di sistemi di valori alternativi a quelli del mercato. Il successo commerciale non era necessariamente il riconoscimento più ambito, anzi poteva essere guardato con sospetto: a conferire prestigio erano il riconoscimento dei propri pari, la sperimentazione e la capacità di rompere con le convenzioni dominanti. Erano spesso piccole comunità radicate in luoghi reali, nei club, nelle università, nei centri sociali e nelle scene artistiche locali, dove distinguersi significava anche osare e rompere con ciò che esisteva.
Nella musica e nella cultura urbana, da ambienti simili sono nati punk, hip-hop e nuove forme di danza; il cinema, che richiede strutture produttive più complesse, ha conosciuto rotture analoghe attraverso movimenti come la Nouvelle Vague e, ancora negli anni Novanta, Dogma 95. Esperienze molto diverse, ma accomunate dall’ambizione non soltanto di realizzare opere nuove, bensì di inventare un modo nuovo di farle. E proprio da quelle rotture sono nati linguaggi che l’industria culturale avrebbe poi assorbito e fatto propri.
Negli ultimi venticinque anni, però, questo ecosistema si è progressivamente indebolito. Il successo ha perso gran parte del sospetto che un tempo suscitava nelle controculture, mentre visibilità, consenso e profitto sono diventati criteri sempre più importanti anche per chi opera fuori dal mainstream. Internet ha accelerato il processo: ciò che nasce ai margini viene immediatamente esposto, imitato, assorbito e trasformato in qualcosa di riconoscibile. La cultura contemporanea produce così una quantità sterminata di opere (quasi 10’000 film nel mondo nel solo 2023), ma fatica maggiormente a produrre quelle rotture capaci di segnare una vera discontinuità.
Il problema non è dunque che siano scomparsi i buoni film o gli autori originali, né che la produzione indipendente si sia impoverita. La domanda è un’altra: quanto spesso incontriamo ancora un film che non si limiti a raccontarci qualcosa di nuovo, ma ci costringa anche a imparare un nuovo modo di guardare? Il rischio è che persino l’indipendenza, una volta entrata stabilmente nel circuito dei festival, finisca per avere le sue formule, i suoi autori garantiti, i suoi temi attesi e un proprio conformismo.
Non basta allora essere lontani dal cinema commerciale per rappresentare ancora una vera rottura. La domanda, a questo punto, non è se Locarno sia abbastanza diverso da Hollywood: ovviamente lo è. È se sia ancora abbastanza diverso da ciò che il mondo dei festival ha ormai imparato a considerare «diverso».
L’anno prossimo il Festival raggiungerà la sua ottantesima edizione. Un traguardo importante, che sarà inevitabilmente occasione di bilanci e celebrazioni. Potrebbe esserlo anche per interrogarsi su quale spazio Locarno voglia ancora riservare all’imprevisto, al rischio, a ciò che non è già riconoscibile come «cinema da festival». Perché un festival come Locarno dovrebbe essere il luogo in cui, ogni tanto, anche il cinefilo si senta fuori posto.
Nell’immagine: i cinefili vogliono rischiare di più (illustrazione della redazione)
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