Di Francesco Strazzari, il manifesto
Marco Rubio applaude le spese militari europee «alle stelle». Intanto, negli Stati uniti, il progetto Meridian del Pentagono, con Elon Musk, Palmer Luckey e Newt Gingrich come codirettori, predispone tecnologie e concetti operativi della guerra dei prossimi anni.
Agli europei si chiede di investire somme colossali in una sicurezza di cui non controlleranno le tecnologie e gli obiettivi politici. Rubio ha celebrato questo «cambiamento generazionale» dalla collina dell’assemblea ateniese, con il Partenone alle spalle. Il Partenone fu costruito anche con il tesoro della Lega delio-attica, trasferito ad Atene nel 454 a.C.: i tributi versati dagli alleati per la difesa contro la Persia finirono a ornare la città egemone. Plutarco racconta le proteste, mentre Pericle replicò che gli alleati non avevano titolo per chiedere conto dell’uso del denaro per la protezione.
Siamo ancora lì: chi paga, chi decide, per quale sicurezza di chi. I riarmi nazionali celebrati da Rubio si riforniscono in larga parte oltreoceano, dove si rivendica senza remore il dividendo coloniale mentre si disegna una frontiera di civiltà tracciata contro migranti e «burocrazie globali», di cui Bruxelles è l’esempio più odioso. Un programma che punta sulle estreme destre, sulla disgregazione europea e sulla cancellazione delle sinistre.
DUE GIORNI DOPO, la stessa amministrazione Usa ha mostrato quanto pesi la sicurezza europea. Con il diesel americano ai massimi per la guerra all’Iran, Trump ha chiesto a Kyiv di smettere di colpire le raffinerie russe, una delle sue poche leve davvero efficaci. A tre settimane dal voto di midterm, ha telefonato a Putin e ha sospeso le sanzioni sul gasolio russo. Poi ha suggerito all’Ucraina di trovarsi «un nuovo leader» e proclamato una tregua energetica: solo che le 32 raffinerie di Mosca sono la base dell’export russo, l’Ucraina ha bisogno delle sue centrali energetiche per i riscaldamenti in vista del quinto inverno di guerra. Sui negoziati di pace Mosca non ha promesso nulla. Candido fino al fragore, il commissario alla difesa Ue Kubilius ha scritto: «Finora l’Ue è stata l’unico serio sostenitore finanziario dell’Ucraina, ma si aspettava che la leadership politica americana avrebbe aiutato a portare la pace. Arriva il momento in cui l’Ue, insieme all’Ucraina, deve elaborare e attuare una strategia di pace indipendente». Dopo cinque anni di guerra e centinaia di miliardi, ammettiamo di non avere alcun disegno politico.
IL DIBATTITO aperto su queste colonne il 27 settembre, arrivato fino ai leader del campo largo sul palco della Manifestival, ha raccolto voci anche lontane, dal mondo pacifista all’ex ministro della difesa Guerini, che scrive qui accanto. Ringrazio tutti: più che replicare a ciascuno, spero che le distinzioni proposte aiutino a discutere nel merito, riconoscendo fin dove si può agire insieme, senza distribuire patenti di pacifismo o bellicismo animati da logiche campiste o calcoli elettorali.
Con Guerini condivido alcuni punti: la resa non è pace, la minaccia russa è reale, una difesa comune richiede analisi, pianificazione e comando condivisi. Convergere sui principi, però, non significa concordare sulle politiche che ne discendono. Anche sotto la bandiera europea si possono moltiplicare gli arsenali, rafforzare dipendenze industriali in modo poco trasparente e sottrarre risorse ad altre dimensioni della sicurezza: la distinzione fra riarmo nazionale e difesa comune, da sola, non basta.
Guardiamo all’asse franco-tedesco. Berlino investe somme gigantesche nella difesa sperando di riconvertire un modello industriale in crisi; Parigi, stretta dai vincoli di bilancio, vede crescere una concorrenza che investe massicciamente in armamenti e tecnologie. I grandi programmi comuni si arenano, dal caccia al carro armato del futuro. Proprio mentre si invoca una difesa europea, il suo asse storico si incrina sotto il peso di rivalità industriali e interessi nazionali divergenti, con le destre che incombono traendo linfa da queste dinamiche. Guerini affida agli aiuti militari il compito di costringere Mosca al negoziato. Ma una delle leve militari più efficaci di Kyiv non è stata neutralizzata dalla contraerea russa: è bastata una telefonata da Washington. Impedire alla Russia di ridisegnare manu militari lo scenario politico europeo è condizione necessaria, ma ancora lontana dal costruire la pace.
Una pace si giudica anche dal progetto politico che rende possibile. Interrompere il sostegno agli ucraini esporrebbe lo spazio europeo, fin dal giorno dopo, al disegno reazionario grande-russo con conseguenze politiche prevedibili in tutta Europa. Occorre però chiedersi quale sia oggi il progetto politico europeo da difendere, perché se l’esito fosse un continente più armato, più dipendente dall’America di Trump, con patto sociale devastato e nazioni fra loro ostili, per quale sicurezza avremmo sostenuto il prezzo di una orrenda guerra fratricida?
Nessun accordo può essere imposto a Kyiv, ma l’Europa deve contribuire a renderlo possibile, condizionando gli aiuti anche verso compromessi difficili: una linea di contatto stabilizzata senza riconoscimento delle annessioni, sanzioni revocate per gradi e solo a fronte di impegni verificabili.
LO STATUS DI KYIV può agganciarsi all’Europa senza attendere un’adesione irrealistica. Von der Leyen ha appena offerto al Canada una «associazione» all’Unione, mostrando che le formule si possono inventare: lo stesso cantiere può servire all’Ucraina, senza riconoscere le annessioni e senza coltivare l’irredentismo. Nel 1983 la risoluzione 541 del Consiglio di sicurezza dichiarò nulla la secessione della repubblica turco-cipriota; nessuno arma Nicosia per riprendersi il nord, e Cipro è entrata nell’Ue con l’acquis sospeso nelle aree occupate. Integrazione europea e mancato riconoscimento dell’occupazione possono coesistere.
Perché regga, l’aggancio deve accompagnarsi a un programma di democratizzazione che guardi in faccia il dopoguerra. Gli ucraini registrano 1,76 milioni di veterani. In Italia ne abbiamo memoria, con il reducismo, nutrito dal mito della «vittoria mutilata», come nerbo dello squadrismo fascista. Reinserimento, lavoro, cura del trauma, controllo delle armi in circolazione e pluralismo politico appartengono alla sicurezza europea quanto i droni.
Il problema del tesoro di Delo riguardava meno l’entità dei tributi che chi decideva come spenderli, ovvero quale potere contribuivano a edificare. Oggi agli europei si chiede il 5%, mentre Washington progetta guerre, vende gli strumenti e negozia con Mosca il confine europeo secondo convenienza. Per farci un’idea, guardiamo a come si è adoperata per ridisegnare la mappa politica dell’America latina. Gli alleati di Atene pagavano per essere protetti e si ritrovarono a finanziare il tempio di un altro.