L’accordo del cinismo e della prepotenza
L’annunciata intesa Trump-Putin sull’acquisto americano di energia russa è una pugnalata a Kiev per rovesciare i pronostici delle “midterm elections” sfavorevoli al capo della Casa Bianca
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L’annunciata intesa Trump-Putin sull’acquisto americano di energia russa è una pugnalata a Kiev per rovesciare i pronostici delle “midterm elections” sfavorevoli al capo della Casa Bianca
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L’annunciata intesa Trump-Putin sull’acquisto americano di energia russa è una pugnalata a Kiev per rovesciare i pronostici delle “midterm elections” sfavorevoli al capo della Casa Bianca
Dal nostro corrispondente da Mosca
Donald Trump ha fretta. E anche molta. Non tanto di mettere fine alla guerra in Ucraina, come continua a ripetere ormai da quasi due anni, quanto di arrivare alle elezioni di metà mandato del prossimo 3 novembre con qualche risultato da esibire a un elettorato sempre più deluso. I sondaggi non promettono nulla di buono per i repubblicani: secondo un’indagine del Financial Times, il gradimento del presidente americano è sceso al 34%, appena un quarto degli elettori approva la sua gestione dell’economia e soltanto uno su cinque quella dell’inflazione. Alle stazioni di servizio e nei supermercati anche il più entusiasta sostenitore del tycoon perde sicumera.
Il caro carburanti e le conseguenze della guerra contro l’Iran stanno mettendo in difficoltà la Casa Bianca. E così Trump ha deciso di rilanciare la sua offensiva diplomatica sull’Ucraina, con una serie di iniziative che sembrano rispondere più alle scadenze della politica interna statunitense che ai tempi, inevitabilmente lunghi, di un negoziato di pace.
Domenica Trump ha annunciato sul suo social Truth che Russia e Ucraina avrebbero raggiunto un accordo per interrompere immediatamente gli attacchi contro le rispettive infrastrutture energetiche. Un cessate il fuoco parziale, dunque, che potrebbe rappresentare un primo passo verso un’intesa più generale. Peccato che Volodymyr Zelensky abbia dichiarato di aver appreso dell’accordo dalla stampa e che da Mosca non sia arrivata alcuna conferma. Anzi, nelle ore successive all’annuncio americano, le forze russe hanno continuato a colpire centrali elettriche e infrastrutture civili ucraine, provocando nuove vittime e interruzioni delle forniture di elettricità a Kharkiv e in altre regioni del paese.
Il presidente ucraino ha commentato con sarcasmo che evidentemente Putin non legge “Truth Social”. Una battuta che mette però il dito nella piaga: Trump annuncia una tregua che non ha ancora ottenuto, mentre il Cremlino continua a bombardare come se nulla fosse accaduto.
Per comprendere le ragioni di questa improvvisa accelerazione bisogna tuttavia fare un passo indietro, a venerdì scorso, quando Trump ha annunciato un accordo con Putin per consentire nuove esportazioni di diesel russo, accompagnato da un allentamento temporaneo delle sanzioni americane. Una decisione che ha provocato le proteste di Kiev e forti perplessità nelle capitali europee, ma che ha una spiegazione abbastanza semplice: negli Stati Uniti il prezzo dei carburanti è diventato uno dei principali problemi politici dell’amministrazione.
La guerra contro l’Iran, con le conseguenti perturbazioni del traffico petrolifero nel Golfo Persico, ha contribuito a far impennare i prezzi del greggio e dei prodotti raffinati. Il diesel americano è arrivato a costare circa 6,30 dollari al gallone, un livello particolarmente pesante per un’economia: in effetti, il trasporto delle merci, l’agricoltura e buona parte dell’apparato produttivo dipendono dai carburanti. Gli aumenti si ripercuotono sull’intera catena dei prezzi, colpendo proprio quegli strati popolari e di classe media che avevano sostenuto Trump nella speranza di un miglioramento delle proprie condizioni economiche.
Il presidente americano, che aveva promesso agli elettori di mettere l’America “al primo posto” delle sue preoccupazioni, si trova così a dover fronteggiare le conseguenze di una politica internazionale che ha contribuito a destabilizzare ulteriormente i mercati energetici. Per correre ai ripari, cerca ora l’aiuto di Putin, alleggerendo quelle stesse sanzioni che Washington aveva contribuito a imporre per limitare le risorse disponibili alla macchina bellica russa.
Il paradosso è evidente. Mentre l’Unione europea discute nuove misure restrittive contro Mosca, la Casa Bianca apre addirittura un portone commerciale che potrebbe consentire al Cremlino di aumentare le proprie entrate. Non è neppure detto che il diesel russo possa raggiungere il mercato americano in quantità sufficienti e in tempi abbastanza rapidi da incidere sui prezzi prima del 3 novembre. Le prime forniture annunciate ammonterebbero a circa 300.000 tonnellate, ma gli analisti energetici dubitano che possano produrre effetti significativi nell’immediato. Per Trump, tuttavia, conta anche l’effetto dell’annuncio: mostrare agli elettori che qualcosa si sta facendo per ridurre il costo della vita.
La questione energetica spiega anche il nuovo inasprimento dei rapporti con Zelensky. Negli ultimi mesi l’Ucraina ha intensificato gli attacchi in profondità contro le raffinerie e gli impianti petroliferi russi, ottenendo risultati che hanno creato problemi non trascurabili a Mosca. Trump ha chiesto ripetutamente a Kiev di interrompere queste operazioni, arrivando nei giorni scorsi a sostenere che l’Ucraina avrebbe bisogno di un nuovo presidente. Secondo quanto riportato dal Financial Times, Washington avrebbe anche minacciato di interrompere i meccanismi di approvvigionamento delle armi destinate a Kiev per costringerla a rinunciare agli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe.
È una presa di posizione che dovrebbe preoccupare anche chi non ha mai risparmiato critiche a Zelensky. Il presidente ucraino ha concentrato nelle proprie mani poteri considerevoli e deve fare i conti con gli scandali di corruzione che hanno investito il suo governo, oltre che con le difficoltà di mantenere una vita democratica in un paese sottoposto da anni alla legge marziale. Ma la scelta dei dirigenti ucraini non può essere dettata da Washington, tanto meno mentre il paese continua a subire l’aggressione russa. Pretendere elezioni pienamente regolari con una parte del territorio occupata, milioni di cittadini profughi e le città quotidianamente bombardate pone problemi che non possono essere liquidati con una battuta presidenziale. Zelensky si è detto disponibile a organizzarle qualora Mosca accettasse un cessate il fuoco generale di sessanta giorni.
Sulla tregua energetica, peraltro, Kiev non ha assunto una posizione pregiudizialmente negativa. Si dichiara disponibile a interrompere gli attacchi alle raffinerie russe se Mosca farà altrettanto con le centrali elettriche e le infrastrutture ucraine. Una condizione di reciprocità difficilmente contestabile, soprattutto alla vigilia dell’inverno. Il problema è che il Cremlino non ha ancora confermato la propria adesione e continua a bombardare.
Per Putin, del resto, la situazione presenta diversi vantaggi. L’allentamento delle sanzioni americane può offrire nuove risorse all’economia russa, mentre le pressioni di Trump su Zelensky contribuiscono ad accentuare le divisioni tra Washington e Kiev. Potrebbe dunque essere tentato, lo ‘zar’, di sfruttare l’impazienza trumpiana per ottenere ulteriori concessioni, senza assumere nell’immediato impegni che limitino la libertà d’azione dell’esercito russo.
Naturalmente anche Mosca ha interesse a una conclusione della guerra, almeno a determinate condizioni. Dopo quasi cinque anni di conflitto, la Russia paga costi economici, militari e sociali enormi, nonostante la propaganda del Cremlino continui a presentare la prosecuzione delle operazioni come una scelta inevitabile. Ma Putin non cerca semplicemente una tregua: vuole che l’esito della guerra sancisca un nuovo equilibrio di potere nell’Europa orientale, con il riconoscimento delle conquiste territoriali russe e una limitazione sostanziale della sovranità strategica ucraina.
È qui che gli interessi di Trump e Putin rischiano di trovare un terreno comune, sebbene per ragioni differenti. Il presidente americano cerca un accordo rapidamente spendibile sul piano politico; quello russo punta a trasformare i risultati dell’aggressione militare in vantaggi diplomatici permanenti. Due obiettivi che potrebbero incontrarsi sulla testa degli ucraini e, in ultima analisi, degli stessi europei.
Non sorprende quindi che le reazioni più critiche siano arrivate dai paesi baltici e dalla Polonia. Il ministro degli Esteri estone Margus Tsahkna ha esplicitamente collegato l’accordo sul diesel alle elezioni americane, dubitando che possa avere effetti reali sui prezzi. La responsabile della diplomazia europea Kaja Kallas ha osservato che una tregua potrà essere accolta favorevolmente soltanto quando verrà effettivamente rispettata dalla Russia. Donald Tusk, premier polacco, ha dal canto ribadito che Mosca continua a rappresentare una minaccia per la sicurezza europea e che allentare la pressione sul Cremlino rischia di incoraggiarne le ambizioni.
Sono preoccupazioni fondate, anche se non mancano contraddizioni nella stessa politica europea. L’Unione continua a fare affidamento soprattutto sulle sanzioni e sul sostegno militare a Kiev, senza essere ancora riuscita a formulare una propria iniziativa diplomatica sufficientemente autonoma. Pesano le divisioni tra i governi, la dipendenza dagli Stati Uniti in materia di sicurezza e la difficoltà di conciliare le posizioni dei paesi dell’Europa orientale, maggiormente esposti alla minaccia russa, con quelle degli Stati membri più propensi a una soluzione negoziale. Eppure è proprio l’Europa ad avere maggiormente interesse a una conclusione della guerra che non si traduca né nella capitolazione dell’Ucraina né in un congelamento del conflitto destinato a preparare nuove ostilità.
Limitarsi a denunciare le concessioni di Trump a Putin non basta. Bruxelles dovrebbe essere capace di avanzare una proposta che coniughi la difesa dell’indipendenza ucraina con garanzie di sicurezza credibili, una tregua verificabile e la prospettiva di un nuovo assetto dei rapporti con la Russia. Il punto non è sostituirsi agli ucraini nelle decisioni che riguardano il loro futuro, ma evitare che queste vengano prese in un negoziato bilaterale tra Washington e Mosca dal quale gli europei rischiano di essere esclusi. Una politica europea, insomma, che non si riduca né alla riproposizione automatica delle richieste di Kiev né all’attesa che Trump decida per tutti.
Ciò richiede anche un rapporto meno acritico con Zelensky. La solidarietà europea verso l’Ucraina non può significare un sostegno incondizionato a ogni scelta del suo governo. La concentrazione dei poteri nell’esecutivo, la corruzione e il problema della rappresentanza democratica in un paese sottoposto alla legge marziale non scompaiono per il solo fatto che la Russia sia responsabile dell’aggressione. Ma questi problemi devono essere affrontati senza confondere le responsabilità e, soprattutto, senza offrire a Putin o a Trump il pretesto per decidere dall’esterno chi debba governare a Kiev. La ricerca di compromessi diplomatici, per quanto dolorosi, non può essere esclusa in partenza, purché si tratti di un negoziato effettivo e non di imposizioni concordate tra le grandi potenze.
Il calendario americano corre, inesorabile. Il 3 novembre i repubblicani rischiano di perdere la maggioranza alla Camera dei rappresentanti e devono difendere anche quella al Senato. Una sconfitta ridurrebbe sensibilmente la libertà di manovra di Trump negli ultimi due anni del mandato, rafforzando la capacità dei democratici di controllare l’amministrazione, aprire inchieste e ostacolare una parte significativa della sua agenda politica. Per un presidente che ha costruito la propria immagine sull’idea di un potere personale capace di imporsi su ogni resistenza, sarebbe un colpo particolarmente pesante.
La nuova offensiva diplomatica sull’Ucraina sembra dunque rispondere a un’esigenza molto concreta: recuperare consenso presentandosi nuovamente come l’uomo capace di fermare le guerre, ridurre i prezzi e restituire prosperità all’America. Che tutto questo possa essere realizzato in poche settimane è assai dubbio. Ma Trump ha già dimostrato di attribuire un’importanza enorme alla costruzione immediata del successo politico, anche quando i risultati concreti restano lontani.
Un cessate il fuoco, anche parziale, sarebbe naturalmente benvenuto se contribuisse a ridurre le vittime e aprisse la strada a negoziati più sostanziali. Ma una tregua deve essere accettata e rispettata dalle parti, non semplicemente proclamata dal presidente degli Stati Uniti. Né la pace può essere ridotta a un accordo commerciale sul petrolio o a un’intesa tra grandi potenze sui rispettivi interessi economici.
Intanto qui a Mosca, continuano a volare ed esplodere i droni ucraini.
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