Di Federico Ferrazza, La Repubblica
Nel luglio 2024, a Ormskirk, nel Lancashire (Gran Bretagna), Loren Cole riceve una multa da 60 sterline (poco più di 70 euro) per un parcheggio. Decide di contestarla, si fa aiutare da ChatGpte riesce a ottenere in tribunale un risarcimento di 462 sterline, interessi e spese comprese, l’equivalente di 545 euro.
La storia è raccontata dal sociologo bielorusso Evgeny Morozovsu Le Monde diplomatique di settembre 2026, in un articolo intitolato Artificial intelligence and the left, L’Intelligenza artificiale e la sinistra. Perché anche se non ci sono fabbriche occupate o scioperi, c’è una persona comune che utilizza una tecnologia accessibile per difendersi da un’impresa. Perciò è proprio da qui che, secondo Morozov, bisogna ripartire per ragionare sul rapporto tra intelligenza artificiale e socialdemocrazia.
Un inquilino potrebbe usarla per contestare un proprietario, un migrante per orientarsi nella burocrazia, un paziente per comprendere i propri diritti. L’IA può abbassare il costo di accesso a conoscenze e competenze prima riservate a chi disponeva di denaro, tempo e professionisti.
Ma c’è un paradosso. L’esperienza di Cole, la sua strategia e le conoscenze impiegate per ottenere giustizia possono contribuire ad alimentare sistemi commerciali. Il singolo cittadino conquista un vantaggio, mentre il valore generato dalla sua esperienza viene incorporato in un’infrastruttura privata. Lui ha risolto il suo problema; gli altri cittadini non acquisiscono automaticamente gli stessi benefici.
È una contraddizione che riguarda il cuore dell’economia digitale: l’intelligenza artificiale può aumentare il potere delle persone e, nello stesso momento, concentrare il potere di chi possiede la tecnologia.
Per la sinistra, dunque, la questione non è soltanto stabilire se l’IA sia una minaccia per il lavoro, la democrazia o l’ambiente. Tutte questioni importanti, naturalmente. È capire se una tecnologia che può ampliare le capacità individuali possa diventare anche uno strumento di emancipazione collettiva.
Perché la sinistra rischia di trovarsi davanti a un paradosso politico. Se si limita a denunciare i danni dell’IA, può lasciare ad altri il compito di interpretare i bisogni di chi la utilizza. Se invece accetta senza condizioni il racconto delle imprese tecnologiche, rischia di scambiare per progresso sociale qualsiasi aumento della produttività.
Morozov invita quindi a immaginare una sinistra capace di andare oltre la semplice regolazione del mercato. Non basta rendere le piattaforme meno dannose, tassarne i profitti o chiedere maggiore trasparenza. Bisogna interrogarsi su chi controlla le infrastrutture, chi decide come utilizzare la conoscenza e come rendere le capacità offerte dall’IA una risorsa comune.
Non significa che ogni modello debba essere statale o che l’innovazione privata debba essere eliminata. Significa chiedersi quali strumenti debbano essere accessibili a tutti, quali infrastrutture richiedano un controllo pubblico e come impedire che le nuove capacità degli individui diventino soltanto un’altra fonte di rendita per le piattaforme.
Non soltanto un’IA più sicura, trasparente e rispettosa dei diritti, ma un’IA che consenta alle persone di fare cose che prima non potevano fare, senza rendere la società sempre più dipendente da chi controlla la tecnologia.
Non solo Morozov
Bernie Sanders, più volte candidato alle primarie democratiche per la corsa a presidente degli Stati Uniti, affronta il problema da un’altra angolazione: la proprietà.
Il 18 giugno 2026 il senatore del Vermont ha presentato l’American AI Sovereign Wealth Fund Act, un disegno di legge che prevede una tassa una tantum del 50% sulle partecipazioni azionarie (non sui profitti) delle grandi aziende di intelligenza artificiale con un fatturato annuo lordo superiore a 200 milioni di dollari (inclusi settori come data center, calcolo avanzato e robotica). Le quote confluirebbero in un fondo sovrano destinato a produrre benefici per la collettività. Il progetto è stato presentato al Senato, ma non è una legge approvata.
L’argomento di Sanders è che l’IA non sia stata creata esclusivamente dal genio di pochi imprenditori. I modelli si basano su conoscenze accumulate nel tempo, ricerca scientifica, opere creative, testi, immagini e codice prodotti da milioni di persone. Se questo patrimonio genera una ricchezza straordinaria, perché i benefici dovrebbero finire soltanto nelle mani dei proprietari delle aziende?
La proposta sposta il discorso dalla tassazione alla proprietà. Non basta prelevare una parte dei profitti dopo che si sono concentrati: la collettività dovrebbe partecipare direttamente alla ricchezza generata dalla tecnologia e avere voce nelle decisioni che ne determinano il futuro.
C’è anche una questione di lavoro. Se l’automazione renderà possibile produrre di più con meno ore umane, il risultato potrebbe essere una riduzione dell’orario, un miglioramento dei servizi e una maggiore disponibilità di tempo. Oppure potrebbe tradursi in licenziamenti, salari sotto pressione e rendite crescenti per gli azionisti.
Non esiste una legge che imponga uno dei due scenari. La distribuzione dei benefici dipende dalle istituzioni, dalla contrattazione e dai rapporti di forza. La proposta di Sanders, tuttavia, apre anche interrogativi legittimi: come valutare le partecipazioni, come gestire un fondo di queste dimensioni e come evitare che lo Stato diventi un azionista interessato soprattutto alla crescita del valore delle imprese? La proprietà pubblica non garantisce da sola né la democrazia né una distribuzione equa.
Il punto di contatto con Morozov è proprio questo: redistribuire la ricchezza prodotta dall’IA è importante, ma bisogna anche capire come redistribuire le capacità e il potere che la tecnologia mette a disposizione.
Anche Big Tech chiama lo stato
La questione si complica perché l’idea di una partecipazione pubblica alla ricchezza dell’IA non proviene soltanto dalla sinistra. OpenAI ha proposto un fondo pubblico che permetta ai cittadini di beneficiare della crescita economica del settore. Nel giugno 2026, inoltre, Donald Trump ha dichiarato di aspettarsi che le principali aziende di IA contribuissero a restituire qualcosa al pubblico. A luglio, il Financial Times ha riferito di una proposta di OpenAI per attribuire al governo statunitense una partecipazione del 5 per cento.
La convergenza è sorprendente. Un’idea che Sanders presenta come uno strumento per sottrarre potere ai grandi azionisti può essere discussa anche dalle imprese e da esponenti politici di tutt’altro orientamento.
Ma non tutte le partecipazioni pubbliche sono uguali. Un conto è garantire alla collettività una quota della ricchezza e del potere decisionale. Un altro è concordare un contributo volontario che distribuisca rendimenti (e rischi) ai cittadini senza modificare sostanzialmente il controllo dell’impresa.
E soprattutto, c’è una contraddizione da risolvere. Se lo Stato diventa azionista di una grande azienda di IA, come può continuare a regolarla in modo indipendente? Un governo che guadagna dall’aumento del valore delle azioni potrebbe essere meno propenso a limitare certe attività, contrastare acquisizioni o imporre sanzioni.
12 questioni per la sinistra
Il confronto tra le tesi di Morozov e Sanders e le proposte di partecipazione pubblica apre almeno dodici grandi questioni politiche, altrettanti terreni sui quali costruire una strategia per i progressisti.
1. La redistribuzione della ricchezza. Se l’IA aumenta la produttività, chi incassa i guadagni? Gli azionisti, le imprese che adottano i sistemi, i lavoratori o l’intera società? Bisogna discutere di fiscalità, fondi pubblici e partecipazione ai rendimenti.
2. La proprietà delle infrastrutture. Chi deve controllare modelli, chip, data center e reti? Le infrastrutture strategiche possono restare concentrate in poche imprese oppure devono esistere alternative pubbliche, cooperative o condivise?
3. Il futuro del lavoro. L’automazione ridurrà alcune mansioni e ne trasformerà altre. La questione è chi deciderà come distribuire i benefici: meno ore di lavoro e salari migliori oppure più profitti e maggiore precarietà?
4. L’accesso alla conoscenza. L’IA può aiutare chi non può permettersi consulenti, professionisti o strumenti specialistici. Come garantire che queste possibilità siano accessibili, affidabili e non dipendano esclusivamente dalla capacità di pagare un abbonamento?
5. Il potere delle Big Tech. Poche aziende possono controllare le infrastrutture da cui dipendono imprese, amministrazioni e cittadini. Come contrastare questa dipendenza attraverso concorrenza, interoperabilità e alternative realmente accessibili?
6. La proprietà dei dati e della conoscenza collettiva. Chi contribuisce con opere, ricerca, testi e dati alla costruzione dei modelli deve ricevere compensi o altri benefici? Come evitare che il valore prodotto collettivamente venga trasformato in una rendita esclusivamente privata?
7. La regolazione o la trasformazione del sistema. È sufficiente rendere l’IA più sicura, trasparente e rispettosa dei diritti? Oppure occorre intervenire anche sulla proprietà e sulla distribuzione del potere economico? Regole e trasformazioni strutturali non sono necessariamente alternative: possono essere complementari.
8. Il ruolo dello Stato. Deve essere soltanto regolatore oppure anche finanziatore, investitore e proprietario? Se partecipa al capitale delle aziende, quali garanzie impediscono che il suo interesse finanziario prevalga sulla tutela dei cittadini?
9. La democrazia. Chi decide quali sistemi sviluppare, per quali scopi e con quali conseguenze? Come coinvolgere cittadini, lavoratori, comunità scientifica e istituzioni senza affidare tutte le decisioni agli imprenditori o ai governi?
10. Il welfare e i servizi pubblici. L’IA può rendere più accessibili sanità, istruzione, giustizia e pubblica amministrazione. Ma può anche introdurre discriminazioni e decisioni opache. Come migliorare i servizi senza sacrificare universalità, responsabilità e possibilità di ricorso?
11. L’ambiente. I sistemi di IA richiedono energia, acqua, chip e infrastrutture. Possono anche contribuire alla ricerca scientifica e all’efficienza energetica. Chi sostiene i costi ambientali e quali usi giustificano il consumo di risorse? La transizione digitale deve essere valutata insieme a quella ecologica.
12. La sovranità tecnologica e le disuguaglianze globali. Chi controlla chip, modelli e capacità di calcolo può condizionare le scelte di altri Paesi. Come costruire autonomia europea senza replicare un sistema di dipendenze e senza lasciare che i Paesi meno ricchi forniscano dati e lavoro senza partecipare ai benefici?
Tre questioni fondamentali
Questi dodici punti possono essere ricondotti a tre questioni fondamentali: chi possiede la ricchezza, chi decide come usare la tecnologia e chi ha la possibilità concreta di beneficiarne.
La prima è la questione di Sanders. La seconda è il “problema” della democrazia economica. La terza è il terreno della riflessione di Morozov: l’IA può dare a ciascuno nuove capacità, ma solo l’organizzazione collettiva può trasformare queste capacità in un cambiamento dei rapporti di forza.
Per l’Europa e per l’Italia, questo significa andare oltre la contrapposizione tra entusiasmo tecnologico e regolazione. Occorre discutere di infrastrutture condivise, ricerca pubblica, accesso alla conoscenza, diritti dei lavoratori e condizioni da imporre a chi beneficia di finanziamenti pubblici. Significa anche chiedersi come utilizzare l’automazione per migliorare i servizi e ridurre il tempo di lavoro, invece di considerare la produttività un obiettivo sufficiente in sé.
Lo Stato non deve diventare proprietario di tutte le aziende di IA. Ma deve affrontare il problema di una società nella quale poche imprese potrebbero controllare strumenti sempre più importanti per lavorare, conoscere, comunicare e difendere i propri diritti.
Nell’immagine: Bernie Sanders, senatore degli Stati Uniti, durante una conferenza stampa sull’IA sui lavoratori