Abbiamo visto un Donald Trump che si presenta con una corona di alloro in testa in un cartellone elettorale (e viene in mente “imperator mundi”, imperatore del mondo). Abbiamo visto un Vladimir Putin raffigurato esplicitamente nella foggia cesarea, toga romana addosso, in un busto esposto alle porte di San Pietroburgo (“veni, vidi, vici”, venni, vidi, ho vinto, rendendo la Crimea alla Russia). Abbiamo visto, un po’ di sbieco, sul petto di Sarkozy, un tatuaggio che richiama le Idi di marzo (15 marzo del 44 a.C., giorno in cui morì assassinato Giulio Cesare; quindi: “guardati dalle idi di marzo”, frase celebre tratta dal dramma Giulio Cesare di Shakespeare).
E chi, allora, non si chiede, tra l’incuriosito e il perplesso: come mai questo continuo riferimento a Giulio Cesare nel mondo contemporaneo e, soprattutto, utilizzato da uomini politici che ci governano (ma anche da oppositori che hanno un altro pretesto per denunciare tendenze autoritarie)?
Una sorta di mania
Si scopre, innanzitutto, che questa sorta di mania non è nuova, che quel riferimento appare sovente nella storia: i Medici, granduchi di Toscana, già si richiamavano al personaggio; Napoleone III gli dedicò un’opera; Mussolini moltiplicò le commemorazioni del periodo cesariano per legittimare il suo potere. Ci si può tuttavia stupire perché Cesare fu certamente un grande condottiero, un fine politico che conquistò i suoi contemporanei, ma il suo destino non è invidiabile. I suoi sogni di grandezza indussero i suoi pari, gli stessi suoi amici, ad assassinarlo e, sin dalle prime nostre lezioni di storia, quel memorabile “tu quoque, Brute, fili mi”, rivolto al figlio adottivo che gli sferrò l’ultimo colpo di pugnale, rimase impresso. Come rimase il fascino per quel personaggio (scoperto nel meraviglioso e relativamente facile latino del “De bello gallico”) vissuto in un’epoca cruciale della storia romana, quando la Repubblica lasciava il posto all’Impero romano.
Cesarismo e populismo
C’è allora da ricordare, storicamente, che la dittatura è un’antica magistratura romana che dava, per un tempo limitato (diciotto mesi) dei poteri illimitati a un solo uomo. Il quale era chiamato a far fronte ad una situazione di crisi; soddisfatta la sua missione, ritornava cittadino comune. Tuttavia, se Cesare non fu il primo a riprendere quell’antica magistratura e, in un contesto di guerra civile, ad arrogarsi poteri eccezionali contro gli avversari, egli fu anche il primo a non rispettare il principio della temporaneità di quei poteri. E fu così anche l’ultimo dei repubblicani, annullando i poteri di Senato e popolo (Senatus populusque romanus). È appunto ciò che oggi si chiama “cesarismo”, uno sviamento della democrazia da parte di un esecutivo autoritario che s’appoggia- o dice di appoggiarsi- direttamente sul popolo. E potremmo aggiungere: ecco la fusione (mostruosa) tra cesarismo e populismo.
Ave Caesar, morituri te salutant
Il vero Cesare, dunque, ben lontano dalla leggenda dorata con cui si vuol rivestirlo con alloro e toga, appropriandosene, ci induce a riflette sul modo con cui muore un regime politico e a prendere coscienza e intelligenza sulla fragilità delle istituzioni repubblicane.
Cesare è anche il nome di un rapporto ambiguo non solo con le istituzioni ma anche con il popolo; della confisca della libertà da parte di pretese élite che usano anche religione e filosofia per confondere, ingannare e dominare; di plutocrati che usano la loro ricchezza per imporre e corrompere; di demagoghi che ne sono spesso la conseguenza e non chiedono e offrono altro che servitù (volontaria) a un potere autoritario.
E, allora, come non meravigliarsi e poi preoccuparsi che dei dirigenti politici di paesi democratici vogliano sentirsi… Cesari? E come non ricordare, tra l’ironico e il tragico, l’altro famoso detto latino: “Ave Caesar, morituri te salutant”? (Salve o Cesare, quelli che stanno per morire ti salutano).
Nell’immagine: il vero volto di Cesare ricostruito in 3D dal Museo Nazionale delle Antichità di Leida, nei Paesi Bassi